“Perdersi L’uomo senza ambiente” – recensione di Mario Pisani

Di solito nutro dubbi sul valore delle ristampe perché ritengo che un saggio mostri la sua vitalità in sintonia col tempo che lo ha prodotto. La prima edizione di Perdersi risale al 1988 e c’è da  chiedersi quanti altri testi siano stati prodotti sull’argomento. Il volume che mi appresto a segnalare tiene conto di ciò o si tratta di una semplice ristampa che, con una nuova introduzione, al massimo aggiorna la bibliografia? Con questo dubbio acquisto il volume di un autore simpatico, conosciuto anni or sono. Ha prodotto una lunga serie di studi, che custodisco in libreria, come Mente locale (2004), il pungente Contro l’architettura (2008), e il più recente Essere amici (2019). Tutti degni di essere letti ed appuntati.
L’introduzione di Andrea Staid annuncia che il libro è fondamentale per chi vuol comprendere, al di là del distico di Hölderlin, il profondo significato di “abitare” mentre fare mente locale allude all’abilità di ambientarsi e di lasciarsi emozionare dallo spazio circostante. Questioni che non possono essere trascurate da chi si occupa di ambiente, città e architettura. In particolare ora che la speculazione tende a farsi più aggressiva e sempre più rari sono i luoghi dove si possa vivere una corretta relazione con l’intorno. Vero è che l’unico spazio dove i residenti possono organizzarsi è a casa propria, nella disposizione dei mobili. Eppure la questione dell’abitare non rappresenta un aspetto secondario della nostra vita, ma è sostanza di questa. Di certo, nonostante il fascino che esercita la nostalgia, come scrive Vito Teti, non possiamo rimpiangere i tempi andati, quelli delle  “corte dei miracoli”, con parti di città densamente popolate, affollate da un insieme di mestieri e connivenze, una trama impenetrabile a chi non ne facesse parte, ma impegnarci per poter tornare ad abitare il mondo in modo nuovo, utilizzando meglio le risorse e salvando ciò che resta.
Per fare ciò occorre ricordare, perché servano di lezione, le esperienze fallite come quella del complesso Pruitt–Igoe di Minoru Yamasaki, demolito dopo anni di violenze o la new town di Thamesmead che non ancora completata mostrava già i segni del rifiuto da parte degli abitanti. Dobbiamo chiederci se la risposta alla necessità di abitazioni per gli inurbati possano essere gli insediamenti informali, l’autocostruzione su terreni di risulta o l’occupazione degli stabili completati e mai abitati, esempio del grande spreco che ha contagiato il mondo. Siamo alla presenza di una risposta impazzita che alle necessità dell’uomo risponde proponendo città con periferie dormitorio inabitabili, costringendo i contadini ad abbandonare i loro campi per favorire nuovi insediamenti e le multinazionali del cibo che avvelenano la terra con i pesticidi.
E’ vero ciò che scrive La Cecla. L’ho constatato di persona. “Nell’insieme è più ricco di vita il cimitero abitato del Cairo di quanto non lo siano oggi la Unité d’Habitation di Marsiglia, il Gallaratese di Milano o i quartieri di Bofil alla periferia di Parigi”. Ed ancora come contraddire: “Sembra che l’architettura, dappertutto, abbia adottato per sé l’eccesso, il gesto esemplare, l’assurdo, ma sempre al fine di diventare una citazione di sé come nelle città costruite per la Disney Foundation o in tutte le gated communities del mondo, vero paradiso degli architetti che nella “chiusura” vedono compiersi un desiderio di sempre: non dovere avere a che fare con la complessità della città e con il casino rappresentato dai suoi abitanti”.
Ciò che ci manca oggi, come nel 1988, sono i “luoghi accanto”, quelli in cui la vita può trovare spazio per allargare lo spazio e stirarsi, stiracchiarsi”. Vale quindi la pena tornare a leggere Perdersi e impegnarsi a cambiare ciò che abbiamo davanti.

In copertina: Franco La Cecla, Perdersi L’uomo senza ambiente, Prefazione di Gianni Vattimo Introduzione di Andrea Staid, Meltemi editore, Fano 2020, €16,00.

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