L’utilità di un confronto con Cesare Brandi nella pratica attuale della disciplina architettonica – di Valentina Monteleone

Cesare Brandi è un critico che si conosce maggiormente per il suo impegno nel campo del Restauro. Amato ed odiato a causa del suo linguaggio articolato e forbito o, forse, per il proprio impegno intellettuale di estradizione crociana per cui gli è valsa la critica tafuriana da purovisibilista, egli merita, oggi più che mai, una rivalutazione riguardo il suo pensiero critico. Cesare Brandi non è solo il teorico del Restauro e della Conservazione: egli è il critico italiano della genesi dell’opera d’arte più sottovalutato negli ultimi trent’anni. La Francia, la Germania, l’America hanno assimilato i propri teorici a capisaldi della formazione professionale ed accademica, e talvolta, con accezioni estreme e non condivise, costoro furono trasformati in delle vere e proprie icone campaniliste ed il loro pensiero trasceso all’inverosimile. Di Cesare Brandi poche tracce persino nelle enciclopedie più rinomate fino ad arrivare alla sua completa assenza nell’edizione rivista della Garzantina di qualche anno fa. La divulgazione della sua memoria, custodita gelosamente da Vittorio Rubiu Brandi, il figlio adottivo, sembra essere meno d’un cavillo burocratico persino per le Istituzioni statali che invece dovrebbero fare in modo di incentivarla con la maggior parte delle occasioni possibili e, sullo stesso esempio del Critico senese, che non si fece indietro, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, nel pensare come preservare, nel migliore dei modi, il patrimonio intellettuale, artistico ed architettonico italiano per garantirne la sua trasmissione al futuro. Eppure Brandi rappresenta una testimonianza importante per la storia dell’Estetica e dell’Arte Italiana e questo non è stato un elemento di poco conto per accademici come Paolo D’Angelo, Massimo Carboni, Maria Ida Catalano, Luigi Russo, i quali hanno contribuito a mantenere il dibattito brandiano ancora vivo. Ma fin quando ancora questo resterà all’interno dell’ambito accademico? È chiaro che un dibattito sulla genesi e la conservazione dell’opera d’arte debba fortemente rientrare a pieno regime nella formazione accademica, tuttavia, non deve fermarsi in tale circoscrizione. Oggi si assiste ad un declino della forma artistica e architettonica che non arresta la sua corsa a quella che Brandi chiamerebbe “conformazione tettonica”, pur sempre necessaria per lo sviluppo e la maturazione in consapevolezza formale, bensì si hanno di fronte esempi provenienti da professionisti celeberrimi che sconfinano in una specie di formalizzazione del giardinaggio, obbligando gli “astanti” ad una certa imposizione violenta data dalla costrizione innaturale della normalità organica. Dunque, ci si domanda come si sia giunti dalla tutela del patrimonio artistico-ambientale all’usurpazione violenta ed estetizzante di oggetti pseudo-naturalistici? Fra l’elenco delle soluzioni fornite dal “travaglio” della mente architettonica, è possibile che sia questo l’esito per lo sviluppo di una nuova architettura epocale? Sicuramente Cesare Brandi sarebbe risalito all’origine del quesito, partendo dal risultato. Se tale arrivo è il risultato di un punto di partenza che vede come necessità lo sviluppo di aree verdi ed ecosostenibili all’interno di ambienti urbani non è certo architettura ma sperimentazione tettonica. Pertanto, quest’ultima deve avere una netta distinzione con l’ambiente naturale circostante e, in tal caso, si vede che lo integra in essa abolendo la caratteristica fondamentale della spazialità tettonica ed architettonica: la dialettica fra interno ed esterno. Potrebbero essere questi esempi prime prove di una continuità dell’architettura organica del secolo scorso o dei semplici vezzi di un nuovo formalismo, carente di un pensiero approfondito nella sua formazione, oppure, di una previa riflessione critica? Forse, alla luce dell’evolversi nel tempo della significanza estetica, sarebbe il caso che Cesare Brandi e la sua lezione critica sul modo per distinguere la creazione d’architettura ora divenga attuale più che mai, sia nel percorso di formazione professionale che nella pratica disciplinare, in cui, il suo contributo potrebbe garantire uno spunto di riflessione valida per porre i ragionevoli dubbi sull’attuare o no un certo tipo di operatività. Realizzare architettura, oltre che un dato storico, è un atto fortemente impattante nella vita quotidiana. Sebbene nel processo di produzione materiale della stessa può essere utile una certa quantità di leggerezza, si ricorda che quest’ultima non dovrebbe prendere il sopravvento nel momento in cui si va ad incidere nella trasformazione dello spazio di tutti gli esseri viventi, nel rispetto delle condizioni dei processi artistici e culturali che ci hanno distinti fino ad ora come produttori di unicità irripetibili.

 

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