BIANCANEVE E I SETTE NANI NEL CANTIERE – di Christian De Iulliis

(ciclo “Favole d’architettura”)

C’era una volta un regno meraviglioso immerso nella natura ma minacciato dalla speculazione edilizia dove, ogni giorno che passava, il verde degli alberi veniva sostituito sempre più dal grigio del cemento.

In questo regno la perfida architetto Grimilde possedeva il monopolio di tutti i lavori pubblici e non soltanto quelli. Affidamenti diretti, gare e incarichi di prestigio. Ristrutturazioni, sopraelevazioni, recupero di sottotetti e nuove costruzioni, tutti si affidavano allo studio dell’architetto Grimilde.

La malvagia controllava che fosse lei l’architetto più illustre collegandosi al portale dell’ordine e chiedendo online il parere degli iscritti. In videoconferenza su «zoom» chiedeva: “Ordine, ordine delle mie brame, chi è l’architetto più famoso del reame?”. E quelli rispondevano: “E’ lei, architetto Grimilde”.

Ma nel regno si stava facendo largo una giovane architetto. Minimalista, ecologista e amante delle superfici candide: la chiamavano Biancaneve.

Non era facile per Biancaneve farsi conoscere e apprezzare nel regno. Ma il suo talento schizofrenico, la follia creativa e l’applicazione quasi paranoica, le consentirono di farsi largo in quell’ambiente così ostico.

Cominciarono a fioccare gli incarichi: nel regno le chiare architetture di Biancaneve iniziarono a moltiplicarsi velocemente.

Finché un giorno l’architetto Grimilde, preoccupata, chiese nuovamente agli iscritti: “Ordine, ordine delle mie brame, chi è l’architetto più famoso del reame?”.

E quelli risposero: “E’ l’architetto Biancaneve!”.

“Non è possibile! Ho appena ricevuto anche l’incarico per il nuovo piano urbanistico territoriale!” replicò la perfida.

“Non basta! Biancaneve ora è più famosa!” dissero in coro tutti gli altri.

Per l’architetto Grimilde si trattava di un terribile smacco. Lei era l’architetto più noto del reame da almeno trent’anni, da quando, neolaureata si era introdotta, facendosi raccomandare, nella commissione edilizia locale.

Allora l’architetto Grimilde decise di sbarazzarsi di Biancaneve, dando incarico ad un falso committente di avvelenarla.

“Come prova della scomparsa portami la sua rollina” disse la spietata.

Così, con la scusa di una variante in corso d’opera pagata in anticipo, il finto cliente condusse Biancaneve in un edificio in costruzione. Quando furono all’interno del cantiere, il sicario le offrì un caffè corretto cianuro, quindi le sottrasse la rollina e scappò lasciandola esanime tra i calcinacci.

Ma il sistema immunitario di Biancaneve, temprato da anni e anni di partita iva e caffè assunti su cantieri in condizioni igienico-sanitarie devastanti, oppose strenua resistenza.

Perse i sensi ma non morì.

Fu il sopraggiungere degli operai a destarla.

Quando le furono schierati dinanzi, Biancaneve gli domandò: “E voi, chi siete?”

“Siamo Intonacalo, Scavalo, Saldalo, Posalo, Sifonalo, Muralo e Armalo. I sette operai nani che lavorano in questo cantiere” rispose Scavalo che pareva il più anziano del gruppo.

E mentre lo diceva già aveva imbracciato una pala e iniziava a mettere via del materiale di risulta.

In un batter d’occhio tutti i nani operai corsero ai loro posti.

Biancaneve non fece in tempo a sollevarsi che Posalo aveva già collocato quindici metri quadri di piastrelle, mentre Muralo sovrapponeva forati “da dodici” a velocità impressionante.

“Che efficienza!” pensò Biancaneve. “Quanto mi piacerebbe lavorare con questi nani operai”.

Diede uno sguardo intorno e verificò che anche gli altri si stavano dando da fare: Saldalo stava posizionando delle ringhiere, Sifonalo perfezionava gli scarichi dei bagni e Armalo, chino alla macchina piega-ferri, dimensionava l’armatura di un solaio in opera.

Biancaneve si avvicinò, quindi controllò la perfetta distanza delle staffe e la solida tenuta della carpenteria.

I nani operai andavano d’amore e d’accordo, un cantiere così organizzato pareva davvero un sogno. “Chissà se fanno anche il superbonus al 110%” si domandò Biancaneve.

Desiderava informarsi ma quando si avvicinò ad Intonacalo, annusando la calce idraulica, ebbe un mancamento e svenne.

Fu ritrovata due giorni dopo dai vigili che effettuavano un controllo per la repressione degli abusi edilizi. Al comando cercò di convincere gli agenti che non fosse lei a dirigere quel cantiere.

“Ero là solo per caso” gli spiegò “per una variante in corso d’opera”.

Ma quelli non le credettero. “Quel cantiere è fermo da anni!” affermarono.

Nel frattempo l’architetto Grimilde convinta di essersi liberata di Biancaneve interrogò nuovamente l’ordine. “Ordine, ordine delle mie brame, chi è l’architetto più famoso del reame?”.

“E’ sempre Biancaneve” risposero quelli.

“Non è possibile” sbroccò Grimilde “Biancaneve è scomparsa!”.

“No. Biancaneve non è scomparsa. E’ solo trattenuta dai vigili” dissero quelli dell’Ordine.

Grimilde allora si ricordò come in questo paese la via giudiziaria resti sempre la migliore per liberarsi dei rivali. Telefonò in questura, dove aveva agganci fortissimi, e fece incriminare Biancaneve.

Durante il processo che, come da consuetudine, durò molti anni, la perfida architetto Grimilde tornò ad essere l’architetto più famoso del regno. Realizzò anche il nuovo piano regolatore consentendo colate di cemento per milioni di metri cubi di nuove costruzioni e abbattendo tutti gli alberi del regno.

Inoltre, per non rischiare altre defaillance, si fece eleggere presidente dell’’Ordine degli architetti del regno e lo abolì, riconvertendo la sede in una modesta lavanderia a gettoni, però di design.

Biancaneve, alla fine, se la cavò; fu riabilitata grazie alla difesa di un valente avvocato con le mèches turchesi, conosciuto ai servizi sociali, detto “Il principe azzurro del foro”.

Quando finalmente arrivò il giorno dell’udienza, tra sbalzi d’umore, inquietudine e difficoltà di concentrazione, la giovine raccontò l’incredibile storia del cliente che pagava in anticipo e dei sette nani operai nel cantiere.

Il giudice, sgomento, riconoscendole una parziale incapacità di intendere e volere, la assolse dai reati edilizi.

Tuttavia fu costretto a condannarla per detenzione di sostanze stupefacenti.

Nelle tasche le furono infatti trovati 300 grammi di cocaina purissima. Pari a circa venti dosi.

Ecco perché la chiamavano Biancaneve.

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