“Ortuzar+Gebauer” – recensione di Mario Pisani

Il primo interrogativo che nasce spontaneo porsi, dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro, è dove mai Antonio Carbone, responsabile editoriale della piccola ma illuminante casa editrice, riesca a pescare questi progettisti. La risposta la possiamo trovare a Melfi. All’ombra del magnifico castello di Federico II, nelle lunghe e fredde notte trascorse navigando in internet, con in corpo un buon bicchiere di Aglianico. Alla ricerca di uno spunto, una traccia capace di indicare i nuovi percorsi dell’architettura d’oggi.

In seguito, come in altri casi, arriveranno gli altri, le corazzate dell’editoria, poco disposte a riconoscere i meriti altrui. Oggi ci godiamo questa chicca pronti a perderci lungo i sentieri di Chiloé, quell’isola a meridione del lontano Cile. Tra cielo e mare, ai bordi di foreste inesplorate, cercando le case con le gambe. Portatrici di un simbolo nascosto che induce a separare l’abitazione dal paesaggio, a isolare la ragione dalla natura.

E come non cogliere la suggestione che giunge dalle prime righe della colta presentazione messa a punto da Elvio Manganaro. Meglio sarebbe stato arrendersi alla persuasione delle immagini: lasciare le case di Ortuzar e Gebauer in quella dimensione tersa e priva di sofisticazioni in cui i due autori piace raccontare le loro opere, là dove il processo di astrazione abbraccia la natura, la sachlichkeit l’oceano; dove la ragione tecnica viene a capo dei venti e delle piogge solo per aprirsi alla poesia.

Chi sono i nostri personaggi ? Eugenio Ortùzar e Tania Gebauer una coppia che fonda lo studio nel 2009. Dopo la laurea prima all’Universitad Del Desarollo di Santiago e poi a Barcellona in architettura bioclimatica, per insediarsi in quell’isola ai confini del mondo. Tra l’Oceano, i vulcani e le foreste. E narrare le loro storie. Ben consapevoli di come sia difficile costruire in questi luoghi.

Perché occuparci di loro ? Lo spiega bene Manganaro. Sono un’altra cosa rispetto alla capacità di irretire di Juan O’Gorman, con i suoi disegni a mosaico che decorano le facciate a Città del Messico. O il meticciare colto di  Lina Bo Bardi. L’esacerbato Clorindo Testa. Oppure “sublimare in icona, in retablo gigantesco (Niemayer) o spingere nel ventre delle foresta come Fitzcarraldo con la sua nave, ma per fargli assumere le sembianze di un serpente piumato (Garatti, Porro) espressione di un sogno di rivoluzione che finalmente investiva le forme”.

Una ricerca che muove i primi passi dalla consapevolezza di quale sia il sistema costruttivo individuato dalla tradizione che usa legno di pino e pannelli di compensato per il rivestimento interno, mentre all’esterno lastre di zinco dipinte di nero. Il colore nasconde la casa e raccoglie il poco calore che il sole regala d’inverno. Non troviamo in queste case l’ostentazione del materiale, ma la capacità di lavorare a stretto contatto con la natura dove lo spazio per abitare viene enfatizzato rispetto alla ricerca della forma.

Mario Pisani


In copertina: Ortuzar+Gebauer, Introduzione di Elvio Manganaro, Librìa edizioni, Melfi 2029, p.210 con molte illustrazioni in b. e n. €18.00.

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