FICTION !: viaggio nel paesaggio interiore di Franco Zagari – di Luigi Prestinenza Puglisi, Federica Caponera.

Faccio il critico di architettura e non mi trovo mai a mio agio a parlare di letteratura. Soprattutto se si tratta di racconti brevi scritti da una persona alla quale sono molto affezionato. Ma per Franco Zagari, credo occorra fare una eccezione. Anche perché credo che si possa dare del libro una lettura disciplinare, cioè legata al paesaggio, la disciplina progettuale alla quale Zagari ha dato un importante contributo. Quello che vi voglio proporre è di tentare una lettura di questi dodici racconti brevi come se si trattasse di un viaggio nel paesaggio interiore dello scrittore. A suggerirlo è l’introduzione nella quale Zagari racconta che è rimasto affascinato nel guardare le immagini di una tac, in cui il suo cervello appariva sezionato secondo un piano orizzontale: un disegno che solo il virtuosismo dell’iconografia classica giapponese può immaginare: “una geografia fantastica, con varie sfumature di curve frattali, nanostrato per nanostrato”.
Che disegno frattale emerge da questa serie di racconti? Di un personaggio dalla sensibilità appassionata, concepito durante la seconda guerra mondiale che si muove con curiosità in un mondo che è sopravvissuto ai disastri, alla ferocia e all’olocausto e richiede cura e empatia. Nel disegno naturalmente assumono un ruolo chiave le figure materne e paterne, gli affetti, le nevrosi e le passioni. E la musica. Chiunque conosca le opere di Zagari sa quanto il tocco leggero delle note, sia il motivo ispiratore dei suoi progetti di architettura. E direi oggi della sua scrittura.
(Luigi Prestinenza Puglisi)

Franco Zagari intervistato da Federica Caponera
I dodici racconti hanno origine da una creatività guidata da un istinto intuitivo, animati dal desiderio e dalla sapiente maestria di riuscire a far emergere e valorizzare quella mappa dell’intelligenza insita in ciascuno di noi. Attribuire alla ricerca della bellezza un grande valore etico e morale capace di qualificare e dare significato all’esistenza di ogni uomo.
“Il fine ultimo della nostra azione è certamente la bellezza, intesa come un’armonia di elementi materiali e immateriali, etici, estetici e di conoscenza”.

F.C. Un’educazione sentimentale, romantica emerge con forza percorrendo le pagine di Fiction!. L’impermeabilità del presente spietata come sostiene Lei ed il desiderio di cercare insegnamenti ancor prima che soluzioni dal labirinto della conoscenza creativa. “Learning from”… Imparare da?
F.Z. A questo libro sono molto affezionato; un librino che è nato sapendo che difficilmente avrebbe trovato mercato date le difficoltà del momento, sia per il fatto di essere fuori da costruzioni ben ordinate di case editrici molto aggressive… non so di preciso il libro a quanti lettori arriverà, ma quelli a cui io l’ho donato, in effetti, mi hanno dato un riscontro molto interessante e profondo. E’ stato ben accolto. Scrivere è stata sempre una disciplina che ho amato molto, anche se ho scritto per lo più saggi. Scrivere dei racconti che non appartenevano alla mia disciplina è avvenuto quasi spontaneamente. Ad un certo punto ho avuto come la necessità di esprimermi liberamente su dei temi che mi si presentavano uno dopo l’altro senza che io li pianificassi. E nel bel mezzo della scrittura è come se fosse scattato un incastro: il libro aveva una sua autonomia, una sua personalità ed era già altro da me. Si avverte che c’è un architetto e un paesaggista dietro. Ho percorso questi temi di riflessione sempre lasciandomi guidare dalla pagina scritta, desideroso di arrivare alla fine dei racconti per vedere cosa sarebbe accaduto…tanto divertimento e alcun peso nello scrivere.

F.C. Il rapporto con il paesaggio è la chiave più intima per accedere al disagio dei suoi protagonisti. Cambiare punto di vista. Elevarsi così come le vedute dall’alto, avere un osservatorio privilegiato, essere estasiati dall’esclusività di un punto di vista aereo intimo, inaspettato. Ci spieghi meglio il rapporto tra promiscuità ed esclusività nella reale percezione di una dimensione.
F.Z. E’ sempre il rapporto tra il soggetto che pensa, che scrive e l’altro che ci pone di fronte a dei dubbi, costruisce improvvisamente delle strade laterali. Ciò mi affascina particolarmente. La promiscuità è una condizione che naturalmente nasce prima del Covid, nasce con un tono positivo, la possibilità di costituire degli accenti sulle idee.
Di paesaggio, tutti ne parlano, pochissimi si pongono il problema di cosa si celi al suo interno. Nei più grandi dizionari ha due etimi che sostanzialmente lo legano sia alla parte giuridica-amministrativa che a quella descrittiva attraverso la pittura. Il significato che il paesaggio ha in quanto riflessione progettuale, non appare quasi mai, l’ho introdotto io nella Treccani. I filosofi di estetica hanno ragione nel dire che il paesaggio forse è ineffabile, cioè che non è desumibile, ma è necessario che diventi desumibile quando si trasforma in progetto. Se così non fosse non avremmo basi per fissare i nostri pensieri e comunicarli. Quindi il paesaggio nasce come qualche cosa di edulcorato, di pastorale, di bucolico, sfibrato sull’idea forte di natura di una comunità, che muove valori economici e sociali importanti. Se noi pensiamo al giardino, il giardino ha degli statuti scritti e non scritti molto complessi. Entrando in un giardino uno entra in un mondo, le sue luci, le sue attese, i suoi obblighi. Se pensiamo ai giardini inglesi di Ercole Silva, nostro patriota risorgimentale del 1800, lui prende il giardino a modello di un’organizzazione colta della proprietà pubblica. Il suo è un giardino ottocentesco, la scelta delle piante, l’acclimatazione delle stesse che racconta l’orizzonte economico commerciale e militare del paese.
Diceva Pierre Grimal “Il giardino è il luogo del sogno e del potere”, ed è molto precisa questa descrizione. Tutti vorremmo dei giardini che oggi sappiano trovare da parte del pubblico, interesse e partecipazione, caricandoli di rilevanza sociale e quindi politica.

F.C. 16 gennaio 1945, la data della Sua nascita. Roma, il ricordo e la nostalgia di una città, una commistione intima e profonda di spazi emozionali alternata alla contrazione e dilatazione di un tempo sempre pronto a stupire. Quasi uno specchio nel quale è piacevoli perdersi, imprevedibile e inaspettato. E’ ancora così la Sua visione della città?
F.Z. La mia visione di Roma adesso è molto falsata dalla vita che conduco. Il non poter andare in giro come facevo da bambino…Da bambino infatti ero padrone della città; mi muovevo anche da solo per chilometri e chilometri. Ho imparato a conoscere la rete dei mezzi pubblici di Roma quasi prima di imparare a leggere; ero molto stimolato da una città molto diversa da ora. Nel libro cito De Sica in “Ladri di biciclette” e la visione di luoghi topici della città, interessantissimi per la diversa intensità degli spazi. La Roma che ricordo è una città che mi ha dato molto, molto di meno mi ha dato da adulto: mal organizzata per il lavoro, dove non succedono grandi avventure, o per lo meno non succedono a persone normali. Una città che dovrebbe investire di più sui giovani in modo determinato ed ordinato.
La scoperta che ho fatto scrivendo 16 gennaio della morte del Gobbo del Quarticciolo è stata una grande emozione. Un ex partigiano, poi bandito, padrone di quartiere, uomo spietato muore esattamente nel momento in cui io nasco, assassinato da un amico. Ho sentito questa specie di staffetta, non per il fatto di avere qualcosa in comune con questo criminale ovviamente, ma nella fantasia ho sentito forte questo passaggio di testimone.

F.C. Battigia e risacca, uno dei racconti, evoca forme, suoni, colori che si ripetono a ritmo costante, ciclico. Due azioni che si rincorrono, compenetrano finchè ci poniamo attenti ad osservare e riconoscere la loro forza espressiva. E’ in quel preciso momento che le infinite sfaccettature ci sorprendono. Contrazione vs liberazione, una “danza appassionata”. Una metafora per descrivere passioni e tormenti nelle trasformazioni di un territorio.
F.Z. Educazione ad osservare. Facendo questo mestiere piano piano noto che le capacità di osservazione sono particolarmente sviluppate. Il mio terrore è sempre quello di annoiare i miei interlocutori; bisogna avere la capacità di portare il paesaggio alla sua freschezza. I valori del paesaggio sono pochi e molti incisivi. La dignità del lavoro e la capacità di ascolto, di partecipazione. Tre valori che come categorie sembrerebbero non collegabili, invece eccome se lo sono. Un modo semplice e preciso di definire accuratamente ciò che il paesaggio può offrire.

F.C. Segregazione e crisi pandemica. Spazio pubblico deserto, vuoto. Una spinta ad innescare un corto circuito, una rivoluzione contro la crisi del paesaggio attuale. Cosa ha imparato il Nostro Paese dalla catastrofe del Covid-19?
F.Z. I paesaggi sono fatti di elementi: attività, flussi e comportamenti.
Il paesaggio è una delle parole chiave con cui la nostra civiltà si affaccia sul XXI secolo. La consapevolezza condivisa di un paesaggio presso una comunità è una questione eminentemente politica e lo è a maggior titolo oggi che la crisi finanziaria e economica ha trovato nella pandemia un comune denominatore, un principio universale che in tutto il mondo caratterizza una crisi che in più casi è diventata anche istituzionale. Un rilancio della qualità del paesaggio dovrebbe essere posto come una assoluta priorità politica negli interessi del Paese, non solo per la sua grande rilevanza culturale, ma anche per la sua poco esplorata potenzialità sociale e economica. Trarre energia dalle situazioni di crisi è quanto la storia e la scienza ci hanno insegnato. La crisi del paesaggio è una sindrome depressiva, da combattere senza quartiere, per gli effetti nefasti che produce quando i luoghi perdano spessore umano, prima ancora che fisico. Non è tanto uno degli effetti della crisi economica, o lo è solo in parte, è piuttosto una causa critica determinante, perché nelle pratiche di trasformazione del territorio indebolisce la fiducia nelle nostre forze e cerca il compromesso. Occorre un campo nuovo di valutazione di scelte, che in buona parte è ancora sconosciuto, in particolare riguardo all’intervento pubblico. Ma è sugli effetti collaterali che il progetto del paesaggio deve porre la massima attenzione, quei processi nei quali le nostre azioni di tutela, gestione, valorizzazione acquistano o perdono evidenza e chiarezza di significato. La reazione del Paese alla catastrofe del Corona Virus è stata per molti di noi motivo di orgoglio. Con Marcel Duchamp possiamo dire che la modernità è ciò che traduce la crisi in valore: così nel pensiero contemporaneo la consapevolezza del paesaggio evolve con grandi cambiamenti riguardo al giudizio di ciò che ci appare giusto e bello. Da una democrazia arcaica verso una democrazia moderna dobbiamo prendere atto di un mondo che è profondamente cambiato. Serve un pensiero più rapido, che corra sull’onda delle trasformazioni in corso.

F.C. Bellezza, cultura materiale e dignità del lavoro, ascolto delle vocazioni e delle volontà dei luoghi. In che modo rilanciare e come riuscire allora a riportare i valori dei luoghi in uno stato continuo di tensione creativa, che ne faccia dei paesaggi?
F.Z. Dipende sempre dalla nostra capacità di “saper vedere” come diceva Zevi, cogliere le evocazioni un luogo. Vedere gli elementi che ci sono e cosa possono virtualmente diventare. Il paesaggista in questo ha una marcia in più rispetto ad altri analisti. Lo vedo a contatto con studenti, colleghi, ad esempio dialogando su come trasformare una piazza per renderla appetibile, desiderabile. La cultura del paesaggio aiuta molto, il perseguire la ricerca di concetti molto semplici. Mi sembra importantissimo nella città contemporanea caotica stabilire due categorie: la ricerca dell’orientamento e la ricerca della centralità. La centralità non più intesa come centro storico, ma come sinonimo di qualità, di valore.
Se la bellezza è una prerogativa di eccellenza del nostro paese, il problema è ora capire come e perché possa continuare ad esserlo. È necessario un rilancio, per riportare i valori dei luoghi in uno stato continuo di tensione creativa, che ne faccia dei paesaggi.
La proposta è soltanto la volontà di sensibilizzare il pubblico sull’importanza della progettazione del paesaggio, e offrire solidarietà e un riconoscimento dell’utilità pubblica di un lavoro che è fatto con abnegazione fra mille difficoltà.

Franco Zagari, Fiction ! Dodici racconti brevi, Carlo Mancosu Editore, Aprilia 2020.


In copertina: LA MASCHERA. Questo oggetto è protagonista di uno dei racconti brevi di FICTION! Proviene da un laboratorio che sorge in Colombia sul Rio delle Amazzoni.

 

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