Quale futuro per la città post-pandemica? – di Massimo Locci

La pandemia ha fatto emergere problematiche non sono solo di natura sanitaria che possono essere risolte solo se si affrontano sinergicamente partendo da più punti di vista, rinnovando i valori del vivere collettivo, condividendo nuovi principi insediativi, ponendosi domande per un nuovo immaginario urbano.
Considerando il nostro specifico operativo, le prospettive del  Recovery Plan Italia, rappresentano sicuramente la più grande occasione di sviluppo che il nostro paese attendeva da decenni. Il Piano è strategico per il rilancio complessivo della nostra economia, con una visione più attenta all’ecologia e al sociale.
Come è noto si prevedono programmi e investimenti per circa 220 miliardi di euro, con azioni articolate in varie aree tematiche strutturali: molte riguardano il mondo dell’architettura, dell’innovazione e della cultura tecnica.
Con la cosiddetta transizione ecologica si potrà intervenire sulle grandi infrastrutture di collegamento nazionale ma, anche, sulla mobilità urbana sostenibile, sull’organizzazione funzionale della città, sul potenziamento delle attrezzature, sulle residenze.
In particolare le sei macro aree prioritarie trovano ampie possibilità operativa nelle città: specificamente per lo spazio pubblico costruito, per i corridoi verdi, la rigenerazione degli ambiti ex-produttivi e dismessi, il paesaggio agrario interstiziale. L’agricoltura urbana consente, infatti, di attuare non solo interessanti processi produttivi ed economici, ma anche una rigenerazione sociale e paesaggistica: in particolare le innovative ‘vertical farm’.
Nel vasto tema della riqualificazione è necessario, però, mantenere alta l’asticella e porre adeguata attenzione ai valori essenziali della qualità urbana. Gli interventi del Recovery Plan  potrebbero essere estremamente positivi o assolutamente deleteri e tombali per una moderna visione delle città.
Se il patrimonio edilizio esistente da rigenerare è, infatti, inserito in tessuti edilizi ancora efficienti e organicamente sinergici con gli orientamenti urbanistici contemporanei, le agevolazioni fiscali consentiranno di facilitare la messa in sicurezza strutturale e un adeguato contenimento dei consumi energetici (in questo caso il Sisma Bonus e l’Eco Bonus sono strumenti validissimi).
Se, viceversa, trattasi di ambiti degradati, senza un vero disegno urbano, casuali, senza spazi pubblici e servizi, con manufatti anti-igienici e senza alcuna logica costruttiva, realizzati spesso in regime di abusivismo, allora è necessaria la sostituzione integrale dell’edificato esistente, ricostruendo nuovi quartieri con  una diversa sensibilità urbanistica, figlia  della cultura espressiva e tecnologica contemporanea.
In particolare  fornendo risposte adeguate ai nuovi modi di vita e non elusive rispetto all’efficientamento energetico. Bisogna indirizzare gli investimenti nella riqualificazione delle zone periferiche, sviluppando maggiormente il social housing e gli alloggi economici per le nuove categorie sociali.
I territori devono trasformarsi per dare risposte adeguate alle esigenze di una popolazione cambiata profondamente nella sua struttura socio-economica, nelle sue abitudini e nei suoi modi di vivere. Orientamenti in atto che con il Covid 19 si sono meglio precisati.
La crisi, dunque, ha accelerato alcuni processi che costringono a immaginare nuovi modelli per lo spazio pubblico, i luoghi di lavoro e la residenza. Le aree urbane dovranno porsi in dialogo con le valenze ambientali e garantire anche  protezione sanitaria e inclusione sociale, creando polarità locali per infrastrutture ospedaliere di prossimità, strutture di assistenza diffuse.
Il riferimento è alla “città dei 15 minuti”, di cui si discute da anni, che bene prefigura la città post-pandemica, con quartieri sempre più polifunzionali e autosufficienti per limitare gli spostamenti. Peraltro le consegne a domicilio, i droni, le stampe tridimensionali, ‘Internet of thinks’ hanno già rivoluzionato il sistema dei trasporti commerciali.
Causa la chiusura di tutti gli spazi museali, dei teatri e degli auditorium, inoltre, si è incrementata la fruizione virtuale di mostre, collezioni, spettacoli. Tutto ciò configura anche aspetti interessanti, di cui è necessario valutarne limiti e prospettive.
Tra i temi più generali al centro del dibattito internazionale, il declino delle megalopoli globali e, a livello nazionale, alcuni effetti positivi legati all’organizzazione delle aziende del terziario e del commercio, alle nuove procedure di lavoro a distanza. Quest’ultimo sta già determinando un riequilibrio tra grandi città e centri minori, un embrionale ritorno al sud (il cosiddetto south working) e un raccordo di tipo trasversale, da costa a costa passando per le aree interne.
Le proposte in attuazione del programma comunitario dovrebbero essere capaci di valorizzare le nostre specificità territoriali, attuando la cosiddetta e poco definita ‘transizione ecologica’ in modo concreto, rendendo le nostre città accoglienti e sicure, sostenendo massicciamente le Green Belt, i programmi di riforestazione urbana, pensando a infrastrutture per una mobilità urbana dolce e integrata con il sistema dei trasporti pubblici.
In questo senso l’edilizia residenziale pubblica può diventare un volano per la riqualificazione delle periferie e per ripopolare le aree interne. Contemporaneamente il turismo dovrebbe invertire la rotta, superare la logica delle seconde case e svolgere un ruolo di sviluppo eco-compatibile, legando le aree di forte attrazione turistica con quelle più deboli dei centri storici abbandonati, delle aree naturalistiche e protette, attraverso infrastrutture soft  e a fruizione lenta.
Il virus ci ha costretto a cambiare i nostri sistemi di vita, a imparare quante ulteriori attività si possono fare nelle case, ottimizzandone e potenziandone le funzionalità, mettendo in discussione i confini tra spazi individuali e collettivi. Si pensa a un’attualizzazione delle unità di vicinato, tipiche dei borghi antichi, a spazi di pertinenza all’aperto per il tempo libero, per la formazione e per il lavoro a distanza.
Anche se non sfugge che, oltre alle opportunità e alle compatibilità positive, potranno emergere nuovi problemi e fragilità (aggiuntivi rispetto al cambiamento climatico), ulteriori conflitti legati al cambiamento di strategia territoriale per il riequilibrio dei territori interni, spesso deboli e marginali. Il Recovery Plan non potrà non confrontarsi con questi scenari.

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