Next Generation – di Massimo Locci

Il  Recovery Plan Italia, appena approvato dal Consiglio dei Ministri quale attuazione del programma comunitario Next Generation EU, rappresenta sicuramente la più grande occasione di sviluppo che il nostro paese attendeva da decenni.
Il Piano, denominato di Ripresa e Resilienza, non solo è strategico per superare la crisi causata dal Covid-19, ma è indispensabile per il rilancio complessivo della nostra economia, con nuove strategie più attente all’ecologia e al sociale. Si prevedono programmi e investimenti capaci di valorizzare le nostre specificità territoriali e la nostra cultura, attuando la cosiddetta transizione ecologica, sostenendo la ricerca e l’innovazione.
Le azioni previste, per circa 220 miliardi di euro, si articolano in aree tematiche strutturali d’intervento e sostanzialmente tutte hanno una relazione stretta con l’organizzazione funzionale della città, con i servizi urbani, lo spazio pubblico e il paesaggio. In particolare, delle sei aree con ampie possibilità d’azione operativa, molte riguardano il mondo dell’architettura: innovazione e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca.
Fin qui gli aspetti positivi che attengono gli indirizzi strategici ma molti ritengono che si dovrebbero affrontare anche i vari nodi irrisolti in termini di sburocratizzazione e semplificazione delle procedure. Il primo problema riguarda, infatti, le tempistiche per l’esecuzione delle opere, che dovranno essere completate e collaudate entro il 2026. La questione è stata messa in evidenza dagli industriali, dagli imprenditori dell’edilizia e anche dai progettisti.
L’Italia, è noto, non ha un parco progetti realmente esecutivi che possano essere realizzati in tempi brevi. In questi anni sono stati fatti pochi concorsi e, comunque, sono stati elaborati progetti di massima.
Il punto debole del sistema connesso al Recovery Plan riguarda la tempistica per la programmazione degli interventi, le procedure di affidamento delle progettazioni (che si spera avvenga in base a un sistema concorsuale), lo sviluppo dei progetti e le approvazioni (per opere mediamente complesse attualmente sono necessari in media tre anni), l’esecuzione delle opere e i collaudi finali, che spesso durano più delle realizzazioni stesse. Visto che i tempi di progettazione sono ridotti al minimo, è necessario intervenire soprattutto sulle altre fasi. In caso contrario, nonostante le tante strategie di ripartizione, l’Italia nel 2026 restituirà i fondi alla Comunità Europea, come già avviene da anni.
Non a caso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti mette le mani avanti per gli interventi infrastrutturali che, realisticamente, non “consentiranno la realizzazione entro il 2026 di lotti funzionali efficaci per la mobilità; essi saranno completati entro il 2030 a valere sulle risorse nazionali”. Inoltre il MIT sollecita le stazioni appaltanti affinché applichino le deroghe sugli appalti previste dal DL Semplificazioni, accelerando in tal modo l’apertura dei cantieri e la spesa di fondi stanziati.
La questione della tempistica, quindi, è nodale; ma viene ancora una volta affrontata con procedure d’emergenza, come per il ponte Morandi di Genova, anziché con provvedimenti organici e sistematici validi per tutti gli interventi nel territorio.
La rivoluzione del mondo del lavoro, connesso indirettamente con il Covid – 19, pone ulteriori interrogativi ai progettisti e ai pianificatori. La riflessione riguarda il modo con cui le città fortemente terziarizzate dovranno affrontare il problema della trasformazione delle aree direzionali (più smart working equivale a meno spazi per uffici), generando nuovi modelli insediativi (residenziali e lavorativi connessi) e finalizzati anche a corroborare la transizione green.
Si potranno immaginare quartieri “accoglienti” nel senso più ampio del termine, producendo mixitè, anche di tipo sociale, recuperando aree dismesse a fini residenziali e di agricoltura urbana, sostenendo il riequilibrio spontaneo in atto tra centri del nord e del sud, magari rigenerando ambiti improduttivi e borghi abbandonati.
Dopo anni in cui sembrava che per reggere la competizione su scala mondiale le città dovessero necessariamente diventare sempre più grandi e con forte espansione demografica si pone un nuovo paradigma, un diverso modello di organizzazione del territorio caratterizzato, per esempio, da un forte policentrismo tra centri medio – piccoli, che sia capace di tessere relazioni funzionali effettive tra i diversi ambiti urbani, rifiutando il modello ora prevalente delle periferie senza identità.

In copertina: Scali Ferroviari, Milano, Render della proposta per Farini e San Cristoforo ©OMA e LaboratorioPermanente.

 

 

Scrivi un commento