Leonardo Ricci: architetto “utopico-scientifico-radicale” – di Massimo Locci

Rileggendo gli atti di un convegno a Termoli sul rapporto Architettura – Cultura  che ha visto la partecipazione tra gli altri di Zevi, Argan, Samonà, Capobianco, Pesce, Isgrò, Prini, Ray (pubblicato esattamente quarant’anni fa nel 1981) ho molto apprezzato l’approccio sistemico tra teoria e prassi di Leonardo Ricci.
Fin da studente ne avevo apprezzato i progetti fuori dagli schemi, la coerenza, l’intrasigenza e la caparbietà con cui era riuscito, comunque, a realizzare poche e mirabili opere. Il Mercato dei fiori di Pescia, il complesso residenziale Sorgane, il villaggio alpino Agape a Prali, la sua casa a Monterinaldi nella collina fiorentina e il villaggio Monte degli ulivi a Riesi in Sicilia sono capaci di generare un mondo narrativo personalissimo e di tradurre l’utopia dell’immaginazione in un concreto e alternativo modo di vivere lo spazio collettivo.
L’ho conosciuto meglio proprio in occasione della citata mostra/convegno di Termoli e ne ho apprezzato la visione sperimentale assistendo a un confronto serrato con lo storico dell’architettura Stefano Ray e con il filosofo Pietro Prini.
Quest’ultimo, partendo da Paul Valéry e dal suo ‘Eupalinos ou l’architecte’, ha introdotto un nodo centrale in architettura: il tema della comunicazione, ponendola al centro della cultura iconico-orale, intendendo la sperimentazione e l’utopia come necessità, delineando quasi un ritratto di Leonardo Ricci.
Quest’ultimo, ritenendo l’uomo e i luoghi da abitare i veri protagonisti dell’architettura (più che le forme e gli schemi distributivi), fornisce una declinazione ancora più complessa: lega inscindibilmente il valore simbolico della parola (cioè la dimensione dei concetti, il logos), alla qualità dello spazio di vita (statico, da attraversare, in movimento) e alla lettura della struttura formale del territorio in cui s’interviene, cioè il topos.
E’ in questa dimensione – aggiunge Stefano Ray – che l’architettura trova il suo posto. E’ nell’annodare le fila tra l’area del ‘logos’ e l’area del ‘topos’ che il circuito architettura-cultura si apre, o si riapre”. Prini, Ray e Ricci ci invitano, in sintesi, a rintracciare il principio d’identità che fornisce senso ai luoghi, a riproporre un approccio sistemico tra la dimensione astratta dei concetti e quella del realizzare. Tra umanesimo (il mondo delle parole) e scienza (il mondo delle tecniche).
Leonardo Ricci amava definirsi architetto “utopico-scientifico-radicale”, ponendosi dalla parte degli ‘apocalittici’ e contro gli ‘integrati’, come avrebbe detto il suo amico Umberto Eco che, non a caso, in “La struttura assente” afferma: ”L’architetto si trova condannato, per la natura del proprio lavoro, a essere forse l’unica e ultima figura di umanista della società contemporanea: obbligato a pensare la totalità proprio nella misura in cui si fa tecnico settoriale, specializzato, inteso a operazioni specifiche e non a dichiarazioni metafisiche”.
Leonardo Ricci rifiuta, infatti, le regole precostituite dell’architettura, gli approcci apodittici: fin dalle prime esperienze progetta spazi in grado di stimolare fruizioni diverse e nuovi rapporti sociali. “Ho sempre creduto -afferma- che l’architettura è stata, sarebbe, potrebbe essere uno dei veicoli più efficaci per la felicità dell’uomo. […] E quando vediamo qualche cosa dell’architettura che ha portato gioia all’uomo, costretto a questa avventura sconosciuta di cui ci sfugge razionalmente il principio e la fine, e la confrontiamo con tutte quelle altre architetture che invece di unire, pacificare, proteggere, fare sognare, dividono, alienano, fanno soffrire, emarginano, portano alla disperazione e alla follia, si può comprendere quale importanza abbia l’architettura”.
L’essenza radicale della filosofia progettuale di Leonardo Ricci è eversiva e rappresenta un monito per il presente e ci sollecita a ripensare un nuovo ruolo, etico e sostenibile, della nostra disciplina.

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