La nuova generazione di architetti – di Massimo Locci

Nel nuovo Museo del Design-ADI a Milano, realizzato con grande sensibilità da Migliore+Servetto Architects e da Italo Lupi riqualificando i monumentali spazi di archeologia industriale di Porta Volta (4500 mq ex area Enel), si è svolta la: “ITALY 2020 BEST ITALIAN ARCHITECTS & DESIGNERS UNDER 40”, un confronto tra giovani progettisti organizzato dalla rivista Platform Architecture and Design e curata da Luca Molinari.

Seguendo via streaming gli interventi di presentazione dei gruppi invitati, pur nella sostanziale uniformità delle modalità di presentazione, negli otto minuti assegnati tutti hanno mostrato significativa capacità comunicativa (non paludata) e testimoniando l’importanza di questa fase del nostro lavoro, solidi e concreti principi, forse anche un comune/eccessivo under statement. Per altri versi emergeva un eccesso di sicurezza (ogni tanto qualche dubbio aiuta), forte consapevolezza del ruolo di emergenti, rarissima auto-ironia.

Soprattutto il confronto mostra rigore e omogeneità metodologica (segno di un buon lavoro di selezione), coerenza tra soluzioni progettuali e orientamenti teorici, buoni riferimenti culturali ed esperienze maturate in studi importanti (una generazione che si è saputa misurare con la realtà internazionale).

Ho notato, però, anche una grande diversità di approcci e di opportunità tra giovani progettisti del centro-sud e dell’Italia settentrionale. I primi hanno presentato piccoli lavori d’interni, interventi in autocostruzione, allestimenti temporanei e azioni performative; i secondi molte proposte/realizzazioni di rilevanti complessi edilizi e/o di rigenerazione urbana.

Tutto ciò rispecchia la realtà più ampia dell’architettura italiana ma dimostra, anche, quanto labile e indefinibile sia la categoria di “giovane architetto”, ora più che in passato. Negli anni ’80 e ’90 la maggior parte dei giovani non costruiva (ricordo che Casabella per l’annuale Almanacco era costretta ad alzare costantemente i requisiti massimi di età, fino al limite ridicolo dei cinquanta anni).

Tutti noi allora, invitati a eventi simili a questo organizzato da Platform, costruivamo castelli teorici e riferimenti colti intorno a progetti ben disegnati che in concreto risultavano modesti interventi.

Viceversa nelle presentazioni al Museo del Design ho potuto vedere importanti lavori e tra gli invitati vi sono premiati per YAP-MAXXI, selezionati al Mies Van Der Rohe Awards, per la Medaglia d’oro all’Architettura Italiana, per il Premio T Young Claudio De Albertis alla Triennale di Milano, per il Premio Piranesi.

Inoltre nella sezione dedicata ai giovani progettisti del Premio In/Arch e in New Italian Blood (TOP10 ARCHITECTS UNDER 40) troviamo interessanti e poetici interventi, senza dimenticare il Premio biennale Young Italian Architects (giunto quest’anno alla VI edizione e organizzato da presS/Tletter_Associazione Italiana di Architettura e Critica) che rappresenta un ottimo spaccato della produzione dei giovani architetti italiani (in questo caso correttamente under 35).

Tutto ciò testimonia una buona vitalità della nuova generazione di architetti, pur nella citata disparità territoriale, e in molti gruppi una grande concretezza e finalità d’intenti. In alcuni casi anche un’interessante e originale ricerca espressiva, che fa ben sperare per il futuro.

Gli organizzatori e la rivista Platform evidenziano che intendevano mostrare “un vero e proprio manifesto imperfetto di un mondo che merita attenzione e spazio per raccontarsi in autonomia. Quello che emerge sono realtà di ricerca accanita e amorosa in luoghi che chiedono visioni inedite senza che vengano necessariamente urlate, che mescolano discipline, materie, economie e saperi per individuare strade inedite e adatte a un tempo di profonda metamorfosi”.

Ripensando alla mia esperienza di ex-giovane mi sono ricordato degli incontri In/Arch Giovani a Roma, di vari confronti di idee/progetti in Abruzzo, in Sicilia, a Maratea e del meeting “Architettura della giovane generazione” organizzato da Pino Scaglione a Tagliacozzo nel 1989. Con il mio studio erano stati invitati, tra gli altri, Aldo Aymonino, Carmen Andriani, ABDR, Vito Cappiello, Cannatà-Fernandez, Stefano Cordeschi, Nicola Di Battista, Alberto Ferlenga. Mauro Galantino, Cino Zucchi, Netti-Valente, Efisio Pitzalis, Itaca Architettura, Marcello Panzarella, Vincenzo Melluso, Giacomo Polin, Sandro Raffone, Ricci/Spaini, Mauro Saito, Paolo Zermani.

Tranne Zucchi, ABDR, Cannatà-Fernandez e, parzialmente, Galantino e Ricci/Spaini nessuno studio allora selezionato ha costruito un numero corposo di opere e si è affermato a livello nazionale o internazionale.

Pochi, quindi, sono quelli emersi dalla palude dell’anonimato: alcuni operano nell’università, altri scrivono, pochi realizzano, soprattutto hanno costruito poche opere significative. Eppure a livello internazionale quella stessa generazione rappresenta il fulcro dell’attuale ricerca, quasi l’intero star-sistem.

Le cause di questa anomalia italiana non sono state pienamente analizzate e, paradossalmente, è iniziata in concomitanza con la “Via Nuovissima“ alla Biennale di Venezia del 1980, il momento di maggior confronto internazionale di quegli anni.

Condizionati negli anni dell’università dall’impronta storicistica e assillati dall’idea quaroniana della disciplina come “mestiere”, la maggior parte di noi ha consumato lo slancio creativo dividendosi tra teoria e prassi, proponendo spesso una visione riduttiva di entrambe.

I più avveduti si opponevano alla cosiddetta ”architettura disegnata”, caratteristica della Tendenza, ma anche delle esperienze radical e di quelle metamorfiche, più legate alle avanguardie; abbiamo però perso di vista la carica utopica, l’attenzione alla grande scala e alle implicazioni socio-politiche che quelle ricerche portavano avanti.

Nelle scarse occasioni di confronto concorsuale degli anni ’80, tra virtuosismi grafici e carica simbolica, il linguaggio era timoroso, lo erano perfino le proporzioni dei manufatti rispetto al contesto, come ha più volte evidenziato Franco Purini.

Nel confronto tra generazioni si verificano spesso conflitti, anche aspri, ma è difficile affermare che una prevalga nettamente sull’altra: di solito la prima imposta, la seconda concretizza. Viceversa la mia, i cinquanta/sessantenni di oggi, è risultata schiacciata tra quella che l’ha preceduta e l’altra seguente, come se per un ‘accordo segreto’ l’avessero voluta cancellare.

I nostri fratelli maggiori, arricchiti dal confronto/scontro con figure di alto profilo hanno probabilmente sviluppato una più elevata capacità di analisi e nitidezza metodologica; di conseguenza hanno per lungo tempo occupato tutti gli spazi disponibili. I fratelli minori, rispetto a noi con meno timori reverenziali verso i Maestri (che dichiarano di non aver avuto), si stanno dimostrando più strutturati sotto il profilo comunicativo, flessibili e capaci di creare reti e relazioni (tra progettisti, con la committenza e con l’imprenditoria).

Massimo Locci

 

In copertina: Dettaglio copertura_Nuovo Museo del Design-ADI, Migliore+Servetto Architects, Italo Lupi – Milano, 2020. Crediti foto  https://www.area-arch.it/

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