Ultime news

Space Age in Gallura. La villa di Michelangelo Antonioni e Monica Vitti in Costa Paradiso – di Concettina Ghisu

Nella scena finale del cortometraggio La Cupola (2016), del regista tedesco Volker Sattel (1970), un uomo e un bambino camminano all’esterno della villa sarda di Michelangelo Antonioni e Monica Vitti, un disco volante atterrato tra le rocce della Costa Paradiso. Il bambino chiede all’uomo di dare un’occhiata all’interno della casa, ma lui risponde che non è di loro proprietà e che a nessuno piacerebbe che degli estranei entrassero dentro la propria abitazione. Il bambino ubbidisce e si accontenta di ammirare il panorama mozzafiato che si gode dal terrazzamento lastricato in pietra: a sinistra la sagoma longilinea dell’Asinara e a destra quella imponente della Corsica, tra le rocce di granito rosa e la macchia mediterranea rigogliosa, punteggiata da fiori bianchi di cisto marino e profumata di rosmarino. Viene da pensare che, oltre all’educazione impeccabile del genitore tedesco, nel cortometraggio ci sia anche una buona dose di pietas: la villa versa oggi in condizioni disperate, solo in parte strutturali, ma soprattutto delle componenti di completamento e delle finiture, con grave compromissione della soletta di calcestruzzo della passerella di ingresso, che mostra l’esposizione quasi totale dell’armatura dell’intradosso, e la vandalizzazione degli interni, con gli arredi originali compromessi (e in buona parte saccheggiati) conseguenza di un’occupazione abusiva e incivile (escrementi umani sui materassi, cocci di bicchieri e bottiglie sparsi ovunque, rifiuti a profusione). Nonostante i proprietari abbiano cercato di impedire la dichiarazione di interesse culturale da parte della Soprintendenza di Sassari, adducendo delle fragili motivazioni (che il progettista fosse ancora vivente, e che Antonioni non avesse partecipato attivamente nel suo ruolo di committente) nel 2015 il Ministero dei Beni Culturali (oggi MiC), riconoscendone il notevole interesse culturale, ha vincolato la villa per cercare di arginarne il degrado, che comunque prosegue, anzi, galoppa. All’inizio del 2020 l’associazione De Rebus Sardois ha lanciato sulla piattaforma Change.org una petizione per rilanciare l’attenzione sulla salvaguardia dell’opera, insieme alla candidatura nel Censimento dei Luoghi del Cuore del FAI. Determinante è stato il contributo di Giuseppina “Pepita” Isetta, memoria storica della villa, intervistata da Francesca Bertin nel documentario di Sattel, in cui racconta tutte le fasi della sua edificazione e il ruolo partecipe di Michelangelo Antonioni con Dante Bini (1932), il progettista de La cupola, dove il regista ha scritto la sceneggiatura di Zabriskie Point e Professione Reporter, abitandola non solo nel periodo estivo ma in tutte le stagioni. Ma procediamo con ordine.

La storia della costruzione della villa La cupola inizia nel 1964, quando Michelangelo Antonioni, durante le riprese del film Deserto Rosso, sull’isola di Budelli, nell’arcipelago de La Maddalena, conosce l’imprenditore Pierino Tizzoni, proprietario dell’isola, che in quel momento stava acquistando alcuni terreni sul mare dove costruire una nuova lottizzazione, in alternativa alla Porto Cervo del principe Karim Aga Khan e alla Porto Rotondo dei conti Luigi e Nicolò Donà delle Rose, già investite dalla fama di località per il jet-set. Tizzoni regala ad Antonioni un terreno di un luogo, allora selvaggio, in quella che presto sarebbe stata ribattezzata Costa Paradiso. Nel 1968 Monica Vitti aveva conosciuto a Cortina d’Ampezzo l’architetto Dante Bini, che le aveva parlato del Binishell, un sistema strutturale di sua invenzione, realizzato in un’unica colata di cemento gonfiata e sollevata grazie a una camera d’aria. Vitti parla di Bini ad Antonioni, suo compagno dell’epoca, che incarica l’architetto della progettazione della casa nel terreno che Tizzoni gli ha appena donato. 

Erano gli anni d’oro della Space Age, della corsa alla conquista dello spazio, che, con la sua nuova estetica, aveva fortemente influenzato l’architettura e il design mondiale: Richard Buckminster Fuller con le sue cupole geodetiche, John Lautner con la sua Chemosphere House, Felix Candela con i suoi gusci di cemento armato del Palazzo dello Sport per le Olimpiadi di città del Messico, Vico Magistretti con la lampada Eclisse, Joe Colombo con la poltrona Elda (usata nella serie Spazio 1999) sono solo alcuni degli esempi di questa tendenza progettuale, che conferiva forme avveniristiche insieme alla suggestione di proiettare gli umani verso l’infinito e oltre.

Le cupole realizzate con il sistema Binishell rappresentavano pienamente lo Zeitgeist della Space Age, con le loro calotte sottili e monolitiche in cemento armato, a base circolare, che univa il fattore estetico all’alta tecnologia, alla base della loro realizzazione, che prevedeva il sollevamento e la modellazione attraverso la bassa pressione dell’aria; inoltre si prestavano a un utilizzo flessibile per varie tipologie edilizie: dagli alloggi a prezzi accessibili a edifici industriali e padiglioni fieristici, un’altro fattore determinante erano i tempi di costruzione rapidi, uniti a un basso costo e a un’elevata resistenza. Forte dell’esperienza maturata negli USA, dove aveva innalzato, nel 1967, un Binishell in cemento armato di 15 metri di diametro alla Columbia University, l’impresa realizza la struttura della villa di Antonioni e Vitti in soli venti minuti, il tempo in cui la cassaforma pneumatica dinamica, per effetto dell’aria soffiata al suo interno, si solleva da terra insieme all’armatura metallica e al calcestruzzo, come un enorme bubble gum. Le porte e le finestre vengono tagliate e  modellate a cemento indurito. I lavori di completamento della villa durano solo quattro mesi, dalla fine di agosto del 1970 al 21 dicembre dello stesso anno, quando ne viene dichiarata l’agibilità. 

L’emisfera che costituisce lo scheletro della villa è divisa longitudinalmente in due parti: una zona giorno a doppia altezza, di sei metri, caratterizzata da una scala in granito con i bordi sbozzati in modo irregolare, con un’ampia vetrata e un portellone che si affacciano sulla terrazza con vista mare, e un’altra zona, tagliata orizzontalmente su più livelli, in cui sono collocate le stanze da letto, la cucina e i servizi. Un patio centrale di forma organica, illuminato dalla luce zenitale di un oculo, funge da raccordo tra la zona giorno e gli altri ambienti. 

Nonostante la sua totale estraneità ai principi insediativi tradizionali galluresi – le abitazioni degli stazzi sono semplici costruzioni di pianta rettangolare, in blocchi di granito, a uno o due piani, diverse dalle case campidanesi, che conservano l’aspetto della domus romana – la villa di Antonioni e Vitti dichiara manifestamente la non relazione con il paesaggio circostante, ma evita al contempo lo stridore della macroscala e gli eccessi isterici degli archi delle case di vacanza che negli anni successivi avrebbero devastato la costa nord della Sardegna. La Cupola ammette con sincerità il suo scollamento con l’architettura rurale preesistente, a differenza dell’invenzione pianificata dello stile smeraldino inaugurato dalla Porto Cervo di Luigi Vietti, Jaques e Savin Couelle, Giancarlo e Michele Busiri Vici, Raymon Martín e Antonio Simon Mossa, architettura che influenzerà profondamente l’edilizia turistica dell’isola, con il suo linguaggio vernacolare immaginato. Diversa la posizione di Marco Zanuso, che nel 1963 progetta una casa nella costa di Arzachena, in pietra locale, dopo un’attenta ricerca e osservazione delle tecniche costruttive tradizionali e un confronto meditato con la storia e il contesto naturale. Ma questa è un’altra storia

La Cupola
Costa Paradiso, Trinità d’Agultu (SS), Sardegna, Italia
Studio di Architettura Dante Bini & Associati
Committenti: Monica Vitti e Michelangelo Antonioni
Direzione lavori: Dante Bini
Impresa Edile Pola
1970-1971

https://www.domusweb.it/it/architettura/2018/07/09/dante-bini-la-cupola-costa-paradiso-sardegna.html

2 Comments

Scrivi un commento