“Tramonto della città globale. Dal maxischermo alla metropoli del contagio” Cittá globale. Flussi spaziali. Luoghi e non luoghi. Identità. Intervista a Davide Galleri – di Federica Caponera

Una profonda riflessione sull’epoca globale e sull’utopia di una conciliazione tra luoghi e spazi della modernità con Davide Galleri, Premio Giovane Critico 2018, autore di “Tramonto della città globale. Dal maxischermo alla metropoli del contagio”, pubblicato da Architetti Roma Edizioni lo scorso Ottobre 2020.

Vincitore del premio speciale “Nuovi talenti critici” 2018. Davide raccontaci il fortunato e meritato esordio di un indiscutibile talento.
Ti ringrazio, ma l’indiscutibile lo lascerei volentieri ad altro. Lessi quasi per caso del bando per la partecipazione a Nuovi Talenti Critici 2018. La richiesta era quella di descrivere la città del futuro. Ho cercato di dare organicità ad una serie di pensieri sulla città che avevo approfondito da un po’ di tempo. Credo di aver vinto il concorso per aver posto la questione in maniera problematica anziché utopica. L’idea di una città con uno sfondo di torri diafane, auto volanti, estetica verde, progetti fantascientifici, in cui confluiscono tutte le culture del mondo in una versione sintetica già esisteva, ed era Dubai. Il mio obiettivo è stato provare a descrivere quali meccanismi di potere si manifestano attraverso questo impianto urbano, quale cultura ne deriva e  quale influenza avrà sul prossimo futuro. Il libro che è scaturito da questo testo, “Tramonto della città globale”, in realtà è stato più un prequel che un sequel, in cui ho cercato di inquadrare il fenomeno delle città globali, sia nella storia delle città, sia nella nostra contemporaneità.

Come è maturato nel corso della tua formazione il desiderio di approfondire il complesso fenomeno “mondo città” della globalizzazione?
Ho avuto la fortuna di conoscere Franco Farinelli come docente nel mio percorso universitario, ed è stato determinante comprendere lo sguardo di un grande geografo sul mondo. Sebbene sia molto più distante anche rispetto a quello di un urbanista, in una logica frattale, risulta fondamentale anche per un architetto. Soprattutto è stato determinante sentir parlare di globalizzazione, fino a quel momento un concetto teorico, che divenne immediatamente spaziale: le reti della globalizzazione come uno strumento di contatto che si oppongono alla logica geografica e territoriale. La vicinanza di stili, culture, conoscenze, non è più una questione di prossimità locale, ma un’interrelazione tra reti. Se una città intercetta questi flussi è inserita in un sistema privilegiato. Tende così a creare un modello che si reitera su questa prossimità non spaziale, ma che poi produce effetti molto evidenti sullo spazio.

“Il cittadino globale in cerca d’autore”… Quali sono i benefici dell’attrarre i cittadini da parte delle metropoli futuristiche odierne?
Bisogna considerare la politica amministrativa di una città globale come quella di un hotel, in cui tutto concorre a far sì che turisti, nuovi abitanti, flussi di ricchezze siano intercettati e confluiscano nel polo urbano. Quanto più questi flussi aumentano, tanto più la città aumenta il suo rango, la sua posizione nelle classifiche delle città globali. A questo principio segue una propaganda continua che tenga la metropoli sempre attrattiva; un’immagine congestionata, di città in continuo movimento dove tutto accade, facile da diffondere in tutto il mondo con i mezzi di comunicazione attuali, per perpetrare logiche di sfruttamento fondiario, mediatico e pubblicitario. Wright già profetizzò circa 80 anni fa che la città ipertrofica si reggeva su questo meccanismo illusorio. Anche Frampton, più di recente, ha spiegato, chiamandolo effetto Bilbao, che un segno di un’archistar può portare magicamente delle città ignote al centro di questi flussi mediatici.

Sottomissione  e resistenza, disuguaglianze e contraddizioni sociali, effetti evidenti di un’illusione urbana e “vero volto del fantoccio metropolitano” contemporaneo. Quanto influisce nella società la separazione sempre più manifesta fra “inclusi” ed “esclusi”?
Si può considerare la città globale come un dentro o un fuori. Il privilegio è la prossimità ad un nucleo a cui tutta la città tende. Come qualsiasi centro la sua sfera d’influenza è limitata, per cui la lotta a starvi dentro diventa un principio esistenziale. Il perimetro di privilegio è il meccanismo che rende autoritari i poli di una città a scala urbana, e i centri globali a scala territoriale. Quindi tutto il territorio converge ad essi.  Il paradosso è che grazie ai contemporanei mezzi di comunicazione, sia fisici che immateriali, i centri della globalizzazione possono essere decongestionati da questa ambizione premoderna di prossimità al centro. Pensiamo all’emergenza sanitaria del Covid che,  nella sua tragicità, tuttavia, ci ha mostrato che il mondo di megalopoli ingolfate era malato ancora prima di esserlo. Comprendere che esista una lotta per lo spazio privilegiato è il miglior risultato che si possa ottenere da questa pandemia.

Le stratificazioni di epoche nei centri storici paragonate a flussi sanguigni che si arrestano poiché privi di apparati sociali che ne fruiscono, evocano nostalgia.  Una riflessione sulla “Nostalgia del passato”…
Quando il futuro è nefasto, inaccessibile, incerto, ci si consola inevitabilmente con il passato, vero o finto che sia. La nostra epoca non è un’epoca per giovani, c’è un forte pessimismo in ogni ambito e l’architettura non fa eccezioni. Mancando l’utopia, subentra in maniera prepotente la nostalgia di un passato, spesso mai esistito che in architettura, per esempio, produce i centri commerciali finto-storici. La vera città storica, al contempo, diventa uno sfondo piatto, subordinato al commercio, non la abita più nessuno, se non turisti che si alternano o passanti temporanei; i cittadini originari, già sfrattati da tempo, non protestano più per le scelte amministrative, non sono i proprietari dei più bei luoghi che la storia ci ha lasciato in eredità, amministrati invece delle medesime società commerciali, che operano i medesimi interventi in tutto il mondo. Non c’è quindi vera differenza tra i centri storici fittizi e quelli reali. Se per un architetto questo è molto stridente, nella fruizione comune non suscita alcuna differenza.

Mai come oggi la questione dello spazio diventa un tema politico e sociale di fondamentale importanza. Più il luogo viene esaltato dalle tecnologie della telecomunicazione e dei trasporti, più si sente il bisogno di riappropriarsene. Cosa intendi per “liquefazione” dello spazio pubblico?
La città storica spesso nasceva da un tipo di fruizione spaziale, consequenziale, di una lentezza quasi artigiana che dava un carattere a ciascun luogo. La fruizione di una città contemporanea, sia anch’essa storica, entra in rotta di collisione con questa lentezza, poiché è rapida e deve soddisfare immediatamente un bisogno seriale. Ogni centro storico più che diventare famoso nella sua totalità, emerge per determinati punti e luoghi. Quello che si cancella è la successione spaziale, il dialogo tra i luoghi, la stratificazione ed il lento cambio d’uso che lasciava sempre dei segni rispetto alle stratificazioni precedenti. Questo si verifica anche quando muore un sostrato umano, cioè quando, per esempio, si predilige anziché un prodotto locale, che ha una serie di legami con il territorio, un prodotto globale, che dall’alto irrompe nel tessuto e altera tutti i delicati rapporti di un’economia locale e di un apparato umano, prima che urbano.

Logiche neoliberiste, consumistiche, prive di  memoria contraddistinguono il pianeta globalizzato.  E allora come riuscire a far sì che le sfide del futuro tengano conto del  bisogno di opporsi ai non-luoghi creando relazione, identità, cultura all’interno di un territorio?
La questione dello spazio resta la questione sociale per eccellenza. Guardiamo le discrepanze di voto che ci sono state nella recente mappa di voto americana: una voragine culturale tra le metropoli, macchie blu progressiste, e le parti reazionarie, ovvero quelle più estese dal punto di vista territoriale, ma meno dense. Ciò dimostra che l’unico modo per acculturarsi e per porre relazioni è ancora la città e ciò avviene sia per le logiche globali di accentramento, sia perché non è mai stato superato il problema del sovraffollamento, un concetto diverso rispetto alla densità, come dice la Jacobs. Contrastare questo meccanismo non significa necessariamente contrastare la densità, che può essere un fattore positivo in determinati contesti urbani, ma l’obiettivo è quello di rendere questi spazi accessibili ad una pluralità di soggetti, con medesimi standard di vita minimi, ovvero l’obiettivo che sta alla base di qualsiasi legge urbanistica. Le metropoli ipertrofiche sono, invece, il luogo in cui la mega-progettazione delle Archistars si rivolge ad un pubblico d’elite, trincerato in confini immateriali. L’architettura perde completamente la sua funzione, diventa semplicemente un’esecuzione di interessi politici ed economici. Per quanto la figura dell’architetto abbia dei limiti, porsi come mero esecutore priva di questa disciplina di tutto il suo valore morale e intellettuale.

Archistars rifugiati in un’artisticità che li esclude da qualunque responsabilità con ruoli sempre più marginali, meri esecutori di grandi interessi politici ed economici. Come può allora l’architetto contemporaneo recuperare il senso etico e l’impegno civile della sua professione?
Spesso si ritiene che gli architetti contemporanei siano inconsapevoli di determinati fenomeni che i temi delicati della contemporaneità, come le questioni sociali e ambientali, siano loro ignoti. In realtà è molto più veritiero che l’architettura, esprimendosi attraverso le Archistars, risponda semplicemente ad una committenza, nascondendosi dietro questioni stilistiche come giustificazione delle loro operazioni, molto spesso insignificanti o dannose.
Nel ‘900 c’è stata una parte dell’architettura moderna che ha definito lo spazio come una progressiva forma di libertà dell’uomo, un’altra che cercava di raggiungere l’essenza del costruire contro la retorica ottocentesca. Oggi l’iper architettura non produce un reale avanzamento culturale e morale. Molto spesso diventa uno sfoggio di capacità, di tracotanza, di estetica fine a se stessa. Non è che non venga capito questo principio e quali siano gli effetti di una progettazione subordinata alla speculazione. È che, sebbene in molti lo capiscano, alla fine la differenza la fanno in pochi, che, per dirla in breve, fanno orecchie da archistars.

Illustraci il significato e la centralità che la critica d’architettura riveste oggi.
La critica d’architettura oggi quasi non esiste. Se l’architettura diventa uno strumento di propaganda, la critica si sublima in maniera ancora più evidente, diventando una forma di prostituzione intellettuale quasi peggiore a quella delle Archistars. I critici teoricamente avrebbero l’obiettivo di far emergere la verità o quantomeno una verità, soggetta alla propria morale. La critica delle più altisonanti testate è invece diventata un banale sodalizio di un establishment comune, architetto e critico, che produce un impoverimento intellettuale fortissimo: sempre più raccolte di immagini, di progetti, in cui non si pone mai il reale dubbio sul significato dell’architettura. Auspico che prima o poi la critica torni ad essere fondamentale, come lo è stata dagli anni ‘50 agli anni ‘90, e lo sarà nella misura in cui si saprà parlare a chi non è del mestiere, spiegando quanto l’architettura e lo spazio in cui viviamo, specialmente quello pubblico, siano necessari per la qualità della vita. Riportare l’architettura a dare risposte realmente significative su questioni fondamentali del prossimo futuro, ambiente e questioni sociali, è la sfida più grande e più importante che la critica e l’architettura della mia generazione deve porsi.

 


Skyline Dubai.


Guggenheim veduta dal ponte d’ingresso Bilbao.


McArthurGlen Outlet.

Tramonto della città globale. Dal maxischermo alla metropoli del contagio, Davide Galleri, Architetti Roma Edizioni, 2020.

Per acquistare il libro:
https://www.lafeltrinelli.it/libri/davide-galleri/tramonto-citta-globale-dal-maxischermo/9788899836368

Davide Galleri, (Caserta, 1995) è un giovane critico d’architettura. Vincitore del premio speciale “Nuovi talenti critici” di Architetti Roma edizioni in occasione della settima edizione del concorso “Giovani critici per la critica d’architettura”, bandito dall’AIAC – Associazione Italiana di Architettura e Critica insieme a professionearchitetto.com. Il concorso, con lo scopo di promuovere l’attività critica tra i giovani, ha voluto premiare un nuovo talento con la pubblicazione di un libro edito dalla casa editrice dell’Ordine degli Architetti P.P.C. di Roma e provincia.

 

Scrivi un commento