“L’EUROPA È UNA CITTÀ”? – di Alessandra Muntoni

Renzo Piano immagina di sì: pensa a una “città invisibile chiamata Europa”. Ce lo spiega su Robinson − inserto di “la Repubblica” di sabato, 21 novembre 2020 − tracciando un’idea di futuro post-pandemia che faccia tesoro di quanto questa drammatica evenienza ha segnato nella nostra esperienza e nella nostra coscienza.
Ma attenzione, questa “città-Europa” ancora non c’è. Bisogna progettarla. Per quanto un atteggiamento così positivo sembri oggi quasi un controsenso, ne colgo il vivido stimolo, utile soprattutto per noi architetti che abbiamo l’obbligo di essere ottimisti. Mi piace il ragionamento di Piano che comincia dalla storia di Droctulft raccontata da Borges. Partito dalle selve del Nord per conquistare il mondo, questo guerriero longobardo rimane così incantato dalla fascinosa bellezza di Ravenna che, invece di distruggerla, ne diventa estremo difensore. Ha infatti scoperto qualcosa che non aveva mai visto: la città. “L’idea di città”, dice Piano, “non esiste in natura, è una grande invenzione dell’uomo che scaturisce dal bisogno di stare insieme”. Ecco la rivelazione da custodire gelosamente, da preservare nel tempo, ma anche da rilanciare in una scala inusitata che già esiste in nuce, ma che bisogna rilanciare in una concezione finora inusitata.
“La città cui penso io”, scrive infatti Piano “è l’Europa. Non intesa come l’insieme delle città europee, bensì essa stessa, l’Europa, come un’unica grande Città, sconfinata e diffusa, un susseguirsi di campagna, borghi, fiumi, boschi, ponti, mari e laghi, un mondo costruito, antropizzato, vissuto e civile”. Dunque, immaginiamo qualcosa che accomuni il Mediterraneo e il Mar del Nord, il Medio Oriente e le coste dell’Atlantico, un territorio geografico che per secoli è stato interscambio di “merci, parole, culture e ricordi” ma, anche di ferocissime guerre. Una sfida irresistibile e temeraria quanto necessaria, come necessaria è stata per millenni la città.

Il concetto comune a tutto ciò, dice Piano, è l’apertura. Oggi che siamo tutti chiusi ‒ obbligati per fortuna, aggiungerei, a meditare, a pensare, a chiederci il perché delle cose, il come cambiare le cose ‒ l’apertura, e quindi la relazione, la connessione, il rapporto tra i fatti, i tempi, gli spazi, la natura e l’artificio, diventa un obiettivo impervio ma raggiungibile cui dedicare le nostre energie, ripercorrendo a ritroso la storia e traguardando un futuro possibile e migliore.
È tempo, tanto per cominciare, di ristudiare e assimilare i progetti a grande scala del Team X, la Carta del Machu Picchu e soprattutto I tre insediamenti umani di Le Corbusier, una triangolazione di luoghi di lavoro, di residenza e di scambio che abbraccia tutta l’Europa e che si proietta verso il Mediterraneo e l’Atlantico, dove le conditions de nature sont retrouvés.

Immagine: Londra, vista sul Tamigi.
In copertina: Genova, Fiera.

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