ULISSE É IL MEDITERRANEO – di Alessandra Muntoni

Ulisse è nuovamente al centro di molte letture critiche e di libri dedicati. Ne sono contenta. Al Tasso, il professor Troili ci fece leggere l’Odissea, prima dell’Iliade. Perché anche a lui piaceva la storia a ritroso? Non so, ma certo riuscì a convincerci che il ritorno dalla guerra è più importante della guerra, della quale mette in evidenza l’irrilevanza delle motivazioni. Comunque, è più importante della conquista di un territorio che nessuno è in grado di tenere. Il ritorno, poi, è l’avventura geografica di chi non s’acquieta, di chi non riconosce il potere dei grandi re, di chi è multiforme, trasmigrante, tocca tutte le civiltà possibili ma non ne rimane irretito, saggia le tempeste del Mediterraneo, ma non ne viene domato. Saggia anche il potere del mito, delle sirene, che ascolta da solo e forse non ode nulla, come suggerisce Kafka. E tocca quasi la fine del mondo, sia nella discesa nell’Ade sia nella morte alle Colonne d’Ercole. In fondo, Troia non è che un episodio, un avvenimento, mentre la storia di Ulisse, come insegna Braudel, è anti-événementielle, non riguarda l’avvenimento quanto invece la continuità stratificata delle condizioni materiali, economiche, culturali degli uomini, le loro contraddizioni, la loro ferocia e la loro nostalgia di casa, l’azzardo dell’inganno e la forza della vendetta.
È quanto ci ha spiegato Alberto Moravia nel suo Il disprezzo. L’antagonista dello sceneggiatore è un regista presuntuoso che ha però una formidabile intuizione: immagina un Ulisse come sposo lontano della rancorosa Penelope che lo disprezza, e ci spiega così la cruenta violenza della sua vendetta sui Proci, profittatori imbelli e certo poco pericolosi. La sproporzionata vendetta di Ulisse è di fatto contro Penelope che non lo ha riconosciuto perché non lo ha mai amato. La abbandonerà subito dopo, disprezzando a sua volta la donna cui ha crudelmente restituito la regalità.
Giovanni Pascoli, sorprendentemente, nei Poemi Conviviali (1904), racconta l’ultimo viaggio di Ulisse, dopo il secondo abbandono di Itaca. Un ultimo viaggio amaro e deludente, senza incontri clamorosi ed eroici fino a perdere cognizione di sé, tanto che alla fine esclama: «Solo mi resta un attimo. Vi prego! / Ditemi almeno chi sono io! chi ero!» / E tra i due scogli si spezzò la nave». Il suo cadavere finirà nella grotta di un’isola sperduta, parte quasi minerale della natura.
Bianca Sorrentino, invece, ha appena scritto Pensare come Ulisse, un libro che − ci dice Marino Viola −, “attraversa a volo d’uccello le figure che sono a fondamento del nostro immaginario”. E Silvia Ronchey, nell’articolo sul Robinson de “la Repubblica” (27 febbraio 2021) sostiene che “la lucidità dell’intelletto gli rivela fallace ogni possibile aspirazione: come all’inizio la guerra  che comunque è il suo ingegno a far vincere ai generali al comando, usando l’inganno del cavallo nel disprezzo dei loro principi d’onore”. Ci ricorda che il suo nome è Nessuno, Oudéis, anzi “uno e nessuno, come noi quando siamo messi alla prova oggi”, pirandellianamente come il Gengé di Uno, nessuno, centomila (1924) che alla fine perde la propria identità.
Ma torniamo a Dante nel 700.mo anniversario della sua morte. Pur relegandolo Ulisse nell’Inferno, Canto XXVI, lo descrive come modello modernissimo del ricercatore di verità: “Fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e conoscenza”.

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