RICERCA E SPERIMENTAZIONE. STRUTTURA E IDENTITA’. L’ARCHITETTURA “GENEROSA” DI LABICS. INTERVISTA A MARIA CLAUDIA CLEMENTE – di Federica Caponera

Studio Labics, Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori, un laboratorio in cui ricerca, sperimentazione e produzione si coniugano con passione ed entusiasmo.
Una architettura generosa, ospitale, capace di ridare qualcosa indietro alla dimensione pubblica e urbana. Le nostre architetture si pongono sempre nei confronti del contesto in cui si inseriscono con generosità, non concentrandosi su sé stessi, cercando al contrario di aprirsi ad una fruizione, pubblica, condivisa, collettiva.

Fare progetti oggi vuol dire più che mai ricerca. All’inizio di ogni processo creativo si pongono delle domande. Fare architettura, pensare architettura e articolarla vuole dire cercare risposte.
L’Architettura è sempre stata il risultato di un processo di ricerca, fin dall’antichità. Mi ha sempre colpito come anche le piramidi, nella loro perfezione lo siano state, da quella di Saqqara a quella di Cheope passano secoli di studi e ricerca, o pensiamo ai templi greci, e al loro lento processo di perfezionamento, o all’architettura del Rinascimento e al suo rapporto con la geometria e le proporzioni per arrivare fino ad architetture a noi più vicine.
Tuttavia andrebbe fatta una piccola precisazione sul significato del termine ricerca in architettura: a differenza della creazione artistica, che in qualche modo è frutto di una sorta di auto-commissione dell’artista a sé stesso, gli edifici e quindi il progetto di architettura, in linea generale, nasce da una domanda più o meno reale, ma comunque una domanda. Anche nei casi dei progetti teorici o immaginari, la specificità dell’architettura rispetto all’arte sta proprio in questo, ovvero nell’essere una arte “civica” che opera nella realtà per trasformarla. In questo senso è una ricerca molto più difficile da portare avanti con coerenza e consistenza rispetto a quella degli artisti. Come è noto la realtà talvolta oppone resistenza.

Il fatto di interrogarsi può essere considerato per Lei il principio che mette in moto l’intera attività di sperimentazione?
Interrogarsi è sempre, ed anzi in architettura lo è ancora di più proprio per la complessità del processo che mette in atto e per le responsabilità che si ha nei confronti della realtà, il punto di partenza necessario, il principio che mette in moto il processo progettuale.
Nel nostro caso l’attività di ricerca è frutto di una serie di interessi ed ossessioni che nascono all’interno della disciplina; non è una ricerca formale né tecnologica, è una ricerca che indaga le modalità e le ragioni secondo le quali prende forma un progetto. Non cerca in altri argomenti, come la sostenibilità, l’ecologia o la sociologia, per citare quelli più in voga ai giorni nostri, le motivazioni e le ragioni del fare architettura. Riteniamo che una architettura quando è ben concepita sia in grado “naturalmente” di rispondere alle ragioni dell’ambiente e della collettività. Anzi lo riteniamo obbligatorio.
La fase di elaborazione di un progetto inizia con una lunga e complessa fase di indagine intorno sostanzialmente a tre punti: l’analisi della domanda per coglierne il senso e gli aspetti latenti, sottaciuti, il contesto, nei suoi dati materiali e immateriali, ovvero dalla storia al territorio, il programma, e dunque la tipologia. Il tutto per cercare la struttura del progetto.
Questo metodo si basa sul principio che la risposta alla domanda non è mai scontata, né mai un problema meramente formale; dipende dalle questioni, dalle domande che il progetto pone, perché per noi la forma è il risultato finale di una serie di riflessioni tra loro connesse e conseguenti. È per questo che il processo progettuale è un processo lento, che richiede tempo, pazienza, elaborazioni progressive e tante prove che noi solitamente facciamo attraverso plastici. Ci è successo molto raramente di iniziare un progetto con uno schizzo, perché riteniamo che lo schizzo sia già un risultato, come un fermo immagine: per capire il risultato serve investigare lpossibilità che quella domanda dischiude. E in questo metodo non c’è differenza di scala e di programma; anche un “progetto piccolo” o effimero, diventa l’occasione per cercare qualcosa di inaspettato.

I concetti chiave alla base della Vostra ricerca…
Il primo è il concetto di struttura, il secondo, al primo estremamente correlato, è la dimensione pubblica dell’architettura. Il concetto di struttura è per noi fondamentale. Non ci riferiamo naturalmente solo alla struttura portante; considerare il progetto di architettura una struttura ha un significato più ampio, in qualche modo filosofico, significa spostare il piano e l’attenzione dal disegno dell’oggetto al disegno dei principi che lo regolano. Tutto nasce quando abbiamo iniziato a progettare, per cercare di capire il perché della forma. Spaesati da un’epoca in cui ogni forma sembrava possibile, abbiamo cercato di ritrovare le fondamenta della disciplina, dell’architettura, e in questa ricerca il termine struttura ci sembrava potesse avere una componente logica, per certi versi oggettiva. La forma finale riusciva ad avere una ragione intrinseca ed estrinseca.
Il senso del termina struttura risiede “nell’insieme delle relazioni e delle regole interne ad un sistema, sia esso materiale o immateriale, nel quale i singoli componenti non esistono di per sé ma solo in connessione fra di loro ed in rapporto alla totalità entro cui si collocano”.  Il termine struttura ci parla dunque delle relazioni tra le cose e non delle cose stesse. Concepire un’architettura come una struttura implica dunque il considerarla non come un oggetto autonomo, ma come un sistema composto da diversi elementi tenuti insieme da una logica unitaria e soprattutto come un componente di un sistema più ampio, il contesto nelle sue diverse connotazioni. Progettare una struttura significa infatti mettere a sistema – in un’unica entità – tutte le componenti che confluiscono nel progetto. Per questo, le accezioni che il termine struttura può assumere per noi sono molteplici, dalle strutture portanti, alle strutture formali, alle strutture per la circolazione a quella degli spazi pubblici; diventa strutturale quello che per noi è centrale nel progetto. Di queste strutture tratta la nostra prima monografia che si intitola proprio “Strutture”.
Questa è in sintesi il senso della nostra ricerca, che non vuol dire rinunciare alla forma, bensì motivarla e dargli struttura: mostrare l’essenza oggettiva del principio generatore alla base di un progetto. C’è una frase bellissima di Mies Van Der Rohe: <Per come la vedo, oggi esistono due tendenze generali: una ha un fondamento strutturale e potremmo considerarla più obiettiva; l’altra ha una base plastica e quindi potremmo definirla emotiva. Le due tendenze non possono essere mescolate> (intervista con Peter Carter del 1964, recentemente ripubblicata in Casabella n. 741, febbraio 2006).

Di fronte alla complessa e continua trasformazione del mondo attuale, il ruolo dell’architettura come si pone?
L’architettura oggi mi sembra in grande difficoltà, per due ordini di motivi. Da una parte l’incessante crescita delle città ha reso l’architettura quasi irrilevante; si è perso quel rapporto tra il disegno della città e l’architettura che ha caratterizzato la cultura architettonico-urbana per oltre duemila anni. Non parlo solo delle città italiane dove questo è più evidente, ma penso anche alle città medio orientali, o Manhattan dove il rapporto tra architettura e struttura urbana sostanzialmente coincide. Oggi la città purtroppo viene per lo più disegnata e prodotta dai “developer”, il cui unico obiettivo è ovviamente il profitto. La città fatta diventa così una sommatoria di oggetti più o meni belli, che non hanno nessuna relazione gli uni con gli altri, perché mancanti di un disegno unitario a cui fare riferimento. Così mentre il disegno della città perde forma per seguire regole economiche e finanziarie, l’architettura segue regole legate al marketing e alla comunicazione.

E come si è evoluto questo fenomeno nel tempo?
Se ci interroghiamo sul perché questo sia avvenuto, troviamo la sua origine nel Movimento Moderno che, dando particolare attenzione all’oggetto architettonico, ha collocato l’architettura lontano dalla strada – cfr la Carta di Atene – privandola di ogni possibile contesto. L’architettura successiva, dal post-modernismo all’architettura degli anni ’90 e ’00 non ha fatto altro che confermare e anzi enfatizzare questa attenzione.  L’altro grande errore, in qualche modo sempre figlio del Movimento Moderno, è stato quello di dividere l’urbanistica dal disegno urbano, permettendo che gli urbanisti facessero i loro piani regolatori, numerici ed esatti, non curanti del disegno della città.
Tuttavia io penso che la città sia il luogo privilegiato dell’architettura, è sempre stato così nella storia, dal disegno delle città romane al piano di Sisto V, fino alla città di Hausmann, solo per fare alcuni esempi. Come aveva intuito già a suo tempo Manfredo Tafuri, separando l’architettura dalla città si priva l’architettura di un ruolo strutturante, trasformandola in un elemento decorativo, senza quel ruolo politico ed urbano che l’architettura ha sempre avuto.
Il secondo motivo per cui l’architettura è in grande crisi è perché la globalizzazione ha reso l’architettura uguale ovunque. Con un po’ di ingenuità gli architetti si sono messi al servizio del liberismo, pensando di espandere la disciplina, senza rendersi conto che così rendevano l’architettura non più un oggetto di ricerca, ma un servizio per il mercato.
Oggi l’architettura come la intendiamo noi, è diventata una questione elitaria, per pochi, fatta da pochi, dove la grande produzione edilizia è solo apparentemente architettura. Il risultato è una disciplina molto debole, fragile e con un ruolo irrilevante nelle trasformazioni.

“Shared space”. L’importanza dello spazio pubblico.
“Shared space” è una ricerca che stiamo portando avanti da qualche tempo incentrata sullo spazio pubblico e soprattutto sulle architetture capaci di contribuire a dare forma allo spazio pubblico. Abbiamo costruito una tassonomia di tipologie partendo dalla rilettura dell’architettura storica italiana, presa come simbolo di un modo di fare architettura che si pone nei confronti della città in modo aperto, non prepotente, cercando di interagire con lo spazio delle persone. Una architettura generosa, ospitale, capace di ridare qualcosa indietro alla dimensione pubblica e urbana. Le nostre architetture si pongono sempre nei confronti del contesto in cui si inseriscono con generosità, non concentrandosi su sé stessi, cercando al contrario di aprirsi ad una fruizione, pubblica, condivisa, collettiva. La volontà di potenziare la dimensione pubblica dei progetti vale anche nei piccoli interventi, come lo spazio di una casa. Perché anche lo spazio di una casa contiene una dimensione pubblica e una privata. Perché ci interessa la dimensione pubblica dei progetti? Perché lo spazio condiviso è il luogo dell’invenzione, della creatività, della condivisione, dello scambio, ma non solo. In qualche modo è il luogo della democrazia, come ci ricorda Salvatore Veca: <Sono convinto che uno dei tratti distintivi cruciali di una democrazia politica sia l’ampiezza e la ricchezza del suo spazio pubblico, in cui si esercita la libertà democratica per eccellenza, quella di condividere con altre cittadine e cittadini modi di valutare e proporre soluzioni di problemi collettivi fra loro alternative e confliggenti. Lo spazio pubblico, in questa prospettiva, è uno spazio sociale, e non già istituzionale>. https://st.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-08-26/spazio-pubblico-le-idee

Aprirsi alla città, costruire relazioni. Quanto è importante superare la concezione di architettura atopica nella trasformazione della città contemporanea e raggiungere la qualità dello spazio urbano?
Per rispondere a questa domanda è utile pensare a Shanghai, a Los Angeles, a Mumbai, città spaesanti, in cui è difficile orientarsi, ritrovarsi. Il tessuto urbano, il centro che tutti possono percepire come tale, così come lo definiamo noi italiani o se vogliamo noi europei, è un concetto che li sembra evaporare; basti pensare che per Shanghai il centro percepito è il Bund, ovvero quella piccolissima parte di tessuto costruito dagli europei tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.
Non possiamo non interrogarci se queste enormi conurbazioni possano essere considerare ancora città, o piuttosto solo una sommatoria di edifici (raramente architetture) del tutto atopiche senza un pensiero unitario. Queste enormi conurbazioni stanno mostrando tutti i loro limiti; non è un caso che stia riflettendo sulla loro ri-organizzazione in micro-città di 15 minuti; l’obiettivo è quello di ritrovare un luogo vivibile, in cui rintracciare il proprio spazio vitale e identitario. E questo è necessariamente uno spazio fisico, perché alla fine, anche nell’era dei social, la costruzione di una vera identità collettiva passa per luoghi reali. Non è un caso che le manifestazioni collettive più importanti degli ultimi decenni siano collegate a luoghi fisici, a spazi definiti; pensiamo ad esempio a quelle di piazza Tahrir o piazza Tienamenn, tra tante.
Del resto l’esperienza urbana è molto legata all’esperienza che si fa dello spazio vuoto e soprattutto del livello zero. 

Un Vostro progetto capace di riassume l’equilibrio tra spazio, confine e paesaggio.
Bisogna capire cosa si intende come confine, se intendiamo architetture che escono dal loro proprio recinto per instaurare un rapporto con la città certamente per noi sono stati molto importanti Città del Sole e MAST. Due progetti con i quali abbiamo provato ad aprire l’architettura verso una dimensione più collettiva anche nell’interpretazione del programma, oltre che quindi nella definizione tipologica e morfologica degli edifici. Pensando al paesaggio mi vengono in mente due progetti più recenti, quali il progetto per l’Istituto Sacra Famiglia o per UpTown, un isolato urbano all’interno del masterplan di Cascina Merlata, nei quali stiamo investigando la centralità del paesaggio, portando la natura all’interno del progetto. Ma l’elenco sarebbe lungo, proprio per tutto quello che ho spiegato fino ad oggi, tutti i nostri progetti in modo diverso investigano il concetto di confine, di apertura e di architettura come paesaggio.

Una Legge per l’Architettura…
L’Italia è uno dei pochi paesi europei a non avere una Legge per l’Architettura, il che sembra paradossale. Se ne parla da anni ed è incredibile che su una questione così importante, così fondativa per la cultura di questo paese non si riesca a trovare una convergenza di vedute. Una Legge per l’Architettura è necessaria prima di tutto come sinonimo di cultura e civiltà; l’architettura non è un lusso ma un diritto per tutti.

Per concludere, pensando alle donne che hanno contraddistinto il panorama architettonico mondiale e che oggi sono al centro di numerosi dibattiti, volti alla riscoperta dell’“energia femminile”, può dirci se l’architettura di genere abbia influenzato in qualche modo la Sua formazione?
Non credo al concetto di genere, mi sembra una gabbia creata per collocare e circoscrivere ruoli e parti. Credo fermamente nell’individuo, nelle capacità e nell’energia che esso può esprimere, e credo quindi che tutti gli individui debbano avere pari opportunità e ruoli nella società contemporanea. Senza distinzione di genere o di classe. Per questo tutte le battaglie per far sì che questo avvenga sono importanti anzi direi centrali. Rispondendo alla domanda non penso che esista una architettura al femminile, esiste una diversità tra uomini e donne ma forse riguarda più il metodo che il risultato.


Structures.

In copertina: Human Technopole, Milan, Competition.
Credits: ©LABICS

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