Note su Fotografia, Paesaggio urbano, Architettura – di Guido Aragona

Il fuoco amico di oggi viene puntato su un testo recentemente pubblicato da Davide Derossi sulla web-rivista “Dialoghi Urbani” che riguarda ll tema del titolo.

https://cittaeterritorio18.wixsite.com/dialoghiurbani/derossi?fbclid=IwAR0coWa2qmi33P60sz-DIr88wMY4rqkBfx-dVfkk3K-T7srmL9_wCT0kpDo

Un tema che mi pare assai interessante e poco frequentato, sebbene dovrebbe essere chiara la grande importanza del mezzo (quindi anche del mezzo fotografico) in relazione ai messaggio.
Infatti, le nostre nozioni, la nostra idea di storia dell’architettura è sicuramente molto strutturata in base ad immagini fotografiche di edifici di cui si parla ma molti dei quali non conosciamo direttamente ma  attraverso fotografie.

L’articolo è ricco ma a mio avviso manca di un tassello che giudico di grande importanza: deve esser detto che la fotografia della città (e della architettura dunque) nasce come continuazione della pittura del paesaggio, è essa stessa pittura del paesaggio col mezzo fotografico.
E d’altronde, se pensiamo alle tecniche di grandi pittori del paesaggio quali Canaletto e Bellotto, esse sono sostanzialmente “pre-fotografiche”, in quanto utilizzavano Camere Ottiche. In fondo la fotografia non è che un punto di arrivo tecnico della rappresentazione prospettica.

Con una sostanziale differenza. Il pittore, il pittore del paesaggio operava necessariamente una selezione visiva del materiale che trovava di fronte. Le camere ottiche lo mettevano di fronte ad aspetti imprevisti del reale, ma essi erano in ogni caso mediati, filtrati attraverso la mano e la mente dell’artista. La pittura del paesaggio è sorella della scenografia, e la scena ideale ha in pittura condizionato sempre quella reale.

Con la fotografia, questo non succede. L’immagine fotografica, di per sé, nasce “cruda”, e la selezione, il trattamento della immagine viene dopo: attraverso la scelta dello scatto da mostrare, del suo taglio, dell’eventuale trattamento cosmetico. Questo è sempre stato effettuato fin dagli inizi della fotografia. Oggi abbiamo programmi di trattamento delle immagini, ma anche in passato il ritocco sul negativo, o il montaggio, erano tecniche utilizzate.

Non inganni la “obiettività” meccanica della fotografia. Ogni fotografia che vediamo, anche la meno ritoccata, è frutto di un lungo processo di selezione: mentale, di edizione, di presentazione, e perfino di lettura dal parte di chi infine la guarda, ed è, nel suo manifestarsi, comunque una rappresentazione alla stregua di un dipinto.

Ma la meccanicità assicura però la possibilità di emergere dell’imprevisto, del non ancora figurato, in modo appunto crudo e senza mediazioni iniziali. È tipico l’effetto della fotografia che, una volta guardata, rende evidenti cose che non avevamo visto mentre scattavamo. Spesso cose difficili da essere percepite con senso: linee di impianti, segnaletiche, i vari sottoprodotti che si vengono ad accatastare.

In questo senso la fotografia del paesaggio urbano, nelle zone meno “figurate”, come le periferie o le zone di margine, ha un valore euristico di grande importanza. Rivela ciò che non è ancora stato figurato, lo rende accessibile al senso. In modo non deterministico, non strettamente logico lineare ma attraverso l’immaginazione e l’apertura che ne deriva.

E questo può essere di grande aiuto al compito che principalmente spetta agli architetti nel XXI secolo, che su quelle aree non può limitarsi al “rammendo”.

 

 

 

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