Fantasmi, icone, indici, simboli e loro negazione nell’arte occidentale – di Francesco Ranocchi

Mentre le Avanguardie (artistiche) attaccano, con ogni forma, la forma, nelle stesse strade, negli stessi ritrovamenti, gli stessi incroci, si cerca di “puntellare” la questione facendo slittare il piano dall’idealismo alla fenomenologia, cercando di raccogliere il dualismo originario (Platonico, Cartesiano, Kantiano, Hegeliano) nell’espressione della forma formans. Così, a metà cammino tra l’idea e l’apparenza, tra il concetto e la sensazione, tra la res cogitans e la res extensa, troviamo questo “principio vitale”, agire esperenziale, del quale Ernst Cassirer, con la complessa analisi della “forma simbolica”, cerca di delineare un dominio, all’interno di quello che dobbiamo definire, in senso ampio, umano.
Per Cassirer «per “forma simbolica” si deve intendere ogni energia (ἐνέργεια) dello spirito mediante la quale un contenuto significativo spirituale è collegato a un concreto segno sensibile e intimamente annesso a tale segno»[1]. Ma non è un qualcosa che possiamo percepire in un oggetto al di fuori di noi stessi, che proviene da un dominio (il reale), si scontra con un altro dominio  (l’interiorità), produce in un ulteriore campo  (il concettuale), a partire da un altro ancora  (la sensibilità)… è un unico processo, un’unica esperienza: è, con il termine di Cassirer, percettualizzazione, confronto in una totalità esperenziale nella quale siamo immersi e che conosciamo come totalità antropologica. Le nostre capacità di organizzare la forma – mito, linguaggio, proposizionalità, arte, tecnica – sono un momento di ulteriore elaborazione della immediata “eideticità aisthematica”, momento che è “campo complesso ma unitario in cui i fenomeni mostrano non l’incontro di enti disparati, ma il fungere vivo di istanze plurime.”[2]; che poi – è il nostro tema – l’arte è capace di far riemergere, essendo “un linguaggio fatto di simboli intuitivi, non verbali”[3], per cui “i percetti cui l’arte ci conduce sono lontanissimi da quelle percezioni che nel linguaggio tradizionale dei sistemi sensistici sono descritte come copie, le immagini sbiadite delle sensazioni. Le immagini dell’arte sono di una specie completamente diversa, e anzi opposta. L’arte non è riproduzione d’impressioni, sibbene creazione di forme…”[4].
Una immediatezza che va oltre la compendiabilità assoluta postulata da Peirce[5], con l’abduzione come modalità del ragionamento capace di accrescere le nostre informazioni: ora postuliamo sì un insieme di relazioni, ma indefinibile nei singoli elementi, inallogabile in un’origine o in una destinazione; ma che possiede la medesima condizione di immersione in un processo di significazione, non di “gestione di suoi componenti”, come nella tradizione occidentale.
Ed è con queste premesse che proviamo a riconsiderare dei momenti chiavi del confronto con l’esperienza artistica nella storia moderna che, partendo da Giotto, andremo considerando fino all’attualità, in questa piccola raccolta, Fantasmi, icone, indici, simboli e loro negazione

[1]  Ernst Cassirer, Mito e concetto, a cura di R Lazzari, La Nuova Italia, Firenze 1992, pag. 102.

[2] Giovanni Matteucci, Tre studi sulla “forma formans”  Tecnica – Spazio – Linguaggio, CLUEB, Bologna 2003, pag. 41.

[3] Ernst Cassirer, Simbolo, Mito e Cultura, Laterza, Bari 1985, pag. 190.

[4] Ibidem, pag. 189.

[5] Charles Sanders Peirce.

In copertina: Paul Klee, Komodie, 1921.

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