#PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA – FEBBRAIO 1971 – di Arcangelo Di Cesare

Questa cronaca è dedicata ad un Architetto coraggioso e originale, un professionista capace di lasciarci alcune delle più belle architetture italiane del dopoguerra e che non imponeva il suo pensiero, ma giungeva alle soluzioni, senza supponenza e nel rispetto delle idee altrui.
Laureato allo IUAV di Venezia nel 1957 costruì molte delle sue architetture nei dintorni di Bergamo insieme a tre amici/colleghi con cui formò un gruppo di lavoro estremamente eterogeneo; non un gruppo, come oggi siamo abituati ad inquadrarlo nella tradizionale accezione del termine, ma un vero e proprio “modus operandi”, incentrato intorno a quel carattere sperimentale che negli anni sessanta pervadeva molti professionisti.
Una sperimentazione continua che si alimentava tra le “occasioni” che gli venivano prospettate e le “contraddizioni” in cui si trovavano a lavorare di volta in volta; spesso il progetto nasceva proprio da questo corto circuito e l’architettura generata era il risultato del compromesso tra quello che riuscivano a far accettare e quello che gli veniva imposto.
Questa dimensione collettiva della ricerca, consapevolmente lontana dalla strumentazione rigida, codificata e definita, che già allora caratterizzava il lavoro professionale di molti studi, riuscì a delineare delle architetture ricche di contenuto, non formalistiche, espressive e, soprattutto, capaci di innalzare la qualità degli spazi dedicati alla vita.
Ci restano due edifici, che più di altri sono ancora lì a testimoniare queste tesi:
quello costruito a Bergamo sulle ceneri dell’ex Teatro Duse, in cui la complessa articolazione spaziale sommata al mix funzionale, genera uno sbalorditivo organismo architettonico e il quartiere residenziale di via Carducci, in cui l’iterazione delle case a patio, disposte su un leggero pendio e separate da calli di veneziana memoria, è capace di generare uno dei pochi esempi italiani di città a sviluppo orizzontale pari solo al “Tuscolano” di Adalberto Libera.
È però con l’edificio presentato nel fascicolo della rivista nel febbraio 1970 che voglio ricordare l’architetto Giuseppe Gambirasio e il suo Team composto da Walter Barbero, Baran Ciagà e Giorgio Zenoni; quella casa popolare che, se costruita oggi in Olanda o in Danimarca, avrebbe attirato le migliori fortune critiche…….ma purtroppo è nella sperduta periferia di Bergamo……

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