Napoleone…”fu vera gloria”? – di Massimo Locci

A duecento anni della sua morte,  da quel noto 5 maggio, ci si interroga ancora se quella di Napoleone “fu vera gloria” e quanto sia stato significativo/duraturo l’influsso della sua visione politica sulla struttura organizzativa degli stati conquistati in un brevissimo lasso di tempo. La sua è stata un’azione riformatrice complessiva, con riflessi diretti sulla cultura e sull’urbanistica delle città.
Quando nel 1796  conquista il Regno di Sardegna, Napoleone non destruttura solo un insieme disorganico di stati ma, per contrappunto, fa emergere nelle popolazioni italiane la consapevolezza di poter costruire una idea di nazione. Non a caso in quel periodo si combatte a fianco dei francesi sotto la bandiera tricolore,  si  pubblicano i giornali che sostengono la necessità dell’Unità d’Italia, si discute di libertà ma, anche, della creazione di un idioma e di una identità culturale nazionale.
Purtroppo, alla spinta di innovazione iniziale, che per l’Italia ha significato il superamento dei secolari problemi di arretratezza e l’isolamento culturale, seguì una fase napoleonica contro-rivoluzionaria, coincidente con l’idea di costituire un impero mondiale, dal Mediterraneo al Mare del Nord. Pertanto, alle conquiste militari fa seguìto solo una embrionale riorganizzazione degli apparati dello stato, strutturato con un governo centralizzato, ma anche con forme di autonomia gestionale nelle Province.
Nel breve governo bonapartista, dal 1805 al 1814, in tutte le città italiane vengono elaborati progetti di ampio respiro (molti realizzati negli anni successivi  alla disfatta dell’imperatore) interessanti soluzioni produttive e infrastrutturali (ponti, canali, bonifiche territoriali), servizi e attrezzature pubbliche (scuole, ospedali, cimiteri, uffici dell’amministrazione), riqualificazioni urbane e interventi di carattere monumentale, anche come integrazione e recupero dell’antico, (archi di trionfo, parchi, piazze, scavi per lo studio/valorizzazione di ambiti archeologici).
A Milano, capitale del Regno d’Italia napoleonico (che comprendeva buona parte del settentrione), Luigi Canonica e Giovanni Antolini si confrontano nell’area del Castello Sforzesco sul tema dell’espansione della città e della nuova urbanistica, con soluzioni alternative ma entrambe di grande rilevanza architettonica. In particolare il primo immagina un grande parco urbano con il trionfale Arco della Pace, il secondo progetta il Foro Bonaparte (una città-piazza circolare di 570 metri di diametro) riferibile alle teorie di Boullèe e Ledoux. Ciò che si è realizzato è un ibrido tra le due ipotesi.
Con precisi riferimenti alla visione napoleonica, “Lo stile Impero”, a Torino si imposta il piano di ampliamento del 1817, si realizzano due grandi piazze monumentali e scenografiche (Statuto e Vittorio Veneto con la chiesa Gran Madre di Dio). Una medesima impostazione strategica si rileva nella sistemazione dell’area dell’Acquasola a Genova, con il Foro ellissoidale di Emanuele Tagliafichi, e negli interventi di Pasquale Poccianti a Lucca e a Livorno.
A Bologna, oltre alla sede dell’Istituto Nazionale sul modello dell’Institut parigino, al potenziamento dell’Università e l’Accademia di Belle Arti, si restaura in stile neoclassico il Palazzo Ranuzzi-Baciocchi.
A Venezia, al periodo di elaborazione teorica dei principi neoclassici, con Carlo Lodoli e Francesco Algarotti, segue la fase attuativa con Tommaso Temanza e Giovanni Scalfarotto, che realizzano rispettivamente  la chiesa della Maddalena e quella San Simeone Piccolo.
A Napoli, sotto Gioacchino Murat, si realizzano tre capisaldi dell’architettura neoclassica italiana: la piazza semicircolare porticata del Plebiscito di Leopoldo Laperuta, La Chiesa di San Francesco di Paola di Pietro Bianchi e il Rettifilo, grande asse di riorganizzazione urbana di impronta hausmaniana.
I progetti di rinnovamento urbanistico dei francesi per Roma si caratterizza per la sistematicità e interrelazione tra ampie zone della città; in particolare le sistemazioni degli accessi da nord dell’area della via Flaminia, comprendente la piazza del Popolo e una passeggiata panoramica lungo le pendici del Pincio (Parco del Grande Cesare).
Il progetto, attuato negli anni 1818-34, viene redatto da Giuseppe Valadier, la prima figura moderna e completa di architetto, restauratore (restauro dell’Arco di Tito e dell’Anfiteatro Flavio) e urbanista italiano. Altre sue significative proposte a scala urbana riguardano l’area del Foro di Traiano, lo snodo di piazza San Pantaleo con il Palazzo Braschi..
Nel quinquennio bonapartista i referenti del governo francese i Prefetti realizzano un vero e proprio serbatoio di progetti, con moderni approcci metodologici, idee innovative e in linea con la ricerca internazionale coeva.  Perseguite con razionalità e concretezza, soprattutto prodotte in un lasso di tempo brevissimo e condivise attraverso embrionali concorsi di progettazione, le strategie di rigenerazione urbana sviluppate nel quinquennio napoleonico sono tutte di estremo rilievo.
Se fosse prevalsa la logica della riduzione del monumentale e dall’austero linguaggio neoclassico oggi, probabilmente, ragioneremmo su un’altra storia dell’urbanistica italiana.

 

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