Orizzonti internazionali, paesaggi contemporanei, libertà creativa e sperimentazione di tecnologie innovative per un’architettura di alto profilo. Intervista a Modostudio | Cibinel Laurenti Martocchia architetti associati – di Raffaella Aragosa e Federica Caponera

Valorizzare la qualità delle trasformazioni dei contesti internazionali come strategia per immaginare un rilancio del Paese, proponendo modelli progettuali nuovi, innovativi, efficienti. Al centro l’architetto, l’unico in grado di avere una visione ad ampio spettro dello sviluppo della nostra civiltà.
“Bisogna trovare il modo di valorizzare questa qualità, attraverso la comunicazione, per far comprendere l’importanza che l’architettura svolge nelle nostre vite, nella società, e quanto la mancanza di una pianificazione del territorio è deleteria per il progresso di un paese.”

Come nasce Modostudio?
Lo studio nasce alla fine del 2006 dalla collaborazione tra Fabio Cibinel, Roberto Laurenti e Giorgio Martocchia. Dopo anni di lavoro presso lo studio di Massimliano Fuksas, dove avevamo collaborato a diversi progetti su grande scala (molti dei quali realizzati) e a concorsi internazionali di progettazione, abbiamo sentito il bisogno di provare ad operare in autonomia, iniziando così un nuovo percorso.
Aperto lo studio ci siamo da subito messi in gioco, partecipando a bandi di progettazione in Italia ed all’estero; per farci conoscere dal pubblico, bypassando i canali tradizionali, abbiamo pensato di sfruttare l’intensa attività editoriale che si stava sviluppando sul web proprio nella prima metà degli anni 2000.

La formazione presso uno studio importante della capitale, a forte connotazione internazionale, con una progettazione aggressiva, e al di fuori di un certo dibattito sull’architettura italiana, che anima la teoria contemporanea, è il tessuto che ancora informa la vostra architettura, o sentite di aver intrapreso un’altra strada?
Vi ringrazio per la domanda. Effettivamente l’esperienza presso lo studio Fuksas ci ha dato il privilegio di poterci formare in un contesto internazionale e volutamente al di fuori dal dibattito architettonico nazionale. All’interno di uno studio con un forte grado di internazionalizzazione si ha la possibilità di apprezzare realtà e culture con differenti approcci e sperimentare la libertà creativa che ne consegue.
Questa modalità ci ha portato, per quanto possibile, ad interessarci a ciò che avveniva in campo architettonico al di fuori del nostro paese, ricercando collaborazioni e lavori all’estero. Siamo partiti da alcune vittorie e piazzamenti in concorsi in Finlandia e Spagna, per arrivare alla redazione di alcuni masterplan in Cina e Thailandia, per clienti cinesi; stiamo ora realizzando il nostro primo progetto in Corea: un citywalk, immensa infrastruttura urbana lunga oltre 600 metri, oggi in fase di cantiere, per la rivitalizzazione dell’area di Sewoonsangga nel centro di Soul.

Sperimentazione, innovazione architettonica…Numerosi riconoscimenti e premi a livello nazionale ed internazionale. Qual è l’elemento principale alla base della Vostra ricerca?
Nel nostro approccio alla progettazione partiamo da una analisi profonda del contesto su cui operiamo. L’analisi del tessuto urbano, delle modalità e tradizioni costruttive, della cultura del luogo. Da questo studio arriva poi la sintesi delle idee, che ci permette di delineare una strada operativa.
Nella sede della fondazione Elisabeth Und Helmut Uhl, realizzata sulle montagne di Bolzano, abbiamo lavorato moltissimo sull’interazione tra architettura e paesaggio, sull’uso dei materiali più idonei ad esprimere una comprensione del luogo, che si manifestasse in termini di linguaggio. L’edificio si posa esattamente sull’impronta degli edifici preesistenti per non incidere in maniera massiva sul tessuto circostante. Allo stesso modo tutte le aperture dell’edificio e gli spazi interni hanno un’attenta relazione visiva con gli esterni, consentendo degli scorci davvero potenti. La struttura portante in legno ci ha permesso di sperimentare una particolare tecnica, che vede la totale assenza di qualsiasi giunto in acciaio. Parte del rivestimento è realizzato in scandole di larice tagliate a mano, che garantiscono una durabilità notevole.
L’edificio per uffici e ricerca realizzato a Roma nell’area del Tecnopolo Tiburtino, oltre ad essere il primo edificio terziario realizzato in classe A, grazie al corpo scale posizionato sul fronte esterno, supera il formalismo delle classiche scale antincendio, interrogando di fatto nuove soluzioni tipologiche, per la realizzazione di spazi di ricerca e uffici. La facciata realizzata in acciaio inox riflettente, con pannellature verticali di diverse angolazioni, permette di riflettere la natura e gli edifici circostanti, smaterializzando l’edificio.
Questi sono solo due esempi, che mostrano come le nostre architetture siano realizzate, attraverso un percorso progettuale articolato, sempre teso ad esplorare tecnologie diverse, ma anche nuove tipologie, in funzione del contesto.

Nel dibattito sulla difesa della qualità dell’architettura, ci si concentra prevalentemente sul concetto di qualità del progetto, del processo ideativo in opposizione ad un’edilizia dove il valore qualitativo è lungi dall’essere prioritario. Qui si inserisce la battaglia per la diffusione dello strumento del concorso di progettazione…Il Vostro punto di vista?
Il nostro studio fa costantemente ricorso al concorso di progettazione, in Italia e all’estero, ora più che mai.
Negli ultimi due anni ci siamo aggiudicati due importanti concorsi di progettazione in Italia: la nuova cittadella giudiziaria di Catania e la valorizzazione dell’area archeologica del teatro romano situato in pieno centro ad Aosta. Grazie a piattaforme, come quella di AWN, in Italia si è raggiunto un ottimo grado di organizzazione di concorsi in due fasi, che sono a nostro parere la migliore modalità per garantire la qualità del progetto.
Ma ci sono due elementi che sono assolutamente insufficienti, e che sono un freno per la produzione di architettura di qualità.
Innanzitutto va assolutamente moltiplicato il numero di occasioni concorsuali, occasioni che devono essere pianificate all’interno di un grande piano di modernizzazione delle infrastrutture in Italia. Basta guardare oltralpe, in Francia, per esempio, dove da decenni ormai ogni singola opera pubblica viene gestita tramite concorsi di progettazione.
Il vero dramma è però costituito dagli ingranaggi della macchina amministrativa pubblica e dalle sue normative. Quante procedure sono riuscite a completarsi in una realizzazione?
Abbiamo troppi concorsi che si sono fermati alla proclamazione del vincitore, o addirittura prima, a qualche fase progettuale, pur non mancando le risorse economiche, per sostenere la costruzione. Ritengo questa situazione inaccettabile, soprattutto per il rispetto che si deve ai progettisti, che con coraggio e visione operano per il miglioramento di questo paese.

Qual è, allora, il ruolo dell’architetto oggi, che deve affrontare questioni di scala molto più ampia, con un impegno maggiore di rappresentazione sociale, consapevolezza ambientale, rilevanza politica? E come riuscire a comunicare il valore dell’architettura?
Il ruolo dell’architetto a mio parere non è cambiato. L’architetto è l’unico in grado di avere una visione ad ampio spettro dello sviluppo della nostra civiltà, grazie alla quantità e complessità delle materie investigate durante i suoi studi. Con grande passione civica gli architetti si mettono a disposizione della società, per dare il loro contributo, ed offrire soluzioni, magari non sempre efficaci, ma sempre senza secondi fini, che non la proposta e l’opera.
Bisogna trovare il modo di valorizzare questa qualità, attraverso la comunicazione, per far comprendere l’importanza che l’architettura svolge nelle nostre vite, nella società, e quanto la mancanza di una pianificazione del territorio è deleteria per il progresso di un paese.
Faccio un esempio. Ho avuto la possibilità di lavorare in due studi di Rotterdam Kas Oosterhuis ed Erick Van Everett, all’inizio della mia carriera. Già a quell’epoca l’architettura olandese riusciva ad imporsi internazionalmente, certo con approcci sperimentali, ma anche con una comunicazione efficace, che ha reso possibile conoscere quello che stava succedendo in quel paese, in quel momento. E questa comunicazione era ampiamente supportata dallo stato, attraverso lo Stimuleringsfonds vor architecture, finanziamenti specifici per progetti culturali ed editoriali.
Se vogliamo riportare il ruolo dell’architetto al centro dello sviluppo attivo di questo sparse, dobbiamo far sì che la politica si accorga dell’importanza di un’architettura di qualità, e intervenga incentivando ricerca progettazione e costruzione nel modo più efficace.

Alla luce della crisi pandemica globale quali pensate possano essere le strategie, gli scenari futuri per uno sviluppo urbano sostenibile?
La crisi pandemica ha sicuramente riequilibrato il rapporto tra città e territorio, in favore di quest’ultimo. Personalmente sono sempre convinto che la densificazione sia la giusta scelta, in grado di limitare lo sviluppo energivoro dettato dalla società contemporanea. Pensiamo alla città di Roma, e a come la mancata o errata pianificazione degli ultimi trenta anni e più, l’abbia sempre più trasformata in una città a bassa densità edilizia, “spalmata” su un territorio vastissimo, creando enormi problemi di gestione di trasporti e servizi.
Cercare una soluzione per la pandemia ha dato un fortissimo impulso allo sviluppo di nuove tecnologie di connettività, consentendo cambiamenti di paradigma su modi di vivere e lavorare. Dalle più grandi aziende alla piccole imprese, oggi il lavoratore che usufruisce dello “smart working” viene valutato non sulla quantità di tempo passato al lavoro, ma su obiettivi e scadenze chiare. Questa è davvero una rivoluzione, perché consente di rivedere lo sviluppo dei centri storici delle grandi città italiane, fino ad oggi incentrate sul terziario e turismo. Dobbiamo cogliere questa occasione per riportare gli abitanti nelle aree centrali delle città più che mai soggette a desertificazione/spopolamento.

Una legge per l’Architettura in Italia quali aspetti dovrebbe privilegiare? La semplificazione del corredo burocratico a margine di ogni azione che l’architetto intraprende, secondo voi, è la soluzione per alcuni ostacoli alla buona pratica professionale?
Una legge per l’architettura che incentivi l’uso del concorso di progettazione come modalità per portare avanti opere pubbliche, penso sia una cosa corretta .
Quello che però è necessario è riformare e semplificare radicalmente le procedure, per l’attuazione e realizzazione dei progetti.
Tra la proclamazione e la firma del contratto con il comune di Seoul, per l’incarico di progettazione del citywalk di Sewoonsangga, sono intercorsi poco più di 15 giorni.
La medesima procedura in Italia impegna, se c’è uno sforzo serio da parte dell’amministrazione, almeno sei mesi di lungo lavoro amministrativo e burocratico. Non parliamo delle autorizzazione edilizie o delle procedure di gara. L’unico concorso di architettura post-terremoto svolto all’Aquila, che ci ha visto vincitori per la realizzazione di un grande parco urbano di oltre 8 ettari, un teatro da mille posti con parcheggi, uffici e parte commerciale, aspetta dal 2014 l’inizio dei lavori, pur essendo dal 2012 completamente coperto finanziariamente.
Per fare architettura c’è bisogno di lavorare in un contesto sano, con regole chiare e tempistiche certe. A volte sembra che produrre architettura venga visto dalle amministrazioni stesse come un sfizio, un superfluo ed inutile esercizio volto a soddisfare un capriccio, più che un’esigenza.

Con l’abolizione delle tariffe minime cosa è cambiato e come il compenso dell’architetto? Si lavora nel senso di un compenso più equo o viceversa?
Il DM del 17 giugno 2016 ha riequilibrato sicuramente la situazione (nei lavori pubblici), ma anche qui il problema non è tanto la parcella, bensì, l’incredibile ed iniquo regime fiscale a cui sono soggetti i liberi professionisti, che stranamente non viene assolutamente visto come fonte del problema, neanche dai professionisti stessi.
Oggi ci sono liberi professionisti che, fortuna loro, riescono a godere del regime agevolato anche in presenza di redditi alti, ed altri liberi professionisti che, pur volendo, e magari con redditi inferiori, non possono godere del medesimo regime, e vengono vessati non solo dall’applicazione di aliquote fiscali triple, irap ed altro, ma addirittura da un meccanismo che squilibra il apporto tra libero professionista e cliente.
Di fronte a questi squilibri senza alcun senso, che sembrano non interessare la categoria degli architetti, la questione dell’abolizione delle tariffe minime mi sembra l’ultimo dei problemi.

Per concludere, direi che, se vogliamo parlare di architettura, di come promuoverla, di come realizzarla, perché non diventi uno sterile dibattito di inutili intenti, c’è assoluta necessità, con grande pragmatismo e senso della realtà, di lavorare per eliminare gli ostacoli reali che impediscono a questo Paese di fare bene, per il bene dell’architettura.

Intervista a Giorgio Martocchia, per Modostudio.


Elisabeth and Helmut Uhl Foundation, Laives – Italy, 2009-2014.


New civil Courthouse, Catania – Italy, 2020.


Roman theater area regeneration, Aosta – Italy, 2019.


Sewoonsangga re-structuring citywalk, Seoul – Republic of Korea, 2017-2019.

In copertina: New civil Courthouse, Catania – Italy, 2020.

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