“Lo storico scellerato” – recensione di Mario Pisani

Inutile nasconderlo. Non appaiono invitanti le 430 pagine del volume per chi è abituato a leggerle tutte. Non attrae neppure il ritratto allo specchio formato tessera che appare in copertina dove Tafuri – Mangiafuoco per i suoi studenti – si carica la pipa. Lo si deve alla moglie: Giusi Maria  Letizia Rapisarda che poche pagine dopo ne traccia un affettuoso profilo, ricordando i loro viaggi.
Ciò che accantona la ritrosia e spinge alla lettura è la seduzione del titolo: Lo storico scellerato. Scelto da Carpensano che con Pietrosanto e Scatena hanno curato il volume. Lo stesso che Tafuri attribuisce a Piranesi nel primo capitolo di La sfera e il labirinto. Avanguardie e architettura da Piranesi agli anni ’70, pubblicato da Einaudi nel 1980. Un volume che non poteva mancare nella biblioteca degli architetti della mia generazione e che oggi, come molti altri, in pochi conoscono.
Da segnalare numerosi spunti di sicuro interesse. Ad iniziare dai suoi progetti, che quasi nessuno conosceva, messi a punto in sintonia con lo spirito del tempo. E la dimostrazione che esistono numerosi studiosi formati a Valle Giulia, presenti nel volume con saggi interessanti. Tra gli altri  Cinzia Capaldo, Lina Manfona, Alfonso Giancotti e Donatella Scatena.
Eppure alla fine della lettura si avverte un vuoto che segna il volume. Non per i limiti dei curatori, ma manca un personaggio come Massimo Cacciari del Quid tum, l’orazione funebre tenuta il 25 febbraio del 1994 allo IUVA, nel cortile dei Tolentini. Troppo preso a non saltare la presenza in TV ? E Alberto Asor Rosa che sulle pagine di Casabella ha scritto:“ha lasciato in eredità (…)  un totale disincanto, una eredità ancora più totale rispetto al meccanismo di valori, di procedure e di omertà, che sono alla base di qualsiasi disciplina umanistica accademicamente intesa”. E perché non troviamo uno scritto di Giorgio Ciucci e dello stesso Francesco Dal Co che ha iniziato con lui la sua carriera? Per citare solo alcuni che con la loro riflessione avrebbero contribuito a realizzare un ritratto a tutto tondo di un intellettuale a cui si deve una prolifica produzione.
Certamente i giovani studiosi continueranno ad analizzare i suoi testi per capire ciò che è ancora vivo e ciò che dobbiamo lasciare andare. Ad iniziare da Progetto e utopia, un saggio del ‘69, dove Tafuri, per dirlo con Alessandra Muntoni, “ha posizionato i suoi periscopi, le sue sonde e i suoi microscopi per traguardare in lungo e in largo l’eco di una architettura che probabilmente non ha mai amato, cercandone i limiti, i fallimenti e le contraddizioni, relegandola nei territori inconsistenti della marginalità, ma ammettendone anche qualche acuto formidabile, capace da solo di gettare luci e prospettive ancora percorribile nel mestiere, nell’arte e nella tecnica dell’architetto”.
Anche Gianni Accasto sottolinea il suo rapporto ambiguo con l’architettura, fatto di amore e d’odio mentre Portoghesi nota che il suo grimaldello ideologico ha finito per non fargli comprendere il senso dell’architettura di Venturi e, aggiunge il sottoscritto, in generale l’esperienza del postmoderno.
Antonino Saggio ritiene che “pochi come Tafuri hanno contribuito a demolire certezze, miti, speranze rivelando le debolezze degli architetti nell’aver creduto in un mito borghese, in una riforma socialdemocratica, in un regime risolutore, in una ricostruzione paesana, in un centrosinistra di piano”.
Forse è vero che il nostro personaggio, autore di numerosi testi degli inizi sulla contemporaneità, giunto a Venezia, come sostiene Franco Purini, “a contatto con lo straordinario scenario urbano lagunare (…) mise a punto, in modo completo ma anche evolutivo, la sua idea di storia, che finì per configurarsi come una complessa opera di ricomposizione e di decifrazione dei numerosi strati conoscitivi che il passato ci consegna come enigma difficile da risolvere”.
Di sicuro interesse il confronto con Aldo Rossi. Il progettista milanese sostiene che: “i monumenti romani, i palazzi del Rinascimento, i castelli, le cattedrali gotiche, costituiscono l’architettura; sono parti della sua costruzione. Come tali ritorneranno sempre e non solo e non tanto come storia e memoria ma come elementi della progettazione”. Tafuri risponde con una lettura del segno ‘storico’ di Rossi come isolato ed estraniato da qualsiasi contesto, e fase ultima di un processo di riduzione di significato il cui passo successivo sono segni che indicano che il “luogo dell’abitare” non appartiene più alla città”.
Tra i ricordi personali spicca la mostra Vienna Rossa dell’80 realizzata con Alfredo Passeri negli anni di Renato Nicolini. In essa la Muntoni coglie come “il pensiero di Otto Bauer avesse ispirato una politica pauperistica al partito socialdemocratico viennese, il quale aveva intrapreso una strategia per la casa popolare fondata sul cantiere tradizionale a basso costo, sul regime di bassi affitti, senza alcuna ricerca tipologica sul nuovo modo di abitare, come in quel frangente aveva fatto l’Olanda e la Germania”. Ed ancora i testi su Piranesi del Campo Marzio. Quel messaggio che giunge fino alle avanguardie e ai giorni nostri. “Nelle tessere mancanti della Forma Urbis Romae si manifesterebbe la ‘profezia tragica’ del futuro urbano”. E forse è così.

In copertina: A cura di Orazio Carpenzano con Marco Pietrosanto Donatella Scatena, “Lo storico scellerato”, Scritti su Manfredo Tafuri, Quodlibet Recanati 2019, p. 432, con numerose foto in b. e n. €28,00.

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