“La foresta che cammina” – recensione di Mario Pisani

A qualche mese della pubblicazione di Architettura della Memoria e del Paesaggio, il bel volume, edito da Librìa di Melfi, nato da un’idea di Ennio Brion, con il testo di Pietro Valle e le fotografie di Giuseppe Dell’Arche, la Mondadori Electa manda in stampa il libro di Marco Mulazzani dal suggestivo titolo La foresta che cammina.
A cosa allude ? Ce lo spiega Elias Canetti che in Masse e Potere sostiene: “Il simbolo di massa dei tedeschi era l’esercito. Ma l’esercito era più di un esercito: era la foresta che cammina. In nessuna parte del mondo il senso della foresta è rimasto vivo come in Germania. La rigidità e il parallelismo degli alberi dritti, la loro densità e il loro numero riempiono il cuore tedesco di gioia profonda e segreta. Il tedesco cerca la foresta in cui hanno vissuto i suoi antenati e si sente ancora oggi volentieri tutt’uno con gli alberi”.
Il libro narra le vicende di un gran numero di  cimiteri che accolgono le spoglie  dei soldati tedeschi caduti nei conflitti della prima e della seconda guerra mondiale e ci permette di comprendere che, per dirlo ancora con Canetti, “senza i morti della Prima guerra mondiale, Hitler non sarebbe mai esistito. La sua intenzione di raccoglierli insieme nel proprio arco di trionfo è un riconoscimento di questa verità e del suo debito verso di essi”.
L’autore, docente a Ferrara e redattore di Casabella, ha pubblicato con la stessa casa editrice numerose monografie che spaziano da Moretti a Vaccaro, dai Carmassi a Tscholl. Oggi affronta questa particolare tipologia, completamente rimossa dai volumi che ci narrano le storie dell’architettura del Novecento.
In una precedente occasione  mi sono chiesto il perché di tale dimenticanza. O meglio  di questa che a tutti gli effetti appare come una damnatio memoriae di architetture che mostrano, anche al profano, tutto il loro interesse e l’indubbio valore espressivo. È sufficiente sfogliare le pagine del libro per rendersene conto, ancor prima di immergersi nella narrazione delle numerose realizzazioni. Com’è noto il tema della morte e di conseguenza il luogo delle sepolture, che in altri periodi storici ha prodotto architetture mirabili: dalle piramidi ai mausolei fino alle arche scaligere e al Tempio Malatestiano a Rimini, senza citare le straordinarie tombe Liberty, espressione del languore e l’abbandono per la dipartita, riappare in questi giorni infausti. I telegiornali, senza tregua e inesorabilmente, ci parlano delle vittime del Covid segnando quotidianamente il numero degli abbattuti. La morte sembrava scomparsa, evaporata, non esistere più. In realtà la società edonista l’aveva semplicemente  rimossa. Ad eccezione per le esequie dei personaggi illustri. Nella mia infanzia si potevano ancora vedere i carri funebri che trasportavano le salme ai cimiteri, oggi si muore in ospedale e i defunti praticamente scomparsi. In breve tempo si è passati da un rito sociale che giunge al culmine con i Casamonica, a una situazione intima, unicamente famigliare. Quando permesso, se non del tutto eliminata, senza poter neppure celebrare il rito della dipartita e il conseguente lutto.
Il libro ci rammenta invece come può essere significativo e denso di pathos il luogo delle sepolture  pensate per quei 7 milioni di giovani uccisi durante le due guerre mondiali segnando nel contempo l’inutilità della guerra. Non a caso le prime righe si aprono riportando le agghiaccianti descrizioni di Ernst Jünger che Nelle tempeste d’acciaio, ci descrive la carneficina perpetrata a Combles nell’agosto del 1916. In risposta all’alto numero di morti nasce la necessità di dare dignità alle “tombe dei guerrieri” mettendo insieme architetti, paesaggisti, scultori, per stabilire le linee guida degli interventi. Si inizia con un disegno di Alexander Weiss del 1915 per un cimitero tra i campi in Polonia, per passare su una collina dove le tombe sono all’ombra di un vecchio faggio, nel disegno di Franz Seeck ed arrivare al progetto di Ernst May con un cimitero militare nel bosco di Holnon, in Francia. Nel primo dopoguerra viene costituito il VDK, ideato per dare una dignitosa sepoltura all’’esercito di morti che conta milioni di persone’ e onorare i caduti. Nel 1927 appaiono le linee guida per i cimiteri, semplici e costruiti con materiali durevoli, che devono divenire parte del paesaggio, immersi nella vegetazione, protetti con muri di mattoni o siepi, con lapidi e croci in legno di quercia o pietra ed uno spazio appartato per il raccoglimento dei famigliari. Ovviamente occorre evitare la tipizzazione e “mai un cimitero assomiglierà ad un altro, per ubicazione, dimensioni, caratteri del paesaggio”.  Nasce così una moltitudine di cimiteri che vale la pena tornare ad esplorare. Magari forniti di una sorta di guida che tiene insieme le battaglie che hanno provocato quei morti e i luoghi delle sepolture. Questi, finalmente noti, dovrebbero essere conosciuti come meritano e trovare la giusta collocazione all’interno delle storie della nostra disciplina, finalmente private dagli aggettivi che prendono in giro se stessi.
Molti sono stati realizzati sotto il segno della retorica, ovvero espressi  “in modo ornato ed efficace”, come ci ricorda la Treccani. Impiegano una scrittura tesa a persuadere che quelle morti non sono state vane. Perciò anche la natura viene assoggettata al progetto per trasformare quei luoghi in “paesaggi della memoria patria”, capaci di resistere nei secoli e indicare alle “generazioni future il luogo dove un tempo erano sepolti gli eroi tedeschi”. A questo scopo si fa ricorso alla tradizione ispirandosi ad esempi come il Mausoleo di Teodorico a Ravenna, un vero castello dei morti, come quello federiciano a Lagopesole. Si realizzano quindi  campi di inumazione difesi da possenti mura e memoriali in pietra ornati di sculture, mosaici, iscrizioni dedicatorie, opere di ebanisteria. Il tutto coinvolgendo le antiche corporazioni di costruttori nelle quali artisti, architetti e artigiani collaborano in forma anonima “al servizio dell’onore degli eroi” per realizzare un’opera d’arte totale, espressione della comunità del popolo.
Molteplici sono le realizzazioni praticamente ignote sia in Europa che in Palestina, come il memoriale di Nazareth. Tra queste spicca quella di Tannenberg  nella Prussia Orientale della fine degli anni venti. Una “fortezza teutonica” progettata da Walter e Johannes Krüger e quella di Bitolj in Macedonia mentre il grande monumento in Russia del 1941, progettato di Wilhem Kreis, evoca il Cenotafio di Turenne progettato da Louis Etienne Boulle, vera icona del monumento funebre. Non poteva mancare il sacrario di El Alamein di Caccia Dominioni completato nel 1954 e, se la memoria non mi inganna, pubblicato da Zevi su L’Architettura cronache e storia. Il volume si conclude con i cimiteri e memoriali tedeschi realizzati in Italia dal 1955 al 1969 da Bressanone a Merano, da Pomezia a Costermano, di certo tra i più interessanti per il cambio di registro espressivo messo in atto dal progettista: Gerd Offenberg che individua l’inadeguatezza del pathos e dei gesti eroici alla presenza dei sentimenti di dolore e sofferenza dei parenti dei caduti che questi cimiteri militari suscitano e non è possibile trovare altre forme per esprimerlo se non la semplicità e il silenzio. Solo in questo modo è possibile esprimere la poesia dell’architettura mettendo in atto con la materia e la luce espressioni che toccando l’inesprimibile confortano, sostenendoci nel lutto.

In copertina: Marco Mulazzani, “La foresta che cammina Le sepolture dei soldati tedeschi 1929 1970 Architetti e Architetture”, Mondadori  Electa S.p.A. Milano 2020, p. 192 con numerose immagini in b. e n. e a colori, € 36,00.

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