Lampi di pensiero: Andrea Branzi – di Angelo Massimo Gulino

Per questo ci sono le metropoli.
Per proteggere l’uomo dalla forza della natura, dai terremoti, le tempeste, le zanzare, le inondazioni, le stagioni. Memorabile è l’articolo “Sulla natura delle metropoli, 1991 – incluso nella raccolta SCRITTI – di Ettore Sottsass”. Qui l’autore immagina “… che il pianeta diventerà una totale metropoli, dove non ci sarà spazio per pericoli, per nessun pericolo: le tempeste finiranno giù dai tetti dentro cunicoli larghi e finiranno dentro fiumi con alte dighe di cemento, i terremoti non faranno più danni perché le città saranno di ferro e le arance e le mele e le fragole e i pomodori saranno tutti perfetti, lucidi e con bellissimi colori, non ci saranno neanche alberi rotti, ingialliti o storti e neanche prati con macchie. Le orchidee cresceranno sulle scale, le donne e gli uomini saranno tutti bellissimi, magri, alti, si sentiranno bene, ci vedranno benissimo, canteranno tutti bene e tutti sapranno fare benissimo l’amore, anche i cuori eventualmente saranno sostituiti in tempo e così via”. Ecco che il pensiero trasversale di Andrea Branzi si innesta tra le parole dorate dell’amico Ettore Sottsass penetrando nell’essenza profonda dell’uomo contemporaneo, elaborando lampi di pensiero iperrealistici della vita nel Terzo millennio. Così mi accade di rovistare tra carte vecchie, scampoli di giornale, micro guide di mostre viste all’Hangar Bicocca, preziosi cd video musicali ed ecco, tra le mani, il foglio A4 della mostra vista nel 2015 presso la galleria espositiva Antonia Jannone a Milano: ANDREA BRANZI – Dolmen. Il progetto espositivo raccoglie una serie di modelli che indagano la relazione tra metropoli contemporanee e tecnologie primordiali sperimentate dalle civiltà megalitiche. Le ricerche antropologiche sviluppate attraverso la mostra mi proiettano all’interno del complesso pensiero di Andrea Branzi, architetto, designer, progettista nonché grande pensatore, tanto da suggerirmi le seguenti domande che forse, un giorno, avranno delle risposte.

1. Oggi i filari pietrificati di Carnac attirano ancora la curiosità di molti che, come noi, credono ancora nella magia che avvolge i resti delle civiltà arcaiche sparpagliate sulla Terra, lanciandoci nei labirinti dell’immaginazione.

Campo Sacro, Allineamenti di Carnac, Bretagna, V-III millennio a.c., 2012

Vorrei sapere come si può conciliare il mistero che rotola intorno alle pietre conficcate nella terra, Dolmen e Menhir, e i misteri del Cosmo che si trovano a vivere gli uomini che viaggiano nello Spazio? Penso agli astronauti che da anni si susseguono sulla stazione spaziale orbitante intorno al Pianeta terra.

2. La serie di modelli tridimensionali che compongono il progetto espositivo DOLMEN, sono in gran parte abitati da una figura solitaria, col volto deformato da una tensione emotiva che genera l’urlo non violento, zen.

Andrea Branzi, Dolmen 7, 2015

Le pietre galleggiano in aria, ci raccontano che l’impossibile può esistere all’interno di un eterno attimo di preghiera pagana. Le quattro pietre sono angeli visionari posti agli angoli di uno spazio sacro.
Vorrei sapere se c’è ancora spazio per il Sacro all’interno della metropoli contemporanea e, volendo cercarlo, dove possiamo incontrarlo?

3. Le pietre sono frammenti di memoria strappate alla terra che ne reclama il ritorno. Pietre impossibili esposte come merce, senza radici, tra i cristalli graffiati d’amore. Affiora un velato riferimento ai murales lasciati dai graffitari sui muri delle città, sparse su tutto il pianeta.

Andrea Branzi, Dolmen, 2015

Vorrei sapere cosa ne pensate di questo fenomeno che tanto appassiona e coinvolge l’uomo metropolitano? Nel graffitismo, per sua natura illegale, c’è una linea di confine tra vandalismo e opera d’arte?

4. Nel XXI secolo la metropoli attuale è da rivedere come una realtà primitiva, selvaggia. L’uomo torna alla sua natura “animale”, non violenta ma intesa come espressione di massima libertà.
L’evoluzione umana non è terminata:
I PARCOURS come scimmie sacre scavalcano i baratri urbani;
I WRITERS, graffitari metropolitani, come incisori rupestri di-segnano la libertà sui muri delle nostre città;
I ballerini di BREAK DANCE, come giovani guerrieri, scelgono la strada per battaglie acrobatiche al ritmo di hip-hop;
Gli HIKKIMORI, eremiti urbani, hanno rapporto con il mondo esterno soltanto attraverso strumenti mediatici.
Tornano i PIERCING e i TATUAGGI come riti tribali.

     

Vorrei sapere se le giovani generazioni, i “millennials” sapranno confrontarsi coi grandi temi antropologici, come la morte, la vita, la sessualità?

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