Un antidoto all’urbanizzazione e all’omologazione. La cultura vernacolare cinese. Intervista a Mario Pisani – di Federica Caponera

Di fronte alle complesse sfide poste dalla crisi sanitaria, la società si interroga … alla ricerca di una nuova filosofia del vivere, profondamente feconda, che richiami alla bellezza, alla tradizione, ed offra percorsi virtuosi capaci di trasformare la crisi in una opportunità per il futuro.
Sfogliare le pagine di “Abitare in Cina oggi. Esperienze a confronto” ed immergersi in una realtà ricca di memoria, sulla scia della lunga, affascinante lezione dell’architettura cinese.

“Fare storia è forse costruire una trama di storie…” Il tuo libro esordisce con una citazione. Quanto è importante oggi raccontare storie, esperienze e quindi innescare un dialogo sui nuovi scenari possibili per la città contemporanea?
La citazione di cui parli è di Franco Rella, un filosofo che ho avuto modo di conoscere ed apprezzare molti anni or sono, organizzando una serie di conferenze: Paesaggio Metropolitano, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, con Beppe Bartolucci e Ida Panicelli. Da allora ho continuato a seguire i suoi testi che trovo davvero stimolanti per il lavoro di critico.
Come sai a tutti piace ascoltare le storie, soprattutto quelle ambientate in Paesi lontani e per molti versi ancora sconosciuti. Se fino a pochi anni fa si guardava agli Stati Uniti on the road e le sue megalopoli per cercare di capire lo sviluppo delle città,  ora non si può che guardare alla Cina, un universo in piena espansione che sta prefigurando quali saranno gli scenari del prossimo futuro. Dalla crescita illimitata fino a raggiungere cifre impensabili e l’unione di più città in una, come sta avvenendo per Beijing, o il ritorno ai villaggi come testimoniano alcuni esempi che ho scelto per Abitare in Cina Oggi.
Gli esempi che mostro ci indicano una strada per la città contemporanea.

Perché hai deciso di raccontare la condizione dell’architettura cinese? Cosa ti ha colpito maggiormente?
Nel 2009 ho fatto il primo viaggio in Cina, con la mia Università e da allora, quasi ogni anno, trascorro un mese all’Accademia di Belle Arti di Hangzhou, la più antica della Cina, per fare lezioni agli studenti. Sia nella sede centrale, di fronte alle sponde di un magnifico lago che nel  campus progettato da Wang Shu e sua moglie Lu Wenyu, Pritzker Prize dell’architettura. Ho avuto l’opportunità di visitare non solo l’entroterra di questa  città che ha ispirato molti poeti con storie simili a quella di Giulietta e Romeo e dove si coltiva un ottimo tè, poco distante da Shangai. Ho visitato anche Beijin, la Capitale, Nànjin, Guangzhou l’antica Canton. Ho ovviamente non solo osservato,  ma studiato la loro architettura che mi ha colpito per la continua ricerca di nuove espressioni, in particolare le più recenti  che non perdono la memoria rispetto a ciò che è stata la lunga e affascinante lezione dell’architettura cinese. Per molti versi si può affermare, e questo è il dato più significativo, che l’architettura della casa fino a pochi decenni or sono era molto lontana dalla storia e dalla tradizione cinese e assai vicina ai modelli sovietici. Ora, grazie anche al nuovo benessere, si torna ad esplorare la tradizione.

 Vuoi provare a spiegarne le motivazioni?
Nei primi anni della Repubblica cinese la questione più importante era puntare sullo sviluppo dell’industria e quindi innalzare opifici per divenire la “fabbrica del mondo”. Ora la questione dell’ambiente è posta al primo posto. Mi è capitato di fare un viaggio nei treni veloci da Hangzhou a Tianjin dove è stata appena completata una straordinaria biblioteca progettata da MVRDV. Eravamo stati invitati ad un convegno internazionale sul recupero dei villaggi. Il dato più affascinante del viaggio consiste nel fatto che se guardi dai finestrini per chilometri e chilometri vedi solo vivai dove crescono alberi. Nelle aree di sviluppo delle città vengono prima le strade e gli alberi già alti e robusti e poi costruite le case. Nelle città, non solo quelle di nuova fondazione vicine agli aeroporti e alle stazioni, è un pullulare di costruzioni e anche nei grattacieli, in un modo che ci fa sorridere per l’ingenuità, si cerca di captare etimi provenienti dalla tradizione. Alludo ai tetti a pagoda. La continuità con la storia e la tradizione è divenuta un tema importante, soprattutto nei villaggi, anche dopo la critica del Presidente Xi Jinping agli edifici strani, come scrivo nella presentazione del libro, che sforano i budget e vogliono solo per stupire a spesa del committente.

Esiste, nel modello cinese, la ricerca di una teoria del progetto che combini tradizione e linguaggio contemporaneo?
Certamente quello messo in campo da Wang Shu e sua moglie Lu Wenyu che hanno fondato lo studio Amateur Architecture, un titolo che allude ad un’architettura amatoriale, attenta al processo edilizio, sperimentale e diversa da quella professionale.  Entrambi insegnano nella Facoltà di Architettura di Hangzhou e dalla loro scuola stanno sbocciando giovani come Chen Lin. Dopo anni isolamento e studio sulle pratiche dell’artigianato e i rudimenti dell’architettura tradizionale la coppia sta producendo veri capolavori che stimolano la riflessione sul modo di intervenire ai giorni nostri, recuperando l’esistente, anche gli elementi di base come i mattoni, le piastrelle, le tegole e integrandosi pienamente nell’ambiente naturale. Il loro albergo per insegnanti nel campus, dove ho avuto il piacere di risiedere, è una vera meraviglia che vede il via vai di giovani architetti intenti a coglierne tutte le sfumature espressive.   

Di fronte alle complesse sfide poste dalla crisi sanitaria da Covid-19, la volontà di recuperare il proprio soft power e la minaccia di una potenziale globalizzazione, hanno stimolato in Cina un ulteriore sforzo di innovazione politico-sociale, in cui la progettazione urbana e architettonica potessero svolgere un ruolo significativo. E’ stato davvero così?
Ho lasciato la Cina, partendo da Beijing pochi giorni dopo l’inaugurazione del nuovo aeroporto di Zaha Adid e qualche mese prima dell’annuncio della pandemia. Un caro amico che è rimasto, tornando in Italia solo a settembre di quest’anno, ha vissuto da recluso, ma con tutta l’assistenza possibile. Ciò che mi raccontava quotidianamente via WeChat è la grande disciplina del popolo e la rapida ripresa nelle città. I fatti che avvenivano ad Hong Kong erano praticamente ignorati, distolti dai miracoli del 5G, dalla telemedicina, dalle macchine senza autista, dai motorini elettrici a prezzi stracciati, dalle autostrade con sensori elettronici che stanno diminuendo notevolmente gli intralci al  traffico e quindi lo smog. Da un’urbanistica che punta sullo sviluppo delle metro – cinque nuove linee ad Hangzhou in pochi anni, lavorando a ciclo continuo 24 ore su 24. Fatti che da noi appaiono miracolosi. E poi centri commerciali sempre più imponenti e scuole e università che crescono in modo impressionante coinvolgendo i privati. La riqualificazione dei piccoli centri come quella in atto ad opera di Sun Yi Dong non è in contraddizione con la crescita delle metropoli e il piano che vuole in pochi anni far passare gli abitanti di Hangzhou dai 12 ai 20 milioni. Gramsci sosteneva che la quantità avrebbe finito per produrre anche la qualità. Io lo spero.

Qualità spaziale dai luoghi di vita domestici, più intimi a quelli pubblici, della condivisione nelle comunità dei villaggi … Una progettazione attenta al contesto e alle esigenze della popolazione, insieme al rilancio rurale, può contribuire ad una rinascita turistica?
Quando parliamo di turismo solitamente pensiamo a viaggiatori che senza limiti di spesa vengono da lontano a sostenere i bilanci di alberghi e ristoranti. In Cina, anche grazie ad una rete di associazione per il tempo libero, stanno pensando soprattutto ad un turismo interno che permetta lo scambio di esperienze e conoscenze, grazie anche ai limiti imposti dal governo all’esportazione di valuta. Tutto ciò ha prodotto non solo il recupero di antiche abitazioni rurali trasformate in bed and breakfast come lo Springstream House davvero una magnifica realizzazione opera di Wei Architects, o il Quingxiao Residence di Shulin Architectural Design, ma nuovi alberghi come il San Sa Village di LLLab o, soprattutto nelle località turistiche strutture ad alto livello dove ho avuto la fortuna di essere ospitato che sicuramente superano per qualità dell’ospitalità le catene occidentali.

Dopo decenni nei quali il consumo indiscriminato del suolo ci ha portati sull’orlo dell’abisso, è sempre più importante ripensare alle risorse che già si posseggono, pensare ad una sorta di riuso adattivo dello spazio che già abbiamo, magari prendendo in considerazione nuove risorse e nuovi materiali che possano funzionare meglio nel mondo di oggi.
Sostenibilità, rispetto del paesaggio e delle culture locali … genius loci, simbiosi con la natura. Puoi riassumercele illustrandoci dei progetti?
Come ho già accennato quelli che indichi sono gli elementi più qualificanti che ho provato a rintracciare nelle opere che pongo all’attenzione dei lettori, ad iniziare dal riuso dello spazio, senza tralasciare l’impiego dei nuovi materiali presente in modo emblematico ad esempio nel lavoro di MAD architects, uno studio che sta producendo lavori di sicuro significato e non solo in Cina. In Hutong Bubble 32 la bolla che cresce dalla scala alla terrazza della casa mi richiama alla memoria un ufficio postale realizzato a Parigi da Architecture Studio negli anni Novanta ed è sicuramente affascinante anche il modo di procedere di Urbanus che a Shenzhen per Shum Yip Upperhills Loft inventano una sorta di suk brulicante di vita che rappresenta un nuovo modello del vivere in città assai lontano dai canoni dello zoning. Il mio invito e quello di leggere il libro per scoprire le numerose varianti rispetto al nostro modo di abitare.

Cosa possiamo quindi trarre dall’esperienza cinese?
Usare la crisi attuale per porsi una serie di domande fondamentali, ripensare alla utilità e alla necessità di gesti, azioni, lavori che la società contemporanea ha fatto credere insostituibili. Dal dramma dell’epidemia globale un’opportunità ….
Già, è così. La sensazione che avverto è proprio quella che descrivi. Cogliere questa tremenda esperienza per nuove opportunità che pongano al centro un modello di cura che impiega le nuove tecnologie, l’assistenza e il sostegno soprattutto agli anziani, la nostra memoria vivente. Ed ancora pensare a strutture per la scuola, l’università e la ricerca, ma anche per l’incontro, lo scambio, la socializzazione e soprattutto uno sviluppo che pone l’ambiente al primo posto cambiando i tradizionali paradigmi basati su ciò che come dici si riteneva insostituibile e che ci ha condotto a questi disastrosi risultati. In Cina ci stanno provando. 

 

1. Abitare in Cina oggi. Esperienze a confronto, Librìa edizioni, Melfi 2020, p.118 illustrato, €20.00.
2. Hutong Bubble 32 | MAD architects  ©foto ShuHe, Fang Zhenning & Daniele Dainelli
3. San Sa Village | LLLab  ©foto Fernando Guerra I FG+SG
4. Quingxiao Residence | Shulin Architectural Design  ©foto Yilong Zhao
5. Springingstream House | Wei architects  ©foto Weiqi Jin
6. Shum Yip Upperhills Loft | Urbanus  ©foto ZtpVision
7. Rigenerazione di un villaggio | Amateur Architecture Studio  ©foto Zeng Han
8. Villaggio di Fuxi | Sun Yi Dong, Jie Jiang  ©foto Studio Sun Yi Dong

In copertina: Springingstream House | Wei architects  ©foto Weiqi Jin

Mario Pisani laureato a La Sapienza in Architettura con 110 e lode, ha insegnato Storia dell’Architettura e Storia del Giardino e del Paesaggio all’Università della Campania dal 1990 al 2018. Professore all’Accademia Internazionale di Architettura IAA di Sofia e Visiting Professor alla Facoltà di Architettura a Msida, Malta; ad Amman, in Giordania; a Iasi, in Romania; ad Hangzhou, in Cina; a Malaga, in Spagna; a Novi Sad, Serbia; a Parigi, in Francia, a Bogotà, in Colombia. Membro di giurie nazionali e internazionali in numerosi concorsi ha collaborato con il C.N.R., l’Accademia di San Luca e la Biennale di Venezia. I suoi testi sono apparsi sulle più prestigiose riviste nazionali e straniere. Caporedattore di Abitare la Terra fondato nel 2001con Paolo Portoghesi, ha scritto più di 200 saggi e volumi. Capogruppo ad oltre 60 concorsi nazionali e esteri. Ha ottenuto il Primo Premio al Concorso Nazionale per l’ampliamento del Cimitero di Terni (1986, in corso) per Piazza Pagano a Potenza (1987), Piazza Annunziata ad Acri (CS) (2001/2003), Piazza Giustino Fortunato a Rionero in Vulture (2009) (Pz).

 

 

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