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In ricordo di Renata Bizzotto – di Massimo Locci

Chi ha incontrato anche per breve tempo Renata Bizzotto ha sicuramente un ricordo vivo di lei, una figura determinata (prima e unica Presidente donna dell’ordine degli architetti più grande d’Europa), infaticabile, capace di fare squadra, generosa e impegnata anche in età avanzata in molteplici attività di promozione e comunicazione della cultura architettonica. 

Possedeva una visione non statica del ruolo dell’istituzione, l’Ordine degli Architetti di Roma che ha rappresentato per molti anni, e l’ha orientata verso l’innovazione: trasferisce le acquisizioni disciplinari dell’informatizzazione (era stata Ordinario di Rappresentazione) e, come Segretario del Consiglio, negli anni ’80 promosse la computerizzazione integrale dei servizi agli iscritti e delle attività dell’OAR. 

Soprattutto sosteneva che la divulgazione a un pubblico allargato fosse un passaggio strategico, per far conoscere valori e finalità di una visione troppo specialistica e colta, ma ai più incomprensibile, come l’architettura. Passaggi obbligati aprirsi ai mass—media e ai nuovi strumenti di comunicazione visiva, come testimoniano l’ideazione della rubrica radiofonica “L’era urbana” per RAI Educational o la costituzione del Centro di Documentazione Multimediale e di Videocomunicazione in seno all’Acquario Romano, cui ha dedicato gli ultimi anni di attività, coordinando tra l’altro la nuova serie televisiva “Mi chiamo città” con RAI-news24.

Renata Bizzotto intendeva rappresentare la complessità della contemporaneità, dove l’opera architettonica non si ricordi solo per l’estetica, ma sia espressione di una collegialità sociale, una forma etica capace di responsabilizzare i singoli attori del processo, conferire qualità ai nuovi interventi, specificamente nelle periferie. 

 Perché – scriveva nel 2015 – l’architettura è cultura, bellezza, scienza, immersione nell’ambiente che ci ospita e in cui siamo chiamati ad operare, consapevolezza del suo mutare, delle nuove esigenze e, quindi, delle motivazioni che le producono, conoscenza e partecipazione attiva ai progressi della tecnica, ma è soprattutto gioia nel trasmettere e condividere le nostre intuizioni(…) L’architettura non può più essere esclusiva per un’élite: deve essere esigenza di tutti e contribuire a migliorare la vita privata e pubblica della collettività”.

Anche all’Università, anche se insegnava alla Facoltà di Ingegneria, proponeva un approccio integrato della Rappresentazione tra critica-interpretativa e fase progettuale-operativa. In quest’ottica ricerca storica, visione teorica, tecnologia, urbanistica e progettazione architettonica erano concepiti come strumenti paritetici e inscindibili dell’insegnamento.

Nell’attività professionale più che di grandi opere architettoniche si è occupata di urbanistica, di edilizia pubblica (in particolare di scuole) e privata, non per incapacità, quanto per una scelta di campo, di visione consapevole del proprio ruolo. Anche in relazione al suo insegnamento universitario, ha orientato la sua ricerca verso il rilievo d’interi tessuti urbani, l’analisi e l’interpretazione delle opere del passato, che sono state da lei indagate con metodologie rigorose e analisi grafico-ricostruttive, proponendo nuove e interessanti chiavi di lettura. 

Personalmente ho lavorato con lei per varie iniziative dell’Ordine, del Cesarch, della rivista AR, della Casa dell’Architettura e dell’In/Arch. Ho sempre apprezzato la dedizione con cui perseguiva un intento preciso: radunare il maggior numero di figure che sono interessate all’architettura e alla città – progettisti, docenti, studiosi del disegno, della tecnologia, dello spazio pubblico e dei monumenti – intorno alle organizzazioni degli Architetti, facendo risultare coesa la categoria agli occhi dell’opinione pubblica. Era convinta che esistesse la possibilità di tenere insieme contestualmente i diversi attori spaziando dalle problematiche dell’edificio a quelle della città, in tutte le sue dimensioni e i suoi aspetti.

Ricordo che, non a caso, condivideva (e l’aveva evidenziato nel libro per i cinquant’anni dell’In/Arch che le avevo inviato) un passaggio del discorso di Zevi per la fondazione dell’istituto: ”si tratta di riesaminare la struttura della nostra professione nelle società contemporanea […] di fronte al fenomeno dei ‘mass-media’ la minoranza degli intellettuali è in stato d’impotenza: un’inquietudine la possiede, un senso di distacco dalla società la condanna ad un isolamento drammatico e talora disperato”.

Renata Bizzotto, con scientifica metodologia, ha tessuto proficue relazioni tra istituzioni, apparentemente collaterali ma non sempre perfettamente allineate: significativa la nuova sinergia da lei costruita tra OAR e Consiglio Nazionale degli Architetti (in seno a quest’ultimo assume la presidenza del Dipartimento Formazione e Ricerca Scientifica), ma anche il nuovo rapporto con il mondo universitario e tra le diverse forze operanti al conseguimento di uno stesso fine come l’In/Arch, l’INU, la Biennale di Venezia, DoCoMoMo e il sistema degli archivi di architettura.  Negli anni ’80 promuove l’istituzione degli Archivi di Architettura, in quanto affermava “senza memoria, non c’è conservazione né futuro”.

Emblematiche in tal senso sono le mostre itineranti, ospitate in varie città nel mondo, “Architectonicum”, “Yearbook 02 architetti romani nel mondo”, ”Dal Futurismo al futuro possibile nell’architettura italiana contemporanea”, e “Archivio Donne Alta Qualificazione”, da lei promosse e realizzate con l’In/Arch, il MIBACT e il Ministero degli Affari Esteri, il Ministero delle Pari Opportunità.

 

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