Caro Luigi by Vincenzo Ariu

Caro Luigi,
i liguri non amano l’architettura moderna, non l’hanno mai amata. Amano i borghi liguri, ma ancor più quelli finti con persiane di alluminio e facciate rosa. Nelle pagine locali dei giornali non mancano mai proposte di abbattimento di questo o quell’opera moderna. Una villa di Daneri, il palazzo di Giustizia di Ricci,  senza dimenticare il ponte Morandi, sì crollato per l’incuria, ma subito sublimato dalla proposta e realizzazione di  un’opera modesta senza nostalgia.  Negli ultimi giorni è stata proposta la demolizione del complesso residenziale popolare detto “le lavatrici” opera dell’architetto, e professore della facoltà di Genova, Aldo Luigi Rizzo (1930-2020). Edificio imponente, di scala paesaggistica che caratterizza da tempo lo skyline di Genova-Voltri. Al suo interno gli alloggi, seppure modesti nelle rifiniture popolari, hanno impagabili vedute marine e collinari. L’intervento urbanistico non è privo di problemi: carenza di infrastrutture di collegamento alla città, incuria e l’assenza di servizi per una popolazione sempre più eterogenea.  Seppure unanime è la disapprovazione, che istintivamente condivido, degli architetti liguri mi stimola una domanda forse impertinente: siamo sicuri, noi difensori del Moderno, che la conservazione materiale dell’architettura sia l’unico modo per non dimenticare la potenza delle idee? Pensare che la pietra, o il cemento, debbano durare per l’eternità, fisicamente impossibile, sia il modo più giusto per difendere l’architettura? Ebbene dopo aver visto le ceneri del ponte Morandi sostituito dal viadotto di Renzo Piano il dubbio si rafforza. Penso che mai come oggi le immagini che ci ricordano la potenza del ponte Morandi siano più potenti e più vivi che mai nell’immaginario collettivo. La fine della matericità di un’opera ha lo stesso valore delle tracce archeologiche di un tempio greco: nessuno apprezzerebbe allo stesso modo un tempio perfettamente conservato nelle sue forme e cromatismi così distanti dalla realtà reinterpretate infinite volte dalla nostra cultura. Così accade per alcune opere della Modernità che proprio grazie alla loro fine diventano immortali e inattaccabili dal tempo. L’immagine fotografica, iconica, consolida l’idea e nella sua immaterialità sconfigge il tempo. Forse non ha senso difendere la materia comunque destinata al suo declino e ripensare all’opera architettonica come opera dell’intelletto destinata alla presenza nel reale per un breve tempo per poi consolidarsi nella cultura collettiva di gran lunga più longeva.

Best regards.

Vincenzo Ariu

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