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“MOS Casa No 1-17” – recensione di Mario Pisani

Essenziale, addirittura scarna la copertina di tela color paglia. Porta inciso solo il nome dello studio e il numero di case presenti nel volumetto che si pregia di un testo di Stan Allen.
Sfogliando le pagine ci si dischiude un mondo, ignoto a chi non frequenta la periferia degli States. Se si approfondisce lo sguardo si scopre quanto questa professione sia mutata. Non esiste più il classico rapporto tra il progettista e il luogo, simile a quello intrecciato tra Giancarlo De Carlo con Urbino o Mauro Andreini con Montalcino e dintorni. Gli architetti tornano a essere clerici vagantes e, come in questo caso, le loro realizzazioni si insediano negli spazi più diversi. Da Honeony, New York a Ontario, Canada; da Satr Axis New Messico, a Lexington Massachussets. Ed ancora da Chicago Illinois a Los Angeles, California. Ma anche Ordos, Inter Mongolia, China a Matarraña Spagna.
Il primo interrogativo che nasce spontaneo porsi è dunque: il sito incide sull’architettura? La risposta consiste in una “calcolata indifferenza” per usare una frase coniata da Robert Venturi. E più in generale, continuando ad indagare sulle opere che sfilano davanti ai nostri occhi, esiste un senso comune che lega insieme i 17 progetti di case unifamiliari?
Ognuno può dare una propria interpretazione, come avviane per un quadro o una scultura e spesso i giudizi sono uno diverso dall’altro. Un critico ha identificato il loro percorso, pur senza l’uso di capitelli o timpani e richiami all’Accademia, ad uno stile che si identifica con il Neo-Post-Moderno. Ma chi sono i MOS ? Uno studio di architettura con sede a New York, fondato da Hilary Sample e Michael Meredith nel 2005 che insegnano alla Columbia University e alla Princeton University. Tra i progetti più recenti, oltre a quelli documentati nella pubblicazione, quattro edifici studio per il campus di Krabbesholm Højskole, il centro visitatori del Museum of Outdoor Arts Element House,  e l’orfanotrofio e centro di apprendimento Lali Gurans a Kathmandu, in Nepal.
Il modo di intervenire non è certo quello che evoca lo studio dell’architettura come linguaggio ma l’interesse a costruire case. E quindi ai materiali, alle proporzioni, al modo di realizzarle. Ed ancora  ai colori, alle aggregazioni dei volumi, alle tipologie con un trasporto verso il vacuo e un indiscusso piacere per i ready-made. Senza tralasciare l’economia e la “bellezza trascurata del mondo”. Il tutto condito dall’ironia. Il risultato finale? Davvero affascinante. In particolare la casa N. 2, la 8 che evoca un castello turrito, la 10 per il cortile interno e la 14. Peccato che non è stata costruita.

MOS Casa No. 1-17, Editore Librìa Melfi 2021, p. 180 con numerosi disegni e foto in b. e n.; €20,00.

House No. 14 A Room, Chimney, Cistern and Roof.

House No. 8 Ramp Hill

House No. 8 Ramp Hill

In copertina: House No. 14 A Room, Chimney, Cistern and Roof.

 

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