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Rem Koolhaas: sei gradi di separazione – di Vincenzo Ariu

Il pensiero analogo come necessità metafisica, come superamento dei limiti conoscitivi, ratio analogica, caratterizza dalle sue origini la storia occidentale. Il pensiero illuminista ne chiarisce il ruolo come strumento conoscitivo e prima Hume e poi Kant ne circoscrivono i confini. Il processo conoscitivo si forma attraverso associazioni di impressioni e idee secondo vincoli costanti, i principali dei quali sono somiglianza, contiguità spazio-temporale e causalità. Soprattutto Kant, preso atto dell’impossibilità di una conoscenza della cosa in sé e di conseguenza della vanità di una ricerca metafisica. Kant afferma che i fenomeni, per quanto “staccati” gli uni dagli altri, risultano, in realtà intimamente connessi gli uni agli altri: il legame che relaziona ciò che si dà alla percezione è una relazione reale, che non implica il superamento del principio di eterogeneità delle sostanze.
Nelle teorie architettoniche le ragioni della forma e le sue analogie “linguistiche” sono state al centro della ricerca del “fondamento” e sono debite dell’eteronomia disciplinare anche quando ne difendono  l’autonomia. Circoscrivendo il campo d’indagine ci si interroga sul ribaltamento del paradigma analogico di matrice kantiana che trova compiutezza nelle ricerche di autori quali Ungers, Giorgio Grassi e Monestiroli contrapposta al pensiero contemporaneo che nell’impossibilità di definire una sistematica non può che aspirare ad una tassonomia. In questo senso la figura centrale del dibattito architettonico è Rem Koolhaas. L’analogia allora si trasforma in relazioni determinate, predefinite e artefatte, e indeterminate, impreviste e casuali.  Per decifrare questo nuovo atteggiamento non sono sufficienti i giochi linguistici (Wittgenstein) ancora troppo kantiani, ma dobbiamo avere il coraggio di affidarci alle logiche matematiche, relazionali tra i possibili con la consapevolezza che nella complessità e nell’indeterminatezza è possibile ritagliare “mondi formali” intelligibili, cioè in sostanza le forme della nostra cultura contemporanea, ma forse anche di quella passata.  In questo senso le teorie dei piccoli mondi o dei sei gradi di separazione applicate alle reti (network), sono modalità già metabolizzate, a volte inconsapevolmente, dalla apparente crisi delle teorie della forma architettonica o meglio del proliferare di teorie personalizzate (poetiche) ad uso e consumo del singolo architetto autoriale.
In una breve esamina di alcuni teorici possiamo intravedere il nuovo paradigma:
Antonio Monestiroli protagonista della stagione dominata dalla “Tendenza” sostiene < che l’architettura è la manifestazione della ragione degli edifici> il che <significa distinguere nel procedimento due diversi aspetti di essa: il primo di conoscenza e definizione di tale ragione, attraverso il processo di generalizzazione della funzione, il secondo di costruzione di un sistema formale atto a rendere manifesta tale ragione.> (Monestiroli 1977, L’architettura della realtà).
La forma in architettura è quindi il risultato storico della conoscenza di un tema (spazio/funzione/istituzione) che si manifesta nel susseguirsi di analogie tra tipi e figure/tipi che nel loro insieme definiscono la ricerca di una verità del fenomeno.
In Giorgio Grassi l’essenza elementare dell’architettura si ritrova nei suoi caratteri archetipici – dove l’archetipo ai suoi occhi incarna il contenuto stesso e la motivazione umana dell’architettura -, attraverso un repertorio di elementi analoghi che contengono in essi stessi le soluzioni funzionali di carattere generale: <Uno soltanto è il modo, secondo Laugier, per far corrispondere l’architettura all’esigenza di verità, alla ricerca di una sincerità espressiva: quella di ricondurla alla condizione di archetipo, di ristabilire cioè la relazione di necessità che lega l’architettura ai suoi motivi originari> (Grassi 1969, Analisi e progetto)
Per  Ungers l’analogia è uno strumento indispensabile per la produzione artistica, che consente una forma di conoscenza della realtà fondata sulla rappresentazione, su un pensiero morfologico che procede per immagini. Nel libro Morphologie propone una serie di coppie di immagini analoghe in ciascuna delle quali una rappresenta la pianta di una città. Le immagini sono accoppiate rispetto ad un tema che esprime il nesso, il principio omogeneo che le pone in relazione, in analogia: all’immagine di uno schema urbano è associata quella di una antenna per telecomunicazioni, entrambe analoghe rispetto al tema della distribuzione radiale, e l’immagine di una città fortificata è messa in relazione rispetto al tema della “difesa” (di uno spazio, di un luogo) a quella di una portaerei. L’esercizio al quale Ungers si sottopone consiste quindi nell’osservazione/conoscenza di un’immagine – nel caso di City metaphors dello schema o della pianta di una città – che permetta di individuare mediante sintesi un tema, un principio formale rispetto al quale associare una o più immagini analoghe.
Nella contemporaneità Rem Koolhaas rinuncia alla teoria, ma non alla storia disciplinare. L’analogo si spoglia di velleità universali. Le genealogie delle forme creano uno spettro indifferenziato che non contiene nuclei di verità. Si supera il razionalismo illuminista e ci si apre in un mondo quantico nelle quali le relazioni esistono ma sono per lo più determinate dall’osservatore. La storia degli elementi dell’architettura è significante in sé e non necessita più di interpretazioni fondative ma del semplice utilizzo. L’analogo non sta nel significato ma nell’uso che di volta in volta la contingenza pone. In questo senso le relazioni tra gli elementi sono un fatto statistico che permettono al massimo sei gradi di separazione,  sei soli passaggi per connettere tra di loro elementi anche lontanissimi.

Immagine: Rem Koolhaas, ritratto, Biennale di Venezia, www.dezeen.com

In copertina: OMA, Sergio Grazia · 14 Biennale di Venezia. Elements of Architecture · Divisare

Vincenzo Ariu (architetto, Ph.D.)
via Milano 16/17 17019 Varazze

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