“Vito Teti, Nostalgia Antropologia di un sentimento del presente” – recensione di Mario Pisani

L’autore, docente di Antropologia culturale all’Università della Calabria e nostalgico per vocazione, nel 2017 ha dato alle stampe per l’editore Donzelli un prezioso volume: Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni che, soprattutto oggi, i progettisti dovrebbero leggere e annotare. Ora,  dopo numerosi rinvii, pubblica un testo essenziale che affronta una questione rimossa: la nostalgia, ovvero il pungente desiderio che cerca di recuperare ricordi, avvenimenti, esperienze lontane, rimosse dal tempo presente, un sentimento che può  assumere forma patologica chiamata nostomania.
Nei secoli passati si fuggiva  dalle città natali per iniziare il grand tour e completare la propria formazione. Si viaggiava alla ricerca delle tracce del passato nei magnifici paesaggi del Sud, come rimedio a ciò che chiamavano spleen, umore tetro e malinconico, insoddisfazione e noia, che troviamo nei testi degli scrittori romantici inglesi e francesi. Il suono di ballate apprese da bambini faceva cadere in depressione e addirittura rischiavano di morire le guardie svizzere costrette ad emigrare lasciando le proprie vallate. Anche gli abitanti dei paesi del Sud d’Italia venivano colti da smarrimento se si allontanavano dal campanile del proprio paese e ne perdevano la visione. Ciò avviene perché, per dirlo con  Joseph Roth, noi apparteniamo ai luoghi in cui sono sepolti i nostri padri.
Dobbiamo prestare attenzione a questa malattia dell’anima. Lo storico americano Mark sostiene: “i reazionari della nostra epoca hanno capito che la nostalgia è un potentissimo motivatore politico, forse ancora più potente della speranza”. Le speranze possono essere deluse, la nostalgia è indiscutibile. Il reazionario, entusiasmato dall’abbaglio per le meraviglie del passato, si considera “il guardiano di ciò che è successo davvero, non il profeta di ciò che potrebbe succedere” come il rivoluzionario. In realtà in tempi di pandemia avvertiamo che il peggio non ci sta alle spalle ma di fronte, e non riusciamo a identificare né immaginare un possibile futuro.  Vorremmo solo evitare che i segnali di quel peggio quotidiano si rovesciassero proprio su di noi.
La nostalgia indica che l’antropocene raffigura i mali dell’umanità e annuncia la sua fine, divenendo il segnale dei pericoli dell’estinzione. Le catastrofi naturali che appaino ciclicamente come le pestilenze, la fame per una parte della popolazione mentre l’altra è obesa,  la mancanza di lavoro, costringe gli uomini ad emigrare, a lasciare i paesi natali per andare oltre lo spazio originario.
Cosa possiamo fare dei paesi abbandonati, delle rovine, dei segni del passato, delle schegge impazzite e dei frammenti di un mondo che non siamo più in grado di riconoscere e comprendere perché fortemente mutato ? Cosa resta e cosa dovrebbe restare di tutto ciò? Di una terra dove tutto corre e si consuma in un tempo veloce dove il flusso delle informazioni ci sommerge impedendoci di capire cosa sia realmente importante e soprattutto vero.
L’attuale condizione umana ci rende esuli altrove. In esilio rispetto ad un tempo che non ci appartiene più, a luoghi che ci sono stati sottratti o da cui ci siamo allontanati per necessità, mentre si diffonde la condizione dell’esiliato. E “lo straniero è anzitutto l’altro che ciascuno può riconoscere in sé” come scrive Edmond Jabés.
L’alternativa consiste nel restare, come suggerisce Teti, e ciò comporta mettere a punto un grande affresco simile a quello che Caravaggio realizza nelle Sette Opere della Misericordia, ovvero “contare le macerie, curare gli anziani e gli ammalati, accompagnare i defunti, custodire e consegnare ricordi e memorie, raccogliere e affidare ad altri nomi e soprannomi, episodi di mondi scomparsi o che stanno morendo. Restare significa mantenere il sentimento dei luoghi e camminare per costruire qui e ora un mondo nuovo, anche a partire dalle rovine del vecchio”.  Per fare ciò l’autore propone la sua ricetta: riguardare e riconsiderare la potenza del mito, la dimensione del sacro, la capacità di visione e previsione, i poteri della mente non esperiti fino in fondo, ma liquidati come errori e superstizioni, frutto della fantasia alterata o dell’ignoranza delle persone del passato, relitti e sopravvivenze da cancellare. Ed ancora, citando Vittorio Lingardi “… per guardare avanti dovremmo guardare indietro ….. Non c’è psicologia del profondo senza apertura al mito …. L’altra riguarda la figura della nekya, l’antico viaggio per incontrare i morti e interrogarli sul futuro”. Il grande rimosso nella cultura occidentale. Insomma un percorso che ha un sapore antico, ci invita a ripensare i valori più profondi dell’uomo, ed è tutto da iniziare.

In copertina: Vito Teti, Nostalgia Antropologia di un sentimento del presente, Marinetti Editore Bologna 2020, p. 300 €20,00.

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