Ricomincio da Machiavelli – di Alessandra Muntoni

Dopo circa un anno sabbatico, obbligato da situazioni impreviste, saluto gli amici della PresS/Tletter alla quale rinnovo la mia collaborazione. Mi mancava. Cercherò di riempire il Gap pensando alle prospettive di Roma Capitale, della quale ricorrevano lo scorso 2020 i 150 anni dalla proclamazione. Stimolante è, allora, riferirsi ai ragionamenti di Niccolò Machiavelli al quale Alberto Asor Rosa ha dedicato un geniale libro da leggere, anzi da studiare. Già Il titolo Machiavelli e l’Italia. Resoconto di una disfatta (Einaudi 2019), ci porta ai giorni nostri, perché Asor Rosa interpreta proprio così la profetica analisi del formidabile storico e politico fiorentino: una disfatta mai risanata.
Sviscerando la storia dei cruciali 35 anni che vanno dalla morte di Lorenzo il Magnifico (1492) al sacco di Roma (1527), Asor Rosa ci spiega perché Niccolò Machiavelli riconosca come causa principale del disfarsi di ogni prospettiva di unità (o Regno) d’Italia, la secolare strategia dei papi, disposti a chiamare nel nostro paese i “barbari”, siano essi i Franchi di Carlo Magno o i francesi di Carlo VIII e Luigi XII, pur di scongiurare una nazione italiana riunificata che avrebbe messo in crisi lo Stato Pontificio. Asor Rosa proietta di fatto quella “disfatta” ai giorni nostri, e certamente la crisi politica, economica e sociale odierna gli danno pienamente ragione. Quella catastrofe, infatti, si trascina nel tempo: la frattura tuttora esistente tra Nord, centro e Sud d’Italia non è che il retaggio dei piccoli Stati di un paese diviso e succube di Nazioni quali Francia, Spagna e Austria che l’anno tenuto a lungo assoggettato fino alle guerre d’Indipendenza.  A nulla sono servite le prese di coscienza di Dante, Petrarca, Ariosto, Machiavelli, Guicciardini, Gramsci. Nessun “principe nuovo” capace di dare concretezza e spessore ideale alla costruzione di una Italia unita intorno a Roma si è concretizzato, sia esso il Valentino, Napoleone, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini, o il “partito di massa”. Nonostante i bagliori del Rinascimento e la splendida decadenza, soprattutto nelle arti e nella scienza, dei cristallizzati Stati, Repubbliche, Signorie e Regni italiani, fino all’Ottocento l’Italia non si forma. E quando si forma è per una guerra di conquista che la lascia lacerata e divisa. Conquistata è anche Roma, sentita per questo come oggetto ostile, alieno.
La domanda è: può oggi Roma, città da sempre inclusiva, affrontare questa sfida politica? Porsi come fattore di unione, confluenza d’intenti, proiezione verso l’Europa, fattore d’inversione della catastrofe per la rinascita ideale e la presa d’atto dei nuovi temi del nostro millennio? Le prossime elezioni del Sindaco della nostra città potrebbero essere una occasione da non perdere per discuterne.

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