RICORRENZE FUTURISTE: UN OMAGGIO A GIACOMO BALLA – di Alessandra Muntoni

A 150 anni dalla nascita di Balla (Torino 1871), la Galleria Russo di Roma dedica al pittore futurista una importante mostra con molti inediti, curata da Fabio Benzi. I materiali provengono da archivi privati e dalla Casa Balla a via Oslavia che verrà aperta al pubblico a fine maggio con un accordo col MAXXI.
Sarà emozionante entrare nella casa della famiglia del pittore, ma intanto la mostra romana riesce a fare una intelligente sintesi che, dalle prime esperienze divisioniste e dall’esplosione futurista, arriva alle caleidoscopiche sperimentazioni astratte dedicate ai fiori con una luminosa tavolozza di colori.
Mi hanno impressionato due immagini: il suo autoritratto del 1894 e la grande tempera (36 x 181) cm dal titolo “Linee forza di mare” del 1919.
Il ritratto, emergente da un fondo scurissimo, voltato di tre quarti, mostra un volto che sembra ti rivolga la parola, oltre che quello sguardo penetrante degli occhi verdi nelle iridi e azzurrissimi nelle cornee. Esprimono severità, concentrazione, preveggenza di eventi: avan-sguardo. La bocca è socchiusa sotto quei baffi rossastri e aguzzi appena arricciati all’insù. Possono confrontarsi con i suoi pennelli?
Le “linee forza di mare”, invece, procedono da una sperimentazione già aperta con le “Compenetrazioni iridescenti” del 1913 e avranno lungo seguito. Nell’estate del 1919, Balla con moglie e figlie trascorre le vacanze sulla spiaggia di Viareggio e, scrive la figlia Elica, “passava delle ore fermo sul molo a prendere appunti sui suoi taccuini”. Dobbiamo immaginarci Balla che guarda  il mare e cerca di introiettare le linee del moto costante ma sempre diverso delle onde e il fondersi, compenetrarsi, della corsa delle vele a fior d’acqua.  Era per lui un modo di catturare gli “equivalenti astratti” dalla natura. Un tema che continuerà a pervadere la sua capacità interpretativa delle “linee andamentali” come segno di un futurismo pervasivo ma cangiante. Magnifica la serie dei quadri che ne estrae con geometrie e colori sfumanti in grigi, violacei, blu scuri, verdi, gialli, rossi rugginosi ad accogliere tutte le mutevolezze atmosferiche.
Si può confrontare con quanto scrive Ardengo Soffici in un testo poco studiato del 1920, Primi principi di una estetica futurista, dove tra i primi nella cultura europea teorizza il valore astratto dell’arte: “Allorché, trascurando il significato, il senso di una rappresentazione, si fissa la nostra compiacenza sul mistero emotivo risultante dalla connessione degli elementi materiali dell’opera (colori, linee, piani,  volumi¸ superfici, proporzioni; parole, ritmi, immagini; suoni, accordi) allora solo si entra il contatto col fenomeno artistico, se ne possono stabilire le leggi profonde; ed è su questo schema che può cominciare a cristallizzarsi la nostra sensibilità geniale”. Del resto, anche per Soffici, il “profondarsi tutto nell’astrazione” proviene da un rapporto arcano tra arte e natura.
Ecco, nella lunga teoria delle vele fluttuanti sulle onde delle “Linee forza di mare” leggiamo la ricerca irrequieta ma armonica di Balla, sentiamo il movimento e il suono delle increspature dell’acqua, capiamo che anche le vele delle barche appartengono al mare, percepiamo lo scorrere dei bianchi dalle tele tese dal vento alla spuma marina e il cangiare delle sfumature degli azzurri e rossi dal cielo al mare, l’intersezione dei triangoli in movimento e in fuga lungo l’orizzonte: leggiamo il “mistero emotivo” del paesaggio, ma ne cogliamo la sua trasfigurazione in geometrie note quanto instabili.
Questa la formidabile attualità di Balla.

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