QUELL’ARCHITETTURA DEL SILENZIO CHE DISEGNA LI “CUTI” E ONORA IL VALORE DEGLI SCONFITTI MAI VINTI – di Alfredo Foresta

Che cosa spinge un uomo ad edificare architettura come monito per educare le future generazioni?
Che cosa spinse Giovanni Starace a costruire sul Pizzo Mucurune di Castro Marina, una cappella votiva, a 135°, orientato esattamente in direzione del Sacrario italiano di El Alamein?

Eppure Nino Starace, come ricorda la moglie Carla, non amava parlare della vita militare, né della lotta impari nel deserto africano. Non aveva più indossato la divisa da parà pur rimanendo sempre un parà della Folgore. Non aveva mai votato, forse per reazione alle sofferenze subite o forse per una forma di rancore verso uno Stato che aveva sacrificato la sua generazione, che per l’onore della Patria non ebbe mai pace, non mostrò mai la bandiera bianca nè alzò le mani al nemico in segno di resa. Non aveva mai dimenticato i compagni morti nel deserto, giovani puri il cui valore venne riconosciuto sul campo; il 6 novembre del 1942, passarono in riga con l’onore delle armi, 32 ufficiali e 272 paracadutisti sui 5000 effettivi dell’organico iniziale ad El Alamein.
Eppure Giovanni Starace, per valore e coraggio durante la battaglia, fu insignito della medaglia d’oro al valore militare. La motivazione che si legge sulla pergamena fa riferimento a un particolare evento che vide Starace protagonista. Incurante delle raffiche delle mitragliatrici, riuscì a trascinare, con un solo braccio, un paracadutista ferito e metterlo al sicuro. Ferito alla testa durante l’operazione di salvataggio, fu trasportato nell’ospedale di campo e dopo nell’ospedale militare di Tripoli. Era il 17 novembre 1942. I suoi superiori, per evitare qualunque ipotesi di rientro al servizio attivo, lo imbarcarono su una nave ospedale diretta in Italia.

Ma… chi era Giovanni Starace?
Nato a Lecce nel 1920, poco più che ventenne, aveva subito l’amputazione del braccio sinistro e di parte della spalla a causa di un incidente durante l’addestramento alla Regia Scuola Paracadutista di Tarquinia, quando un colpo d’elica gli scuoiò il braccio sinistro. Dopo mesi di riabilitazione, Starace era più che determinato ad ottenere il brevetto di paracadutista nonostante la sua pesante menomazione e l’ottenne grazie a una speciale imbracatura appositamente confezionata per lui, che gli avrebbe dato l’equilibrio necessario e lo avrebbe sostenuto durante l’atterraggio.
Attraversò mezza Europa per raggiungere la sua «Folgore» e i suoi compagni, che nel frattempo era partita senza di lui e si trovava in Libia. Qui ebbe il comando dell’autogruppo divisionale e non si risparmiò guadagnandosi il soprannome dell’« _Enrico Toti dei Parà_ ». Il giovane parà aveva sviluppato una notevole capacità di compensazione alla menomazione, sfidando il pericolo spavaldamente, come quando impose all’ufficiale tedesco della Feldpolizei, pistola alla mano, la corretta evacuazione del campo. Il 20 giugno 1943, Nino, a ventitré anni, fu collocato in congedo definitivo, qualche anno dopo si laureò in Giurisprudenza alla «Sapienza» di Roma, si sposò e si dedicò alla famiglia.

Nel 1967, venticinque anni dopo, ritrovò Paolo Caccia Dominioni, ex-comandante del 31° Battaglione Guastatori del Genio, assegnato di rinforzo alla 185ª Divisione paracadutisti “Folgore” sul fronte di El Alamein, decorato Medaglia d’argento al valor militare. L’ingegnere Paolo Caccia Dominioni, progettò e realizzò tra il 1954-58, ” _Quota 33_ “, il grande Sacrario Militare di El Alamein; dopo il conflitto mondiale, con il suo commilitone Renato Chiodini, si assunse volontariamente l’incarico di ricercare le salme dei caduti di ogni nazione disperse tra le sabbie del deserto; nel rispetto dei propri compagni, sempre in uniforme, i due recuperarono circa seimila caduti italiani con una ricognizione di oltre 360.000 Km di deserto.
Da lì a poco, Starace, affidò a Caccia Dominioni la sua volontà, essenza di pietas e humanitas, di costruire sullo sperone più bello di Castro, Pizzu Mucurune, “la Cappella della Folgore”, orientata a 135° cioè dritta sul Sacrario di Alamein”. Il progetto, interamente finanziato da Starace, durò circa 10 anni e mise alla prova la perseveranza di entrambi i reduci. Nel 1967 la cappella votiva venne inaugurata; alla cerimonia una folla commossa salutò con un lungo applauso il lancio, nel mare di Castro, dei parà della Folgore.
Un’architettura silente adagiata sulla linea dell’orizzonte che non tramonta mai; nasce dai “ _cuti_ ”, riprende gli archi di “ _Quota 33_ ” e si specchia tra il cielo e il mare del Salento. Un portico a pianta triangolare, con la punta diretta a scirocco, al Sacrario di Alamein, che Nino contemplava, nel silenzio della notte, con l’amico Caccia Dominioni. Chissà che cosa passava per la mente di quell’uomo che non si era piegato né alla menomazione, che doveva essere una terribile ipoteca sulla sua quotidianità, facendogli rinunciare al pianoforte e al tennis, che aveva voluto quella cappella a tutti i costi.
Perché? Non era un nostalgico né reazionario. Quella cappella doveva essere un monito all’inutilità dei conflitti da parte di un uomo che aveva vissuto gli orrori al fronte e aveva trovato una temporanea ragione di vita nella temerarietà del suo agire sprezzante del pericolo.
Sembra il suo brindisi preferito fosse _«Anni, fortuna e salute»_ . Nino morì a 53 anni.

A noi, eredi di questo valore, il dovere di custodire e trasmettere la purezza di quei giovani che per l’onore della Patria non ebbero mai pace.

Alfredo Foresta, architetto

«Fra sabbie non più deserte sono qui di presidio per l’eternità i ragazzi della Folgore, fior fiore di un popolo e di un Esercito in armi. Caduti per un’idea, senza rimpianti, onorati dal ricordo dello stesso nemico, essi additano agli italiani, nella buona e nell’avversa fortuna, il cammino dell’onore e della gloria. Viandante, arrestati e riverisci. Dio degli Eserciti, accogli gli spiriti di questi ragazzi in quell’angolo di cielo che riserbi ai martiri ed agli Eroi»
(Epigrafe davanti al cimitero della Folgore a El Alamein)

    

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