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Pickard Chilton The Art of Collaboration – recensione di Mario Pisani

Sembravano scomparsi, persi nella notte dei tempi i bei libri rilegati in tela blu, con inciso il nome dell’autore e il titolo dell’opera oltre all’indispensabile nastro giallo che funge da segnalibro. Invece esistono ancora. Vengono dalla lontana Australia, protetti da una scatola di cartone che rende più prezioso il contenuto. Una volta aperta, è possibile scoprire il lavoro di uno studio: Pickard Chilton che non frequenta le grandi mostre, né sfida i colleghi con teorie e opere strabilianti dalle pagine dei giornali, ma realizza brani urbani e singoli edifici sotto il segno di una modernità che non urla o strepita, ma trasforma con rigore e pazienza le proprie idee in fatti concreti.
Insomma l’architettura americana non è solo quella di Frank O. Gerhy o di Richard Meier. Esiste una scuola che parte da Eeroo Saarinen, passa da Cesar Pelli, l’autore delle Torri Petronas a Kuala Lumpur, in Malaysia e giunge fino ai nostri che hanno fatto valide esperienze nello studio del progettista argentino recentemente scomparso. Un filone sovente sottovalutato dalla critica e dalla storiografia contemporanea che vale la pena studiare dal momento che la luce dello star system sembra appannarsi e nel firmamento stentano ad apparire nuove astri splendenti.
Il marchio Pickard Chilton indica uno studio di architettura che da New Haven, nel Connecticut, dove hanno lo studio, opera in tutto il globo, oltre che negli Stati Uniti. Penso ad esempio per il Global Gateway Shinagawa a Tokyo che si sviluppa per un vasto tratto della capitale del Giappone con numerosi edifici. Divenuto noto per la competenza dimostrata nella progettazione di grandi complessi, sovente vere e proprie icone nel panorama delle città in cui si insediano. Si tratta di sedi di imprese multinazionali, grattacieli per uffici, hotel e strutture accademiche.
La politica che gli ha permesso di realizzare le loro opere consiste, come illustra egregiamente Cesar Pelli nella premessa del volume, nel riflettere i valori del cliente e quindi di rappresentarlo nel migliore dei modi possibili. Del resto, lo ricorda già Frank Lloyd Wright, la bellezza dell’architettura dipende dall’intelligenza del committente. Su questa indicazione progettano presentando ai committenti un approccio basato sulla conoscenza che enfatizza la visione del design, l’integrità, il focus sugli obiettivi del cliente per realizzare opere sulle quali vale la pena investire perché avranno un utile ritorno. Questi sono i punti essenziali evidenziati da Michael J. Crosbie, il curatore del volume, docente all’Università di Hartford.
Entrando nel merito delle costruzioni si nota che a caratterizzare il loro lavoro è lo schizzo iniziale fatto a mano, a volte impreziosito dall’acquarello, che riesce a rendere rapidamente l’idea di come sarà realizzata l’opera in questione. Il disegno, mentre l’attuale società sembra correre affannosamente verso la dimensione tecnologica, indica non solo la necessità di trasmettere un metodo di verifica dell’idea progettuale ai giovani che sembra sparito dalle aule delle università, ma la freschezza del rapporto tra l’idea che sottende quella proposta e la mano che è pronta a disegnarla. Penso ad esempio al Central Atrium del CalPers Headquarters Complex, al The Ro master plan o al T3 RiNo.
Un altro elemento su cui vale la pena riflettere consiste nella messa a terra dell’edificio che molto spesso nelle opere correnti viene sottovalutata e trattata banalmente. Eppure rappresenta l’elemento più evidente di come la costruzione accoglie che si rapporta con essa, per alcuni versi il volto stesso dell’architettura che dovrebbe essere aperto, ben disposto e accogliente come avviene nei progetti dello studio. Penso al The Ro, a Houston nel Texas, al The Eight Bellavue a Washington o nel Devon Energy dove a diventare elemento di nota dell’intera architettura è la sua trasformazione in una rotonda che distribuisce il flusso di chi opera all’interno per sei piani che diventano il passaggio tra la torre e l’edificio basso. Non siamo più in un atrio tradizionale che cresce in altezza per dimostrare l’importanza della committenza, ma in una vera e propria piazza circolare focus della proposta dove avviene “lo scambio degli sguardi” .
Forse anche a questo serve l’architettura.

Testo: Pickard Chilton The Art of Collaboration, a cura di Michael J. Crosbie, The Images Publishing Group Pty Ltd Australia 2021 p. 240 con numerosissime foto e disegni a colori, s.i,p.
In copertina: Uber Sky Tower, Pickard Chilton, Los Angeles, California.

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