I GUERRIERI DI CABRAS E I MARMI DEL PARTENONE – di Alessandra Muntoni

Due questioni che riguardano l’archeologia e la contemporaneità sono oggi in discussione. Da una parte gli abitanti di Cabras, guidati dal sindaco Andrea Abis, protesta per il rischio che la falange di guerrieri di pietra ritrovati all’inizio degli anni Settanta sul Mont’e Prama, vicino a Oristano, e fatti restaurare dall’archeologo Giovanni Lilliu, sia portata a Cagliari. Dall’altra l’ostinazione con la quale Boris Johnson rifiuta di restituire ad Atene i marmi del Partenone sottratti alla Grecia tra il 1801 e il 1812 da Lord Elgin che si avvalse di un equivoco permesso della Sublime Porta che allora governava la penisola.
Questi due diversissimi resti archeologici ci parlano del Mediterraneo dei primordi mitici, quello orientale dei grandi fiumi e del diluvio, e del Mediterraneo centrale, quello splendente della irraggiungibile cultura ellenica. Il primo che volge le sue conquiste verso Occidente, fermato proprio dalla Grecia, il secondo che con Alessandro tenterà l’impossibile conquista dell’Oriente. Ebbene, la Sardegna rappresenta il lato occidentale estremo di questi itinerari e conserva intatto il mistero del “passaggio” di civiltà.
Dei pastori-guerrieri sardi affascina soprattutto la postura: essi tengono con la sinistra un formidabile scudo arcuato, una magnifica forma concava smussata agli angoli che funge anche da protezione da chi offende dall’alto: forse un dio nemico, forse una granugola di frecce, forse il sole dardeggiante. E poi quello sguardo fisso, impavido, diretto ad affrontare l’avversario senza alcuna soggezione; la bocca che non c’è − famosa tutt’oggi è la capacità di silenzio dei Sardi − ma c’è invece una misteriosa stella a sei punte impressa sotto il mento, una simbolica barba o un tatuaggio? Ci spiega, comunque che questa civiltà conosceva l’esagono, figura geometrica dai contenuti esoterici, basata sul triangolo equilatero. Una primordialità colta, dunque, profezia della scienza orientale che abbiamo ereditato.
Delle sculture e dei bassorilievi del Partenone tutto si è detto e tutto resta da dire, perché anch’essi imprigionano un mistero, quello della perfezione e dell’eversione congiunte insieme sopra l’Acropoli di cui solo Le Cobusier seppe magistralmente cogliere lo spirito: vale a dire il fragore drammatico della bellezza e della purezza dell’architettura sovrastante l’immobilità inerte del terreno di pietre sconnesse.
Ma se il viaggio di Le Corbusier coglie la forza dirompente e l’attualità del Partenone, anche le sculture di Cabras parlano contemporaneo. Vicine figurativamente alla cultura sumera per quegli occhi rotondi come pure ai Moai dell’isola di Pasqua per quelle fronti ovali incise da un taglio orizzontale sopra il naso, le figure enigmatiche dei guerrieri sardi ci sembrano vicinissime alla nostra sensibilità. Anzi, questa loro pervasiva circumnavigabilità culturale, a differenza degli apici assoluti del Partenone, aprono squarci espressivi di grande attualità e, come del resto tutte le culture arcaiche, sono in grado di parlare lontano.
Ecco il dilemma: proprio perché appartengono a tutto il mondo, queste opere d’arte è giusto che siano esposte in grandi musei meta di studiosi ma anche di comuni mortali, oppure devono restare nei territori di origine, a testimoniare la loro appartenenza al sito che vi legge la propria identità? Visitando il British Museum di Londra insieme agli studenti e i docenti della Facoltà di architettura, di fronte ai marmi di Fidia ricordo lo sconcerto di alcuni e il rapimento estetico di altri. Personalmente, vedendo così da vicino opere a lungo osservate sui libri di storia dell’arte, ho quasi perdonato il fedifrago Elgin per lo scempio operato sul Partenone che costò lo sfregio a molte sculture delle quali Canova rifiutò il restauro. Come oriunda di terra sarda, però, sento con commozione l’orgoglio dei cittadini di Cabras che tengono stretta in cuore la civiltà nuragica.

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