Irpinia, 40 anni dopo. Riflessioni sulla ricostruzione, tra tutela e valorizzazione – di Massimo Locci.

Per ricordare i quarant’anni del terremoto dell’Irpinia e della Basilicata la RAI, il 23 novembre 2020, ha trasmesso un documentario speciale. Essendo stato all’epoca coinvolto con il mio studio nella ricostruzione di molti centri del cratere, l’ho seguito con particolare attenzione. Pensavo che il tempo trascorso consentisse un adeguato distacco critico e si potessero leggere le vicende umane e della ricostruzione (legislative, tecniche e procedurali) attraverso un approccio oggettivo e storico. Purtroppo tutto è rimasto sul piano delle valutazioni scontate, scandalistiche e populistiche, perdendo un’occasione preziosa per fare un esame dei problemi reali, connessi con l’evento catastrofico o indirettamente scaturiti dalla ricostruzione.

Pur con gli innegabili ritardi, distorsioni degli intenti e distrazioni di fondi, la fase post-sisma è stata, comunque, un momento importante nell’organizzazione dell’apparato statale. Basti pensare alla costituzione del Dipartimento della Protezione Civile, impostata ex-novo da Giuseppe Zamberletti come una struttura operativa capace di coordinare e organizzare in tempi brevissimi la macchina dei soccorsi e dell’assistenza alla popolazione.

Nel nostro specifico tecnico in quegli anni è stata promulgata la normativa sismica, che rivede integralmente quella preesistente, e la legge 219/81 che conteneva corretti principi di valorizzazione territoriale e di finanziamento degli interventi di pubblico si segnala che la modalità attuativa, prima della realizzazione dei singoli interventi edilizi, prevedeva l’approvazione dei Piani di Recupero dei Centri Storici e dei Piani Regolatori. A differenza di quanto avvenuto nei successivi eventi catastrofici (segnatamente nell’ultimo del 2016), detti piani furono realizzati in tempi brevi. Dopo solo un anno gran parte di essi erano stati in approvati; inoltre erano stati smaltiti i detriti, realizzate le aree dei moduli temporanei per la residenza e le attività commerciali.

Le strumentazioni urbanistiche, peraltro, furono in gran parte redatte con criteri scientifici attualizzati (analisi storico-percettiva delle morfologie urbane, dei tessuti e delle emergenze, analisi socio-economiche, documentazione grafica e fotografica di dettaglio,  relazioni geologiche) e si affiancavano alle azioni sinergiche e strategiche delle Regioni per quanto riguarda le aree produttive, le reti infrastrutturali (strade, acquedotti, fogne), il sostegno al sistema commerciale e imprenditoriale. Questi aspetti sono stati rilevanti per questi ambiti appenninici che, grazie all’intervento straordinario, sono usciti da un’atavica arretratezza e dall’isolamento territoriale.

Rispetto al sostegno alle attività produttive, ritenuto in genere un’azione fallimentare, bisogna evidenziare che le intenzioni di creare piccoli poli industriali intercomunali erano corrette; peraltro è quello che si realizza proficuamente in tutta l’Europa. Se le nuove aziende fossero state maggiormente orientate verso settori compatibili con le valenze del territorio e nel tempo sostenute, avrebbero probabilmente determinato profonde ed effettive modificazioni nel tessuto produttivo locale.
In particolare per il nostro settore disciplinare, in quella fase storica e su un’area vastissima di tre regioni, si è concretamente affrontato un tema di rigenerazione urbana, creando talvolta un proficuo rapporto tra l’architettura contemporanea e i piccoli/medi contesti storici. Tema nodale che è stato declinato, alle diverse scale d’intervento, con soluzioni spesso interessanti e confrontabili con la realtà nazionale e internazionale.

Nel citato documentario della RAI, purtroppo, sono state utilizzati filmati di repertorio e il commento, sia alle fasi tragiche di allora, sia alla situazione attuale,  è stato affidato a Franco Arminio, il poeta di Bisaccia che si è autodefinito “paesologo”, cioè un esperto di una nuova disciplina che ha come fine la difesa, ma anche l’immutabilità, dei piccoli paesi. Personalmente, essendo un sostenitore delle potenzialità delle aree interne, mi ero incuriosito da alcune sue iniziative  (in particolare il festival ‘La luna e i calanchi’ ad Aliano) ma mi sono parse operazioni di retroguardia e vagamente nostalgiche. Nulla di comparabile con il recupero ed efficientamento energetico e tecnologico del borgo di Colletta di Castelbianco (Savona) realizzato da Giancarlo De Carlo.

Arminio, anche nel citato documentario, si oppone a qualsiasi azione di trasformazione avvenuta nei centri e nei territori che analizza (peraltro solo un’area limitata, che è il suo stretto areale). Da vero conservatore avrebbe voluto che qualsiasi forma di contemporaneità fosse bandita o resa anacronisticamente con una facies antica. Nello specifico degli abitati tutto si sarebbe dovuto ricostruire “dov’era e com’era”, prefigurando più un ‘presepe’ a scala gigante che un luogo di vita in linea reale.

Paradossalmente dai filmati d’epoca non emerge neanche una condizione pre-sisma idilliaca, anzi le condizioni dei centri storici appaiono già fortemente compromesse, con manufatti impropri e non rispettosi delle morfologie o dei materiali antichi. Arminio si scaglia, soprattutto, contro gli interventi di delocalizzazione e addita come emblematico dell’estraneità al contesto l’intervento di Aldo Loris Rossi a Bisaccia, che forse ha il solo difetto di essere rimasto incompiuto.
A questi conservatori ad oltranza bisognerebbe far rileggere la Carta di Gubbio e le sue finalità, che all’epoca, fine degli anni’50, erano sostenute dagli architetti e dagli storici dell’arte, ma condivise anche dagli intellettuali e dai cittadini. Oggi andrebbe studiata a scuola e rilanciata in modo consapevole, evidenziando le potenzialità progettuali della fusione tra nucleo antico e spazialità moderna, esaltando l’effetto ‘palinsesto’ che valorizza  le dissonanze come un nuovo valore espressivo.

Della Carta di Gubbio un punto mi sembra particolarmente calzante: ”Sono rifiutati i criteri del ripristino e delle aggiunte stilistiche e del rifacimento mimetico”. Gli estensori, infatti, intravedevano la necessità di coniugare le esigenze di tutela con la contemporanea valorizzazione degli insediamenti di valore storico-ambientale. Principi che sebbene siano ora patrimonio comune della cultura architettonica internazionale, paradossalmente lo sono molto meno in Italia che ne è stata la culla.

Su un aspetto concordo con Franco Arminio: si deve perseguire la tutela complessiva di un luogo , della sua “civiltà”, fatta anche di cultura immateriale, di modalità di vita e di lavoro. Non solo una conservazione astratta e la riproduzione pseudo-mimetica delle preesistenze ma una valorizzazione più ricca, fatta di antico e contemporaneo.

 

In copertina: Interi paesi cancellati dalle cartine geografiche. Irpinia, 1980. Fonte: ANSA.

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