ISE FRANK GROPIUS, “LA SIGNORA BAUHAUS” – di Alessandra Muntoni

C’è un luogo comune ben noto: dietro ogni grande uomo c’è una grande donna. Comune e anche un po’ ipocrita, perché se lui rimane grande, lei “appare” grande, forse talvolta lo è, ma di fatto gode di luce riflessa ed è costretta nel tempo a scomparire. L’architetto Jana Revedin, nel suo La signora Bauhaus (Köln 2018, Neri Pozza, Padova 2020), sembra volere ribaltare la questione e restituire a Ise Frank, moglie di Walter Gropius, un ruolo primario. Tutto a scapito dei personaggi maschili del Bauhaus che retrocedono a comparse o a intrattenitori qualche volta insopportabili. Attenzione, si tratta di un romanzo e non di un libro di storia, come l’autrice spiega nella postfazione, fatto che consente qualche stravolgimento ma che tuttavia non convince pienamente.
Revedin, docente di architettura all’Ecole Spéciale d’Architecture di Parigi, affronta la questione mettendo in primo piano le amiche della giornalista e critica Ise Frank. Tutte avranno a che fare con Gropius: Lise, architetto, perché lavora con Erwin Piscator sottraendogli l’allestimento di Bandiere, la fotografa Irene Hecht perché studentessa nel Bauhaus e Dottie, moglie di Konrad Adenauer, che proporrà a Ise di spostare da Weimar a Colonia la sede del Bauhaus, cosa che però non le riuscirà.  E poi Manon, l’autoritaria madre di Gropius che si scopre essere la sorella del medico che ha curato la madre di Ise, attrice morta forse suicida. Manon sconsiglia inutilmente il matrimonio che però si farà, perché “Gropius ha bisogno di Ise”, utilissima per i suoi articoli di propaganda della scuola. Ise coglie l’occasione addirittura come destino della propria vita.
Vediamo allora gli uomini del Bauhaus tratteggiati da Revedin. Gropius risulta davvero inconsistente, un dongiovanni, instabile, incerto, fedifrago, spesso abulico. Neanche un bravo oratore, seppure Ise sia andata ad ascoltarlo alla conferenza nel 1923 a Berlino, senza restarne del resto irretita. Più interessanti i due giovani: il gentile Marcel Breuer, un po’ balbuziente però, ma entusiasta del nuovo modo di costruire e il presuntuoso ma irresistibile Herbert Bayer che parla male di tutti − soprattutto delle studentesse del Bauhaus − ma finisce per conquistare sia Irene che la stessa Ise.  Si salvano soltanto Lázló Moholy Nagy e Oskar Schlemmer, che seduce con le sue maschere teatrali.  Infatti, è proprio Ise la bella ragazza mascherata seduta sulla Wassily di Breuer, fotografata da Irene. Kandisnkij e Klee sono poco più che due macchiette e: “Itten è un pazzo”, si lamenta Gropius. Tra le donne, ed è giusto, primeggia Marianne Brandt.
Taut è la vera eccezione: compare come profeta della casa di cui la donna è protagonista e nel 1925, ben due anni prima della Frankfurter Küche di Grete Schütte-Lihotzky, Ise si fa costruire da lui una cucina ergonomica con apparecchi ultramoderni nella casa del direttore. Dunque, anche in questo caso Gropius resta dietro le quinte, sopraffatto dalle idee di altri, ma stavolta è Ise che sottrae proprio a una donna, Grete, il primato di aver costruito la cucina d’avanguardia.
La cosa più straniante, anche se divertente, è il momento dell’abbandono (qui inspiegabile) della scuola da parte di Gropius. Ha chiamato Hannes Meyer a sostituirlo senza conoscerlo bene e Meyer si rivela un narcisista che ostenta come metodo un grossolano marxismo: secondo lui l’architettura altro non è che “organizzare processi di lavoro”. Critica il quartiere di Törten considerandolo un “imborghesimento delle forme proletarie”. Lo scontro tra Meyer e Loos, ormai malatissimo ma sempre caustico − mentre Gropius, ovviamente, è assente per una conferenza all’Aja − è degno di una grottesca scena da cabaret viennese. Loos esplode così di fronte alle frasi di Meyer: “Cosa va blaterando quel cretino? Gli hanno incenerito il cervello? Lasciando solo blocchi di merda marxista? Buttatelo subito fuori di qui”. Sarà difficile calmarlo.
Così, ce n’è per tutti. Dopo queste (non so quanto utili) dissacrazioni, peccato che manchino proprio gli scritti di Ise Frank Gropius sul Bauhaus, almeno in appendice. Un invito a noi di reperirli e studiarli.

 

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