L’eredità di Pietro Barucci – di Massimo Locci

Il premio IN/ARCHITETTURA 2020, promosso da IN/ARCH e ANCE in collaborazione con ARCHILOVERS, sta giungendo a conclusione; dopo il tour di premiazioni regionali, il 18 dicembre ci sarà la cerimonia nazionale (iscrizione attraverso il portale Archilovers).
L’iniziativa ha avuto un grande consenso, come testimonia il numero rilevante di candidature nelle sei categorie ufficiali (ben 1261 opere realizzate nell’ultimo quinquennio, per la prima volta in tutte le regioni), oltre a tre premi speciali associati ad aziende partner (Listone Giordano, Vimar, Willis Towers Watson).
Il prestigio del premio, attivo dagli inizi degli anni ’60, è legato ai nomi dei vincitori, in sostanza tutti i migliori progettisti italiani, e dei giurati, intellettuali, artisti, letterati, progettisti e imprenditori. Le finalità sono, da sempre, strettamente legate alle istituzioni proponenti e sintetizzabili nella valorizzazione dell’intera filiera di figure che contribuiscono alla buona riuscita dell’intervento architettonico. Si premia, quindi, l’opera costruita come esito della partecipazione di soggetti diversi. E’, infatti, l’unico premio che attribuisce riconoscimenti a progettisti, committenti e imprese costruttrici, sostenendo la qualità architettonica complessiva, intesa non solo come fatto estetico ma, soprattutto, come valore sociale ed economico.
Anche quest’anno, più che le grandi opere magniloquenti, sono stati premiati lavori misurati, poetici, sensibili all’ambiente, soprattutto utili alle comunità.
Il premio IN/ARCHITETTURA 2020, tra opere proposte, segnalate e premiate costituisce, inoltre, una significativa ricognizione sulla buona architettura realizzata nell’ultimo quinquennio. In un periodo di crisi del settore edilizio, come pochi in passato, le opere candidate e selezionate rappresentano, comunque, un panorama di sicuro interesse.
Per sostenere l’attività dei giovani progettisti, infine, sono stati conferiti fino a tre riconoscimenti per altrettante opere progettate da autori con età inferiore a 40 anni. E’ interessante registrare, di conseguenza, le nuove opportunità operative scelte dai giovani progettisti, che sondano sempre nuove strategie operative e nuovi mercati, talvolta inventandoli attraverso azioni partecipative e artistico-performative, altre volte partecipando a bandi di istituzioni e musei o attraverso concorsi. Purtroppo prevalentemente all’estero.
Il premio più significativo è, ovviamente, quello alla Carriera. In attesa di svelare quello nazionale di quest’anno, che commenteremo la settimana prossima, farei una sintetica motivazione di quello appena attribuito per il Lazio a Pietro Barucci.
Nato a Roma nel 1922 in una famiglia di artisti, progettisti e costruttori,  Barucci si laurea nel 1946 con Arnaldo Foschini, di cui diventa assistente. Il suo rapporto con il mondo universitario è conflittuale: si allontana con Muratori, ritorna chiamato da Libera e dopo una breve collaborazione con Quaroni lascia definitivamente l’insegnamento e si dedica alla professione.
Si è molto discusso in questi anni su come sarebbe potuta essere la facoltà di Architettura se, agli inizi degli anni ’60, si fossero sostenuti i progettisti veri, come lo era sicuramente Barucci, rispetto ai teorici della progettazione come Tafuri, che prese il suo posto.
In verità egli diventa ‘docente’ fuori dalla facoltà, come allora avveniva nei migliori studi romani, da Passarelli a Monaco-Luccichenti. Nel suo, infatti, collaborano e si formano intere generazioni di architetti, talvolta coetanei come Beata Di Gaddo, Ugo Sacco e Vittorio De Feo, o più giovani come Paolo Silvagni, Mario Avagnina, Simone Ombuen.
Dagli anni quaranta Pietro Barucci sviluppa un’intensa attività progettuale in particolare nel campo dell’edilizia residenziale, dell’edilizia scolastica e dell’industrializzazione edilizia, partecipando a vari concorsi e conseguendo importanti riconoscimenti. Negli anni sessanta e settanta si occupa di piani urbanistici in Tunisia ed Etiopia. Pragmatico, aggiornato nei linguaggi ma lontano dalle mode, in circa 70 anni di attività Barucci ha sempre creduto nello scambio proficuo tra committenza, impresa realizzatrice e progettista. Ha ottenuto, infatti, Premi IN/ARCH nel 1990 e nel 1992.
Tra le sue opere romane: una elegante palazzina in via Monti Parioli (1948), un edificio in linea nel quartiere INA-Casa al Tuscolano (1950), l’Istituto industriale a Pietralata (1961-70); la sede ENPAM  in via Torino (1962-65); il centro direzionale di piazzale Caravaggio (1963-69); parte del complesso ISES-IACP di Spinaceto (1965-77); i quartieri residenziali IACP Laurentino 38(1971-84), Torrevecchia (1978-84), Quartaccio (1978-84), i Comparti M4, R5, R11 a Tor Bella Monaca (1980-81), il Piano di Zona Mistica 2 (con Carlo Melograni e Nico Di Cagno). Tutti progetti a grande scala che rappresentano una precisa idea di città contemporanea, sviluppata da Pietro Barucci come tessere di un’ideale città di fondazione.
Tra i progetti in altre città si segnalano: vari quartieri INA-Casa e altri interventi a Livorno, un edificio INCIS a Torino, il Piano Straordinario per l’Edilizia Residenziale di Napoli (1982-92 con Vittorio De Feo) e tra questi gli interventi di riqualificazione degli ambiti di Taverna del Ferro, di Pazzigno e segnatamente di Barra, dove sperimenta una interessante integrazione tra recupero dei centri storici e integrazioni moderne.
In una recente intervista sul Corriere della sera  Giuseppe Pullara gli chiede quali siano i suoi obiettivi a 98 anni e in un periodo di pandemia. «Sentirmi responsabile di me stesso lanciando lo sguardo in avanti: in fondo, continuo nella dimensione del progettare. Bisogna lasciare da parte i pensieri negativi».

Questa mi pare la conclusione più giusta e il viatico migliore per il nostro futuro di architetti e di cittadini.

In copertina:  Centro Direzionale di Piazzale Caravaggio a Roma, Pietro Barucci.
Credit_ https://archiwatch.it/2012/12/13/pietro-barucci-lucio-passarelli-due-protagonisti-degli-anni-sessanta-a-roma/

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