“La nostra città è tutta la terra. Leonardo Ricci architetto” – recensione di Mario Pisani

Ho avuto modo di conoscere Leonardo Ricci grazie al numero monografico di L’Architettura cronache e storia dedicato al Padiglione Italia all’Expo di Montreal del 1967. Una architettura memorabile realizzata con la consulenza di Argan, Franci, Passarelli e Zevi. Spetta a lui  l’allestimento della parte dedicata ai Costumi della terra dell’uomo, concepita da Umberto Eco, che propone episodi della storia italiana dagli Etruschi alla Resistenza.
Negli anni dell’università andavamo in pellegrinaggio a Sorgane, alla periferia di Firenze, per fotografare il complesso di case popolari nel tentativo di cogliere l’essenza di quello che è stato uno dei più importanti progetti urbanistici del secolo scorso, messo a punto da 37 progettisti coordinati da Giovanni Michelucci. Ricci realizza La Nave (19621968), una macrostruttura residenziale a ballatoio, un vero brano urbano di duecento metri, in cemento armato a vista di taglio brutalista, che si conclude con la Torre. Contiene un insieme di alloggi di diversa dimensione e spazi pubblici come ballatoi, piazze coperte, percorsi pensili, terrazze, strade interne e vani scala. Particolarmente apprezzato dalla critica che lo legge come la risposta italiana all’Unità di Abitazione di Le Corbusier.
Oggi, ad evocare il personaggio, appare il ricco volume di Maria Clara Ghia con la puntuale presentazione di Antonella Greco e di Orazio Carpensano. Non sono molti i testi che riescono ad andare oltre l’argomento trattato in modo efficace, per affrescare con sapienti sfumature lo spirito di un’epoca che è ancora in grado di suscitare meraviglia. Solitamente le monografie su un progettista si limitano, con il testo introduttivo, ad inquadrare il personaggio. Passano dalla formazione ai progetti e alle opere realizzate, intercalate dal giudizio critico. Terminano con una rassegna delle stesse, in  ordine cronologico.
In questo caso l’autrice, Maria Clara Ghia, Ph.D. ad Architettura alla Sapienza e in Filosofia alla Jean Moulin a Lione, va ben oltre. Riesce a indicare una valida metodologia di approccio e tradurre la sua ricerca a sintesi, senza tralasciare particolari come le amicizie e la predisposizione per l’arte. Concludendo con efficacia un lavoro iniziato nel lontano 2011.
Ricci negli anni del dopoguerra a Firenze aderisce alla scuola di Michelucci che ha definito il mestiere dell’architetto il più felice del mondo. L’allievo, in una lettera al maestro datata 23 dicembre 1987, annota: “La mia architettura è sempre nata dall’infelicità. Dalla disperazione di vivere in un mondo che a me non piace ma al quale voglio dare per quel che posso, con le minime mie forze, un piccolo contributo alla vita”. In realtà quel contributo non è stato certamente minimo. Anzi, si può tranquillamente affermare che ha lasciato un segno significativo nella storia di questa disciplina grazie ad una produzione vastissima, alla ricerca di un modo di abitare naturale, pronto a possibili mutazioni e in grado di  rispondere alle esigenze degli abitanti. Un excursus durato più di quarant’anni durante i quali il suo lavoro tende a variare in sintonia con le tendenze apparse negli anni, ma rimanendo ancorato ad una  intenzioni: tradurre in opere architettoniche il “dinamismo dei fenomeni e l’incessante fluire della vita”. Un modo di vivere e agire appreso dall’Esistenzialismo, dalle gallerie d’arte frequentate a Parigi, da amici come Alberto Giacometti, Pablo Picasso, Jean Paul Sartre e Albert Camus. Ed ancora, in Italia, Corrado Cagli, Afro e Mirko Basaldella, personaggi di indubbio spessore culturale che assai raramente compaiono nelle frequentazioni dei progettisti del nostro tempo.
Tra le opere si segnala il villaggio Agàpe a Prali commissionata da Tullio Vinay nel 1946,  un’esperienza comunitaria che caratterizzerà anche le scelte successive. Segue il Mercato dei Fiori di Pescia con Enzo Gori, Giuseppe Giorgio Gori, Leonardi Savioli e Emilio Brizzi (1949-51)  “una sorta di basilica coperta da una bella volta a vela“ e quindi il Villaggio di Monterinaldi a Firenze con Giovanni Klaus Koenig (1949-63). Particolarmente importante il rapporto con il paesaggio se si osserva l’intervento dalla collina da Fiesole. Si ha la sensazione che quelle forme siano lì da sempre, in sintonia con il tempo e le stagioni, con pochi atti essenziali, rapporti semplici con cose e uomini. Infatti Ricci afferma: “volevo che sembrasse che fosse la terra ad aver partorito quelle case, non che l’architetto le avesse imposte come atto d’imperio”. In quel complesso il muro di pietra forte a faccia a vista, diverso uno dall’altro, diviene il protagonista assoluto. Lo realizza murando la pietra del posto appena squadrata, secondo la tradizione costruttiva toscana che richiama l’immagine delle muraglie medievali. Koenig ne coglie il difetto: “quello di dissipare questo patrimonio semantico, cioè la determinazione di nuovi spazi architettonici con nuove significazioni, invece di approfondire le soluzioni che si sono rivelate positive, e che, come in tutte le sperimentazioni, non superano il cinquanta per cento”. Ricorda l’affermazione leggendaria dell’imperatore Giuseppe II il troppe note Mozart, troppe note !
Seguono una serie di ville di matrice organico-espressionista come casa Elisabeth Mann Borgese a Forte dei Marmi (1957758), casa Pierre Balmain all’isola d’Erba (1958/60). Sperimenta quindi altri interventi con Danilo Dolci nel Villaggio del Monte degli Ulivi in Sicilia (1962-68) e la Manifattura Goti a Campi Bisenzio (1959/62) che, per dirlo ancora con Koenig, rappresenta un “… raro, se non unico, esempio di fabbrica pratese che esce dalla tipologia del capannone a volta laterizia. Il cemento armato tricuspidato (nel salone della produzione), l’andamento spezzato delle coperture e la continuità dello spazio interno fra i vari livelli sono tutte invenzioni di Ricci per una nuova forma degli stabilimenti tessili e, una volta tanto, sono anche perfettamente funzionali”.
Dal 1960 all’ 83 dopo il lavoro alla Facoltà di Architettura di Firenze, dove chiama Eco ad insegnare agli architetti, passa al MIT, la Pennsylvania State University e la Florida University dove stava per realizzare un brano urbano di grande interesse.
Gli anni 70 sono la stagione dei concorsi: Centro direzionale a Firenze,  La città dei Morti e la città della giustizia Cimitero di Montecatini, Palazzo di Giustizia di Savona e di Novoli a Firenze. Indimenticabile il ritratto che ne fa l’amico e estimatore Bruno Zevi: “la vita di Leonardo si è svolta all’insegna dell’esistenzialismo e dell’eresia quotidianamente nutrica dalla ripugnanza delle mediocrità (…) Le sue immagini oscillano dalla metafisica informale alla virulenza espressionista (…) Per pesare il rapporto tra poesia e contesto, aveva scelto la solitudine dell’osservatorio veneziano e da lì agiva tumultuosamente inquieto e sorridente. Addio, fratello. Della tua, della nostra generazione, sei stato, il migliore. Il mondo non te ne fu grato., sprecò in modo ignobile la tua creatività; ma a conti fatti hai vinto.”  Anche per avercelo ricordato si è grati all’autrice, oltre che per la possibilità offerta ai lettori di scaricare il volume cliccando sul link.
https://www.storiadellacitta.it/2021/02/16/maria-clara-ghia-la-nostra-citta-e-tutta-la-terra-leonardo-ricci-architetto-1918-1994/.

Testo: Maria Clara Ghia, La nostra città è tutta la terra. Leonardo Ricci architetto (1918-1994), Steinhauser Verlag, LapisLocus, Wuppertal 2021, p. 334 con numerose foto in b. e n. e a colori s.i.p. .
In copertina: Leonardo Ricci, Casa Balmain, Isola d’Elba. Ph. Ricardo Scofidio.

Scrivi un commento