Conservazione e progetto di restauro: condizioni e lenta affermazione di principi e direttive fondamentali in Catalogna – di Francesco Ranocchi

In Italia siamo abituati a confrontarci con la complessità delle tematiche relative alla conservazione e al restauro, tanto da stupirci che risulti difficile trovare degli orientamenti adeguati, nella pratica come nell’interpretazione teorica, in altri paesi, che pure ci riconoscono un vero ruolo guida e ammirano la nostra perseveranza; è senz’altro il caso della Catalogna, dove vivo, dove abbiamo lo studio d’architettura, dove insegno all’università, e dove continuo a stupirmi di questa difficoltà; difficoltà che è peraltro riconosciuta (e contrastata) dal ristretto numero di chi si occupa di storia dell’arte, in senso ampio, come di chi si occupa del restauro di beni mobili: tutti hanno ben chiari i principi guida; cosa che non si può dire, invece, del settore che ha occasione d’intervenire sul patrimonio architettonico, che si tratti di architettura “monumentale”, di architettura “minore” o di tessuti storici. Se è vero che in parte questo è dovuto al “produttivismo” che ha caratterizzato l’architettura catalana negli ultimi sessanta anni (con un’accelerazione fortissima alla caduta del franchismo) e che comunque è, da sempre, un portato operativo derivato dall’impostazione, come dicono qui (dando un significato molto ampio al termine) “razionalista”, come dalla stagnazione di alcuni concetti dovuti all’influenza francese, che rimontano – non sembra possibile, ma è vero – all’impostazione stessa di Viollet Le Duc…. Sia come sia, non è comunque possibile più giustificare un ritardo che sta portando alla cancellazione sistematica di molta parte del patrimonio.
L’immagine che apre il testo non è un errore nell’esecuzione dei pilastri di un ponte, ma un “intervento di recupero” della cappella di Sant Sebastià a Sant Pere Pescador (Girona, XVII sec.), datato 1995 e redatto da tecnici che non hanno avuto la carriera stroncata da tale disgrazia, al contrario hanno continuato a interessarsi sempre più del restauro (migliorando un poco) con diretti legami con le amministrazioni.
D’altronte lo scandalo del “completamento” della Cripta Güell di Gaudí ha sollevato un vero e proprio movimento di protesta in Italia (e in gran parte della cultura catalana, in prima linea Antoni  Tàpies): in quel caso, eclatante e suggellato dall’apposizione della propria firma insieme a quella di Gaudí (uno sfregio cosciente a uno dei precetti fondanti del restauro),  l’intervento era dello stesso  Antoni González Moreno-Navarro, responsabile del “patrimonio architettonico locale” della Deputazione di Barcellona (un’istituzione a metà strada tra la nostre provincia e regione); un nome importante, come quello del suo fratello José Luis, voce autorevole del consolidamento e di tutta la strumentazione tecnologico strutturale propria del campo, nonché del Master di restauro della UPC, riferimento data l’esiguità dei corsi di studi specifici (cosa che, evidentemente, costituisce un ulteriore problema… ). González Moreno-Navarro lasciò l’incarico alla Deputazione, ma la sua influenza rimase fortissima, anche per l’apparato teorico che la sostiene, una serie di scritti più giustificatori che critici, dove ripropone un “restauro oggettivo – metodo SCCM”, una sorta di macerazione lenta delle teorie di Viollet Le Duc:
«Completare questo ciclo creativo – non chiuso, ma sospeso nel tempo – può non costituire un falso. Gli elementi nuovi incorporati nei monumenti, necessari perché questi assumano nuove funzioni, se esprimono per mezzo della loro forma o tessitura il periodo storico nel quale sono stati aggiunti, non costituiscono falso, ma una manifestazione della autenticità genuina del monumento.»[1]
Ossia estendendo il concetto di documento/monumento al progettare e al fare e, di conseguenza, annullandone il valore nel suo campo proprio, il conservare.
Ora, anche volendo eludere una questione fondamentale, ossia che Viollet Le Duc aveva una statura difficilmente riscontrabile nel panorama della pratica odierna, almeno di quella comune e “quotidiana”, si apre anche la questione fondamentale della tecnica operativa, laddove Viollet Le Duc interpretava la continuità di una tradizione ancora viva, nella quale anche l’introduzione del materiale innovativo derivava da un approccio integrativo e non riduttivo, non necessariamente conservatore e tradizionalista, era più ripetizione che copia, una scelta capace di introdurre l’innovazione secondo i propri parametri di giudizio; almeno finché questi non soccomberanno sotto il ritmo del cambio continuo, della innovazione come trasformazione totale e inarrestabile, più che essere cancellati per una scelta ideologica. Scelta che verrà, come riflessione teorica, ma successivamente.
Proprio la questione della persistenza di tecniche originali è un tema interessantissimo, considerando che molte ancora si conservano qui in Catalogna, ancora ci sono maestranze capaci di eseguirle.
Interpreto questo come un altro frutto dovuto alla stagnazione obbligata da quaranta anni di dittatura e a certa tendenza, in una Catalogna peraltro attentissima all’innovazione e all’attivismo imprenditoriale, a riconoscere alcune tradizioni come fortemente costitutive della propria identità nazionale.
Questa condizione è di particolare interesse per il grande tema dell’architettura minore; dagli Anni Sessanta si è sistematicamente distrutta molta parte del patrimonio architettonico minore (e non solo), soprattutto lungo la costa; ancora oggi è difficile far comprendere il significato di protezione (o di valorizzazione…) di un insieme urbano, e la pratica comune è l’applicazione di vincoli a edifici singoli, o a parte di questi; spesso si agisce in mancanza di una forma qualsiasi  di dialogo con l’esistente, ossia riducendo lo spazio che era occupato dall’edilizia storica a un lotto per edificare; il risultato è quello facilmente visibile nelle ramblas (tipici corridoi centrali degli insediamenti, soprattutto costieri, realizzati nelle vie di compluvio delle acque), la cui immagine è paragonabile a un sorriso che mantenga uno o due dei denti originali, avendo sostituito tutti gli altri, “come capitava”.
Limitandosi all’esame dell’intervanto sull’architettura minore, la sussistenza di queste tecniche (un esempio noto a tutti: la volta catalana) pone una rilevante questione teorica; se sia corretto definire la sua utilizzazione nell’ambito di un consolidamento, di una ricostruzione parziale o di una ampliazione, anche in questo caso una azione di ripetizione e non, quindi di copia/falsificazione; ipotizzare cioè una conservazione continua del processo tipologico e non del manufatto, né della sua tecnica come  procedura astratta, ma adottandola come strumento capace di salvaguardare una integrità operativa e non il suo simulacro nell’immobilizzazione o nella riproduzione su criteri astrattamente tipologico-formali, o come selezionando da un catalogo di parti. Cercando così anche di andare oltre quella pratica, in sé giustificata, ma qui ormai un modo sempre più superficiale, di distinguere il nuovo intervento e il vecchio, che appare ambiguo nel caso di piccoli interventi,  che da forma del giusto operare è diventata un espediente compositivo, banalizzandosi e materializzandosi con sempre maggiore invadenza, spesso con la stessa superficialità, come scusa per divagazioni formalistiche,  in gran parte degli interventi sull’architettura monumentale, soprattutto nel caso del “rudero”, dove l’occasione del nuovo arriva a costituire la parte maggiore dell’intervento, relegando l’esistente a “base” dell’opera. Una forma d’intervento dove marcare la differenza arriva ad essere copiare la banalità, l’aspetto più evidente del già visto, inscrivendo l’opera nell’ambito del kitsch.
L’altra questione collegata è la relazione tecnica/materiale; ho visto adattare tecniche tradizionali a materiali attuali; un esempio per chiarire, l’esecuzione della volta catalana con forati sottili (maschiettati e no) piuttosto che con la rajola (piccola pianella); o le variazioni nel legante malta di calce-gesso-cemento rapido, introdotte nel corso dei secoli (i cementi naturali rapidi e no si iniziarono a produrre prima del Novecento in Catalogna). Se pensiamo che l’esecuzione della volta per una rampa di scale di un piano è un’operazione che, per l’esecuzione dei due strati voltati, richiede circa due ore di lavoro di un muratore esperto e di un aiuto (procedendo con una sagoma della curvatura, di un centimetro di spessore, e non con una centina), possiamo comprendere come la componente “abilità tecnica d’esecuzione” sia preponderante rispetto ad ogni altra; le variazioni di materiale sembrano essere una questione secondaria; considerando poi che esistono manifatture che producono una rajola praticamente identica all’antica, alcune con gli stessi procedimenti, argille e forni e nelle stesse quantità del passato, si potrebbe parlare di identità… C’è una differenza però, ed è fondamentale: il costo; il costo della mano d’opera, che si ripercuote nel materiale e nell’esecuzione (anche se si tratta di poche ore…). Risulta quindi evidente che il principale fattore di divisione tra passato e attualità in questa tecnica, come in altre, è il costo orario; il fattore che ne sancisce l’anacronismo. Ma questa è una considerazione di carattere generale, concettuale. Di fatto quella che ho descritto, nella realtà, è la scala meno costosa da eseguire. Tuttavia questa divisione concettuale esiste, questo fattore di anacronismo; interpretare male questa differenza tra attualità e passato significa ridurre la questione tecnica a una sterile opposizione (nuovo/vecchio, senza indagarne e comprenderne le reali differenze), trattando la con la stessa superficialità che si applica alle altre istanze, quelle prettamente formali, estetiche, facendone un altro fattore, in assenza della capacità di dialogare con le preesistenze, della riduzione a tabula rasa dell’architettura minore.
Integrare nella ripetizione tecnica il fattore tipologico e sviluppare l’elemento formale come dialogo linguistico, come fattore attivo (capace quindi anche di integrare le nuove tecniche) e non come riproduzione schematica (tale come si è banalizzata l’interpretazione del processo tipologico negli ultimi decessi, facendo slittare il concetto “vivo” di tipo verso quello “morto” di modello), sarebbe un’inversione di tendenza capace di rendere abitabili gli ormai deprimenti panorami urbani di molte cittadine catalane (e non solo), rispettando ciò che rientra nell’idea di patrimonio e trasformando con qualità, secondo la nostra coscienza spazio-abitativa, le molte altre occasioni; soprattutto con il recupero, sempre più necessario, di ciò che è stato devastato indiscriminatamente: paradossalmente, un restauro del presente.

[1] Antoni González Moreno-Navarro, La Restauración Objectiva, Memoria SPAL 1993-98, Diputació de Barcelona.

In copertina: Cappella di Sant Sebastià, Sant Pere Pescador (GI), XVII Sec.

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