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L’ARCHITETTO ALADINO E LA LAMPADA MAGICA – di Christian De Iuliis

(per il ciclo “Favole d’architettura”)

Aladino era un giovane architetto che abitava in una grande città della lontana Arabia Saudita.
Purtroppo, in quegli anni, il lavoro per gli architetti scarseggiava e Aladino era costretto ad arrangiarsi con piccole commissioni al catasto ed elaborando certificati energetici.
Intanto spediva curriculum ovunque ma riceveva solo proposte di tirocinio “a gratis” o al massimo con umilianti rimborsi spesa.
Suo padre, che con la pensione da geometra manteneva la famiglia, lo incitava a darsi da fare: “Accetta qualsiasi incarico, anche i condoni edilizi! Fatti inserire in una commissione edilizia! Buttati in politica! Solo così potrai fare carriera!”.
“Papà” gli rispondeva Aladino “Sono un architetto. Ho un’etica professionale. Sento il dovere di svolgere il mio lavoro con la massima trasparenza ed onestà per rendere questo mondo più bello e giusto”.
Alla morte del padre, Aladino e la vecchia madre diventarono ancora più poveri ma lui continuava a coltivare il suo sogno di architetto ecologista e progressista.
Un giorno, mentre Aladino era, come al solito in fila al catasto, gli si avvicinò un forestiero.
“Sei tu il figlio del geometra?”, gli domandò.
“Sì”, rispose Aladino, “ma mio padre è morto da qualche anno”.
Il forestiero si mise a piangere: “Povero fratello mio. Ero venuto qui dall’Italia, dove vivo, per riabbracciarlo. Oh, che disgrazia!”.
“Voi dunque sareste mio zio?”, si stupì l’architetto Aladino.
“Non assomigliate a mio padre nemmeno un po’. Comunque venite, vi porto da mia madre”.
Nemmeno la donna aveva mai saputo dell’esistenza di quello zio, che tuttavia le piacque perché assicurava di volersi prendere cura di Aladino.
“Verrai con me. Ti porterò in un posto che sarà la tua fortuna”, disse e così convinse Aladino a seguirlo.
Viaggiarono un giorno intero, finché giunsero in un terreno al centro del quale era stato compiuto un enorme quanto profondo scavo. A quel punto il forestiero rivelò ad Aladino chi egli fosse in realtà. “Non sono tuo zio, sono un perito agrario e ho un’impresa di costruzioni. Ho deciso di renderti ricco, anzi ricchissimo. Lo vedi questo fascicolo? Contiene un progetto per 10 condomini e 400 appartamenti da costruire proprio qui. Occorrono solo una dozzina di piccole firme, una su ogni testata, e potremo avviare i lavori”.
Aladino era molto diffidente. E aveva ragione. Lui ancora non lo sapeva, ma quello era un costruttore cattivissimo. Attraverso un giro di mazzette era riuscito ad avere quella concessione edilizia su un terreno inedificabile ed ora, siccome bisognava consegnare i calcoli del cemento armato, aveva bisogno di qualcuno che si assumesse la responsabilità.
“Non posso” disse Aladino, “questa è una speculazione edilizia, non è certo il tipo di architettura che io intendo realizzare”.
Allora il costruttore gli promise la direzione dei lavori. L’otto per cento sull’importo totale che era di almeno cinque milioni di euro.
“Non posso, davvero” disse Aladino “Non insista”.
“Sarai anche il coordinatore della sicurezza (un altro 3% NDA) e, alla fine dei lavori, potrai compilare le 400 schede catastali”.
Aladino allora pensò alla madre, così povera, che lo aspettava fiduciosa a casa e alle parole che gli aveva detto il padre in punto di morte: “Figlio mio, non essere così rigido! Ricordati che con l’architettura non si mangia!”.
“Ti darò anche una nuova licenza autocad, 1000 giga sulla PEC e crediti formativi illimitati” aggiunse infine il costruttore.
Aladino allora, anche se a malincuore, accettò, ma appena il costruttore si allontanò e lui riuscì a dare uno sguardo ai documenti si accorse subito che quei calcoli erano completamente sbagliati e che la zona era ad elevatissimo rischio frana. “Questi edifici non staranno mai in piedi” sospirò disperato. Quindi si sporse a guardare lo scavo e intravide alcuni oggetti che brillavano tra la sabbia. Con cautela si calò nel fosso da dove raccolse una lampada impolverata.
La strofinò e da una enorme nuvola di fumo comparve un omone di colore blu: “Chi sei?” chiese spaventato Aladino.
“Sono il Genio del Genio Civile della lampada” rispose l’omone in una luce abbagliante.
“Comanda cosa vuoi” disse ad Aladino inchinandosi “e io ti accontenterò”.
“Qualsiasi cosa?” chiese Aladino.
“Qualsiasi” lo rassicurò il Genio.
“Allora correggi immediatamente questi calcoli” disse Aladino mostrandogli il faldone.
Il Genio del Genio Civile della lampada ubbidì: lo aiutò a sistemare tutto, progettando una fondazione su micropali e resine espandenti in modo da ottenere l’autorizzazione sismica necessaria per iniziare i lavori. Ma non solo: con una magia modificò le mappe del rischio frana mutando la zona da rossa in un tranquillante azzurro acquamarina.
Nel frattempo il costruttore era stato arrestato per malversazione e corruzione e poi condannato a 4 anni e sei mesi di reclusione. Aladino decise di rilevare tutto il progetto: realizzò i 400 appartamenti, li rivendette e diventò ricco.
A quel punto assunse un geometra per fare le file al catasto e un tecnico delle caldaie per i certificati energetici.
Tutto andava per il meglio, finché un giorno Aladino intravide, non visto, la bellissima figlia del sultano che usciva a passeggio.
Quando la principessa usciva dal suo meraviglioso palazzo reale, tutti dovevano rinchiudersi in casa e non ardire di alzare gli occhi su di lei, pena la morte. Ma la fisiologica curiosità dell’architetto lo aveva indotto a dare una sbirciatina. Subito se ne innamorò. “Madre, voglio sposare la principessa” esclamò.
“Oh, povero figlio mio. Sei impazzito?” trepidò la donna “le principesse non sposano gli architetti!”
“Mai stato più in senno, madre. Farò di tutto per rubarle il cuore!”. E così, con i soldi messi da parte, costruì un bellissimo palazzo da donarle come pegno di nozze: ultra moderno, in vetro e acciaio ed ecosostenibile, con piani nudi «a libreria» sulla facciata esterna, prospetti interni in metallo traslucido e cortili-giardino. Agli occhi di Aladino, un vero capolavoro.
Ma quando Aladino lo mostrò al sultano e alla figlia questi gli risposero che era orribile.
“Non ha neanche un arco a sesto acuto!” disse la principessa.
“E le cupole? Dove sono le cupole dorate? E i gombad? I mosaici? Le colonne maiolicate? I capitelli «a beccatello»?” lo rimproverò il sultano.
“Come ti sei permesso?” gli disse la principessa “di invitarmi a vivere in questo palazzo mostruoso!”
Quando Aladino chiese al Genio del Genio Civile di intervenire, questi gli rispose “mi dispiace, io posso accontentarti con qualsiasi magia, ma contro il cattivo gusto non posso fare niente”.
Aladino allora si ricordò nuovamente delle parole che il padre gli aveva detto in punto di morte (“sii meno rigido”) ma questa volta era troppo tardi.
Tuttavia il Genio ebbe un’altra idea. Costruì un palazzo identico a quello del sultano, ma più grande, più alto, con cupole dorate e mille archi a sesto acuto e lo regalò alla principessa che si innamorò perdutamente di lui. Così il Genio le chiese di sposarla.
Quando Aladino domandò spiegazioni al Genio, questi gli rispose “Ma ti pare che una principessa sposava un architetto!?”
Così l’architetto Aladino se ne andò a stare, da solo, nel suo capolavoro di edificio. Mentre la principessa e il Genio del Genio Civile vissero felici, a lungo, in quel palazzo kitsch in Arabia Saudita, dando inizio ad un nuovo, meraviglioso, rinascimento.

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