Ricerca e Innovazione. La comunità di IQD. Passione, forza d’animo e costanza. Parola al Direttore editoriale Roberta Busnelli – di Federica Caponera

IQD, un modello, frutto della tenacia, della lungimiranza dell’editrice Roberta Busnelli e del suo staff, è oggi riconosciuto come un vanto per la creatività italiana, esportabile a livello internazionale e declinabile anche in contesti differenti.
Un esempio concreto e un’esortazione alle nuove generazioni a non abbandonare l’idea di fare impresa perseguendo finalità di divulgazione e accrescimento culturale. La sfida vinta è stata quella di aggiornare il concetto di rivista statica, trasformandola in un forum di discussione, in italiano e inglese, che vanta il “peso”, il valore e la “lentezza” della carta stampata, ma che viene arricchito della versatilità e delle logiche dei moderni linguaggi sociali di condivisione.

In un’epoca sempre più protesa al digitale, la ricerca e l’editoria di settore come si collocano?
Nel panorama della carta stampata di Architettura e Design, la rivista italiana IQD è diventata negli ultimi anni un vero caso editoriale “controtendenza”. Quella che a distanza di quasi 16 anni dalla sua fondazione è stata oggi definita da esponenti della comunità degli architetti una Tribuna Libera del Linguaggio Architettonico ha beneficiato di un programma innovativo, avviato nel gennaio del 2018, che ha coinvolto importanti figure del panorama architettonico internazionale nello sviluppo di temi di grande interesse e attualità. Dopo un primo decennio di grandi impegni, la Direzione della casa editrice milanese ha compreso che i periodici specializzati avrebbero avuto una crescita e un futuro solo puntando sulla qualità e abbandonando la posizione di concorrenza con la logica del web, a favore di una sinergica. Nel 2018 è stato così avviato il programma che ha previsto l’affidamento della curatela di ciascun fascicolo a figure internazionali di riferimento per architettura, design, arte e cultura, quali Alfonso Femia, Alexander S. Brodsky, Giancarlo Mazzanti, Cherubino Gambardella, Stefano Pujatti, gli spagnoli Eva Prats e Ricardo Flores, Daniele Lauria, Gabriel e Marcio Kogan, Italo Rota, Gianluca Peluffo, Luigi Prestinenza Puglisi con lo studio Superficial, Balkrishna Doshi – insignito nel 2018 del più alto riconoscimento al mondo dell’architettura, il Premio Pritzker – e Jan De Vylder. I temi approfonditi, grazie al coinvolgimento da parte dei curatori – ribattezzati dalla rivista con il nome di “Guest Editor” – di numerosi professionisti, hanno spaziato dai Mediterranei Invisibili al potere dell’Intuizione, dalla capacità di apprendimento e adattamento degli spazi a una ritrovata Singolarità, dal Verosimile a un rivisitato socratico “So di non Sapere”, dall’attualissimo tema del riuso a quello dei “confini”.
Digitale – Carta quindi non sono mai stati in contrapposizione. Il progetto nato tre anni fa, come detto, di affidare la cura di una parte importante della rivista, più della metà, a dei curatori che scelgono un argomento, invitando chi dieci, chi trenta, chi cinquanta studi non solo di architettura, ma figure, persone e discipline comunque collegate appartenenti al mondo dell’arte, del design, dello spettacolo, musica, filosofia, sociologia, ci ha permesso di proporre un prodotto che non potesse entrare in concorrenza con il web, poiché dotato di profondità e ricerca.
La rivista è un continuo work in progress, non pensiamo mai di essere arrivati. Sono convinta che questa sia la forza di tutti i prodotti: arrivare a un punto in cui c’è bisogno intanto di fare i conti con la realtà che ci circonda e di conseguenza andare a svecchiare un prodotto. Mantenendo il modello di base infatti, abbiamo inserito sezioni, novità, approfondimenti.

Qual è il valore di una rivista di architettura oggi? E quanto è importante comunicare l’architettura?
Il valore è quello di costruire insieme, di lasciare “democraticamente” la libertà a tutti quelli che contribuiscono ai vari numeri, di creare dei pezzi da collezione, intesi come una risorsa, utili al mondo della progettazione e che forniscono informazioni, ricerche, modelli e visioni, in controtendenza e con innovazione. Per me IQD è diventato una sorta di “collettivo curatoriale” con l’obiettivo di spingere la ricerca anche in quei territori che troppo spesso vengono trascurati dagli altri media, puntando ad investigare sul ruolo dell’architettura nelle nostre vite, facendolo diventare un sentimento diffuso per tutti.
Un traguardo straordinario raggiunto da una piccola casa editrice indipendente, la cui forza risiede nei contenuti di ricerca e innovazione. Un esempio concreto e un’esortazione alle nuove generazioni a non abbandonare l’idea di fare impresa perseguendo finalità di divulgazione e accrescimento culturale. La sfida vinta è stata quella di aggiornare il concetto di rivista statica, trasformandola in un forum di discussione, in italiano e inglese, che vanta il “peso”, il valore e la “lentezza” della carta stampata, ma che viene arricchito della versatilità e delle logiche dei moderni linguaggi sociali di condivisione.

Perché ha deciso di investire in questo settore? Com’è nata la rivista IQD?
In realtà, come penso tutti i viaggi più belli, è nata con una sorta di sliding doors, nulla di  deciso a priori. Io ho una formazione universitaria umanistica, tra l’altro “conquistata” grazie a grandi sacrifici della mia famiglia e borse di studio, perché a differenza di quello che uno può supporre,  io non provengo né da una famiglia di editori, né ho avuto basi economiche solide da cui partire. E questo lo dico solo per incentivare i giovani a non spaventarsi davanti a decisioni che sembrano a volte insormontabili. E’ nato tutto in maniera non dico casuale…ma naturale. Ho iniziato a lavorare dopo l’università all’interno di uffici commerciali di aziende; poi ho avuto la fortuna di entrare in una casa editrice che aveva una decina di testate legate al mondo dell’arredo e dell’illuminazione. In particolare ce n’era una molto bella, Flare, architettura della luce. Ho collaborato con il Direttore Piero Castiglioni, il Vicedirettore Franco Raggi ed ho imparato il “mestiere”. Quando dopo sette anni di esperienza all’interno di questa casa editrice, la stessa venne venduta, ho deciso di mettermi in gioco. Stiamo parlando del 2004/2005. Il percorso è iniziato con aiuti da parte delle banche, con un grande lavoro di partnership tra noi e i fornitori, una vera e propria operazione commerciale. Naturalmente le aziende piano piano ci hanno seguito e siamo riusciti a farla crescere.
La rivista non è nata con l’obiettivo di farla diventare quella che è oggi; l’unico fil rouge di tutti questi anni sono stati la passione, il credo e la dedizione. La diffusione della cultura può salvare il mondo e renderlo migliore. La formazione umanistica, la capacità di indagare, di leggere le persone mi hanno aiutato moltissimo…un approccio fondamentale in tutte le professioni. Il focus sull’architettura è stato il risultato del credo che l’architettura in primis debba parlare delle persone e dotarsi di anima.
La nostra è una casa editrice, come dicevo, nata con grandi sacrifici e sforzi, che ha superato le varie crisi ed è riuscita negli ultimi tre anni ad avere notevoli riconoscimenti, tra l’altro anche dalle Università, con le quali da sempre abbiamo cercato di collaborare attivamente. Abbiamo ricevuto richiesta da parte dell’Università di Yale di avere copie della rivista e la delibera a scannerizzare interi numeri da offrire agli studenti per le loro tesi, ricerche, studi. Una conferma ed una bella soddisfazione per tutto il nostro team.

L’obiettivo alla base di IQD, Architettura, Innovazione e Design? Quali i punti forza?
Ciò che ha consentito a IQD di crescere in questi anni e farsi notare nel panorama delle riviste di architettura, fino ad essere considerata, così come ci dicono molti in questo momento, una delle riviste quantomeno più dinamiche, è stato credere nella divulgazione della cultura del progetto, quale strumento per migliorare la vita sociale.
Vorrei citare Herzog & De Meuron in risposta a David Chipperfield, notizia di qualche giorno fa.
<Caro David, mi chiedi cosa dovremmo fare noi architetti riguardo alla catastrofe ambientale che indubbiamente è ormai prossima. Alle disuguaglianze sociali. Alla povertà. All’esaurimento delle risorse di questo pianeta. Riguardo alla pandemia, che ci ha posti in una condizione quasi surreale, difficile da descrivere… La risposta è: niente.>
Da una parte capisco la risposta, poiché sono del parere che non si può dare all’architettura più responsabilità di quelle che possiede già. Le responsabilità in primis sono di chi governa, degli amministratori tutti. Dall’altra parte credo che, nelle giuste condizioni, l’architettura debba farsi promotrice di una grandissima forza comunicativa in grado di trasmettere visioni e strumenti alle città e al singolo così forti da riuscirne a migliorare la vita sociale e generare qualità. Il sistema burocratico del nostro Paese è però purtroppo rallentato da alcuni meccanismi difficili da smantellare. Noi abbiamo la possibilità, e il dovere direi, di denunciarlo ed è una cosa che cerchiamo di fare anche attraverso la rivista. La nostra deve essere non una denuncia politica, ma una denuncia proficua, molto più utile, proponendo modelli funzionali, delle buone prassi da studiare e perché no, replicare.

Il prossimo anno ad esempio dedicheremo una sezione ai modelli che funzionano, legati alle periferie. Mi viene in mente l’ultimo progetto di Lacaton & Vassal sui temi della marginalità delle periferie. Capire la genesi, i meccanismi e le finalità di un progetto vuole dire indagare approfonditamente la realtà con fiducia nel futuro. A Ottobre 2020 IQD è stata Partner di SPAM02, la settimana del Progetto di Architettura, che si è tenuta a Roma all’interno della straordinaria Casa dell’Architettura, ora sede dell’Ordine degli Architetti e Pianificatori della capitale. In occasione della conferenza IQD è stata annunciata una preziosa collaborazione con SPAM che vedrà confluire nel numero di Aprile>Giugno 2021 i messaggi emersi dalle lecture internazionali tenutesi nelle due edizioni: dalle Visioni ai Bisogni della Città. A Dicembre 2020, come di consuetudine da tre anni, verrà presentato, emergenza sanitaria permettendo, presso la Triennale, a un pubblico di professionisti, il programma del 2021, che sarà sempre basato su un’idea di “dialogo” tra diversi linguaggi culturali e sociali. Il nuovo anno produrrà altri quattro volumi, concepiti come mezzi di informazione, cultura, provocazione e ispirazione.

Chi è il pubblico di IQD?
Da una parte il nostro target di lettori è chiaramente il progettista, l’architetto, l’interior designer, il designer, persone quindi legate al mondo della progettazione, dall’altra lavoriamo ampiamente  con le aziende che rivestono un ruolo fondamentale, comunicando le loro novità, frutto di ricerca, e rappresentando per noi un pubblico di lettori eterogeneo. Linguaggio semplice, riconoscibile, ricco di modelli per raggiungere un pubblico più ampio possibile. Certo, ci piacerebbe, e ci stiamo impegnando per arrivare anche più lontano rispetto al settore dell’architettura, ma non è semplice esportare questa filosofia a chi ha poca conoscenza della cultura del progetto.

In più occasioni ha definito la Sua non una rivista ma una comunità, un luogo di incontro. Ci spieghi meglio.
Partiamo dalla definizione di comunità: “insieme di individui che condividono uno stesso ambiente….”. Questo è IQD. La rivista è il cuore, il cuore di tante operazioni che si sviluppano di pari passo con la rivista: incontri, conferenze, meeting, tavole rotonde, dialogo tra aziende e mondo dell’architettura. In questo senso è davvero una comunità.
Il progetto di rivoluzione avviato tre anni fa è stato possibile grazie anche al suggerimento di alcuni architetti. Secondo loro c’era la necessità di proporre una rivista curatoriale, cosa che mancava nel panorama editoriale, che non facesse cadere dall’alto la scelta dei progetti, in maniera asettica, ma che tale selezione provenisse dal basso. Ecco perché io parlo spesso di comunità, un insieme di persone che affrontano un tema e lo sviluppano in collaborazione, tra l’altro in maniera molto libera, lasciando carta bianca in tutto. La logica del pensiero ha così un altro impatto, assume un altro tipo di presentazione. Questo modo di operare ci ha permesso di avere un mezzo cartaceo riconoscibile, che non contrasta con quelli che sono i tempi e le modalità dell’intero apparato digitale.

Una donna architetto, guest architect, a cui affiderebbe la cura di un numero? E perché?
Premetto che tornare a parlare di Architettura al femminile, facendone un problema formale, assume i toni di un’autoghettizzazione piuttosto che di una rivalsa. Due frasi legate alle donne in ambito professionale mi sono rimaste impresse nel corso degli anni. La prima è di Gae Aulenti: <L’architettura è un mestiere da uomini ma ho sempre fatto finta di nulla>; un atteggiamento corretto ed io posso dire la stessa cosa nella mia esperienza professionale. L’editoria dell’architettura infatti è stata da sempre vista, a livello di direzione editoriale, come un mestiere prettamente maschile, di cui però non mi sono mai posta il problema e non pensandoci io, di conseguenza, non è emerso come ostacolo nel mio ambiente di lavoro. La seconda citazione è legata al ricordo di una conferenza che feci insieme a Philippe Daverio; si parlava di donne nell’architettura e lui prima di entrare in conferenza mi disse: <Busnelli ma siamo sinceri! Finchè continueremo a fare le conferenze parlando di donne nell’arte e nell’architettura, vorrà dire che noi in questo problema ci siamo ancora dentro. Nel momento in cui non se ne parlerà più, l’avremo superato.> Sono la prima a dire che il gender gap comprenda ancora tante ed evidenti forme di discriminazioni, a partire dall’equiparare gli stipendi uomo –donna per le medesime mansioni. Questioni delicate che andrebbero affrontate in maniera completamente diversa, più sistematica e con maggior coscienza politica.

Per quanto riguarda la rivista non ho mai riflettuto troppo se invitare una donna o un uomo. Nel momento in cui decido di affidare ad una donna la cura della rivista, lo faccio non per il sesso che rappresenta, ma perché in quel momento mi colpiscono la professionalità, la poetica ed il sentimento del professionista in sé.
All’interno del programma editoriale ho avuto il piacere di lavorare con Eva Prats dello studio Flores i Prats, che ha prodotto un lavoro pazzesco; una delle donne architetto che stimo maggiormente, con la quale ho anche ottimi rapporti di amicizia. Non ho voluto fare della quota rosa. Lo stesso varrà per i prossimi anni, se ci sarà una donna a curare la mia rivista, ci sarà per la validità dei contenuti proposti. Desidererei passasse inosservato il fatto che sia una donna a fare ricerca e che si guardasse alla sostanza, cosi come accade quando il protagonista è un uomo.
Tornando alla tua domanda, tra le donne architetto che ammiro molto, partendo dall’Italia, ci sono Giuseppina Grasso Cannizzo; spostandoci all’estero Aziza Chaouni – Marocco, Carla Juaçaba – Brasile, Lina Ghotmeh – Libano, Paula Nascimento – Angola… Ecco, a loro affiderei un numero; condivido pienamente la loro visione di porre l’uomo, la socialità al centro del progetto: un valore profondo di solidarietà ed etica di cui lasciare una valida testimonianza.   

     

Immagini: Roberta Busnelli, Direttore editoriale IQD / Cover IQD n°60 (July_September 2020) / Cover IQD n°59 (April_June 2020).
Crediti immagini: IQD.

Roberta Busnelli, Editrice. Dopo aver completato il ciclo di studi universitari nell’area umanistico-linguistica allo IULM di Milano, Roberta Busnelli entra nel mondo del giornalismo e dell’editoria specializzata nei primi anni ’90. Nel 2005 fonda a Milano la casa editrice Verbus Editrice, responsabile della pubblicazione della rivista di architettura e design IQD, oggi riconosciuta a livello internazionale come una delle testate più dinamiche e autorevoli del settore.  Negli ultimi anni la casa editrice è diventata un punto di riferimento per la pubblicazione di libri di architettura e di raccolte di progetti di architettura e interior design. Vanta collaborazioni con i più importanti esponenti del mondo dell’architettura, che hanno diretto numeri della rivista all’interno di un lungimirante progetto di comunicazione condivisa. Accanto all’attività di Direttore Editoriale di IQD, si è fatta promotrice in questi ultimi anni di eventi e attività volte a promuovere la cultura del progetto e a favorire incontri tra i diversi protagonisti della scena del design e dell’architettura nel mondo.

 

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