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LA CONDIZIONE DELLA SOCIETÀ DELLE RETI E LA COSTRUZIONE DEL SUO SPAZIO – di Francesco Ranocchi

Spettacolo significa mostrare a tutti ciò che si ha e quello che si può

Max Horkheimer e Theodor Adorno [1]

…la società dello spettacolo, dove la merce contempla se stessa in un mondo da essa creato

Guy Debord[2]

Nel 1967, in una realtà ancora segnata dalla prevalenza dell’immagine in bianco e nero e da una pubblicità lontana dal complicato carattere seduttore che assumerà negli anni successivi, Guy Debord legge l’ordito sul quale la società si sta evolvendo individuandone il nodo centrale nel sopravvento del carattere simbolico della merce rispetto ai suoi aspetti materiali, dando seguito così a un concetto già presente in Marx nel descrivere il carattere di feticcio proprio della merce. La prevalenza del simulacro sul reale, conferisce maggior legittimità al falso (oggetto di scambio) rispetto al vero (indefinito e indefinibile)[3]
Posto che lo spettacolo per Debord è e rappresenta la struttura della società dei consumi, è necessario indagare come questa struttura si organizzi, si riorganizzi o si evolva nel passaggio dai  tradizionali mezzi di comunicazione di massa alle reti e come si possa interpretare in questo ambito l’assorbimento di tutti i contenuti di senso (secondo Marshall McLuhan) nel Medium, soprattutto in considerazione dell’evidente assimilazione della produzione di parole alla produzione di merce nella società dello spettacolo.
La merce, se non è parola, è immagine, un ponte tra un elenco di possibilità reali della vita e l’irrealtà costruita dei loro modelli.
Feticci prima che utensili, simulacri prima che oggetti dotati di fisicità: la conseguenza dell’organizzazione di un sistema commerciale sostenuto da una forma di spettacolo diffuso nell’economia mercantile avanzata, è la creazione di un linguaggio autonomo capace di esprimere le qualità di un mondo alienato. Non solo espressioni standardizzate per desideri standardizzati, ma la completa sincronizzazione e condivisione di un nuovo mondo, non più parallelo, ma sovrapposto.
Con le parole di Debord, «lo spettacolo è il capitale a un tal punto di accumulazione da diventare immagine»[4] e quindi, «lo spettacolo è il denaro che si guarda soltanto, perché in esso la totalità dell’uso si è già barattata con la totalità della rappresentazione astratta.»[5]
La comunicazione attraverso le Reti, principalmente Internet e le ricerche realizzate attraverso i motori o le reti sociali, comporta un nuovo momento che nella nostra visione è un ulteriore sviluppo della società dello spettacolo tout court.
La “mondializzazione dei rapporti sociali” estende la standardizzazione utilitaristica del messaggio di massa fino alla sincronizzazione globale dei comportamenti sociali, attraverso la continua cattura dell’attenzione su una realtà eidetica, però fittizia.
Nonostante l’apparente diversità dell’informazione disponibile in rete, o l’apparente pluralità delle fonti d’informazione.
Questa sincronizzazione è connaturata al sistema di comunicazione stesso, attraverso una serie di leggi di prestazione.
La pretesa “partecipazione” alla produzione di questi mondi si rivela l’espressione discretizzata[6] (sarebbe troppo dire “individualizzata”) di una sorta di coscienza proteiforme, dove alla istanza mitologico – narrativa (propria della pubblicità tradizionale) si sostituisce l’esattezza matematica, esattezza per definizione, tautologia, dell’accumulazione: accumulazione di informazione che non segue però alcun processo (se non in forma disgregata e parziale) di produzione di cultura, ma è solo un susseguirsi e un reciproco invalidarsi di informazioni-prodotto.
Non più, semplicemente, informazione come entropia (come segnalato, ad esempio, da Jean Baudrillard), ma sua trasformazione in un sistema di parametri quantitativi, accumulabile all’infinito (in quanto capitale), con l’unico valore, definibile solo come “qualità geometrica”, dato dalla localizzazione in una geografia astratta: la posizione in una lista continuamente mutevole di titoli e di rimandi: vero panta rei, questo topos offre però, di nuovo, l’illusione confortante di un sistema di stelle fisse. “AD” automatic determination di parametri, altrimenti, in un contesto simbolico, significativi. Ma l’accumulazione comporta fenomeni di raggruppamento (la complessità dei quali è indeterminabile), secondo un principio analogo al concetto di controllore occulto[7] (perché è a sua volta indeterminato e indeterminabile): qualcosa che giace nella Natura (come atto) e, utilizzando una categoria maggiormente selettiva, nella Neonatura, in senso cibernetico.
Questo luogo, proprio “termine medio di paragone per determinare le relazioni tra le cose”[8] diventa lo spazio del XXI Secolo, avendo il XX distrutto quelli tradizionali dell’organizzazione sociale (e della vita): la campagna e la città. La società capitalista, consumista, la società-spettacolo riesce quindi infine a costituire lo spazio assoluto e infinito dello scambio, dove l’attività e la partecipazione dei singoli riescono ad andare oltre il carattere illusorio e il meccanismo seduttivo dei media precedenti, sostituendolo con l’attrazione dell’attività personale, della partecipazione diretta.
In un tale contesto, questo attore volgarmente definito individuo-prosumer diventa finalmente protagonista della circolazione dello spettacolo, essendo al contempo il destinatario e il produttore della merce, sia essa essenzialmente astratta o semplicemente materiale.

[1]  Max Horkheimer e Theodor Adorno, L’Industria culturale in Dialettica dell’Illuminismo, frammenti filosofici, Trotta ed., Madrid 1998, pag. 201
[2] Debord, Guy, La Società dello Spettacolo, op. cit.
[3]  Si potrebbe aprire una discussione sull’ambiguità dei concetti di falso e di vero, sul “platonismo originario” presente in queste definizioni, ma non è questo il luogo per una discussione metafisica: si intenda questa verità presunta del falso tale perché oggetto del rapporto di scambio, ossia reale in un ambito contingente e convenzionale. La verità in sé, in cambio, resta al di fuori.
[4]  Debord, Guy, La Société du Spectacle, Gallimard, Paris 1969, trad.  italiana di Paolo Salvadori e Fabio Vasarri, La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, Milano 1997, pag. 64
[5]  Debord, Guy, La Società dello Spettacolo, pag. 73
[6] La discretizzazione o quantizzazione sostituisce a valori continui dei valori discreti (quantificati, nel significato letterale di quanto) cioè a salti, non-continui.
[7] Si evidenzia qui un’analogia con le teorie del sistema economico, già a partire dal concetto di mano invisibile
[8] Definizione di “luogo” di Charles Sanders Peirce nel manoscritto 16 del Peirce Edition Project On the Logic of  Quantity, and specially of Infinity.
[9] Con un riferimento diretto al pensiero di Jean Baudrillard.

In copertina: Ed Rusha, Your Space #2

 

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