“Wooden Temporary Housing Group” – Architettura per l’emergenza in Giappone – Recensione di Mario Pisani

Takashi Nameda e Sei Haganuma, fondatori di Haryu Wood Studio, hanno realizzato una pubblicazione che nasce grazie ai progetti per la realizzazione di case temporanee, messi in atto dopo i tremendi terremoti e maremoti che hanno devastato il Giappone. La prima riflessione  che nasce spontaneo porsi di fronte ai testi, ai disegni e alle immagini di Mitsumasa Fujitsuka, foto che mostrano persone e architetture, è se esiste qualcuno, tra coloro che hanno affrontato eventi simili nel nostro Paese, che se non ha proprio letto, almeno lo sfogliato o è venuto a conoscenza di questo materiale. Ho qualche dubbio a proposito.

Questo stato di fatto testimonia lo iato esistente tra la produzione universitaria, fatta di studi pazienti, ricerche metodiche e workshop che coinvolgono gli studenti e ciò che Pasolini chiamava il palazzo. Quest’ultimo, soprattutto in casi di emergenza, avrebbe dovuto dare risposte rapide alle necessità di coloro che sono stati colpiti da eventi calamitosi. Magari guardando ciò che è stato fatto in Giappone. Invece, come sappiamo, dal disastro del Belice agli ultimi, come quello di Amatrice e di altre località limitrofe, i ritardi sono stati notevoli e il modo di intervenire incerto e farraginoso.

Cosa si può sperare ? Forse che il nuovo ministro dell’Università Gaetano Manfredi, rettore di un grande ateneo come il Federico II, riesca a colmare questo vuoto.

Vero è che il volume curato da Alessandra Capanna e Leone Spita, docenti alla Sapienza, merita non solo l’attenzione dell’Accademia, ma soprattutto di coloro che si occupano di situazioni d’emergenza come le catastrofi che puntualmente colpiscono l’Italia perché testimonia in modo efficace, le realizzazioni effettuate. Gli interventi messi a punto a Motomiya, a Iwaki, a Aizuwakamatsu, a Minamisoma nella prefettura di Fukushima e anche a Kamaishi, Iwate. Lavoro svolto con dedizione e impegno tale da produrre abitazioni temporanee in legno – splendidi tronchi di cedro lunghi 4 metri – di sicura qualità, senza tralasciare gli spazi sociali, gli orti e i giardini. In particolare, come scrive Spita a proposito del lavoro di Toyo Ito, “la presenza del portico favorisce l’incontro, definisce il rapporto con la strada che tradizionalmente in Giappone svolge la funzione che in Occidente viene assolta dalla piazza – e interpreta lo spazio intermedio costituito dall’engawa che consente di graduare il passaggio tra interno e esterno, tra l’ambiente domestico e il giardino”.

Lo studio in questione ritiene giustamente che l’architettura debba essere pensata in tre fasi. La riflessione su ciò che è avvenuto nei luoghi disastrati. La costruzione in modo da dare risposte a chi ha perduto la propria abitazione e l’attento uso dei nuovi edifici di quelle case fatte di “speranza e sogni”. E da noi ?

Mario Pisani

 

In copertina: Wooden Temporary Housing Group Architettura per l’emergenza in Giappone, a cura di Alessandra Capanna e Leone Spita, Il Formichiere editore, Foligno 2020 pp. 220 con disegni e foto a colori, € 20,00.

Scrivi un commento