Il nutrimento dell’architettura [2.31] – di Davide Vargas

Nel convento di San Domenico Maggiore a Napoli si è aperta la mostra “Napoli inclusiva”, è praticamente “La città dell’inclusione” che si è tenuta al Museo Macro di Roma nel 2019 innestata dal contributo di dieci autori napoletani. Bella idea, una mostra che cresce ad ogni trasferta non rimane un episodio isolato ma accende un dibattito che si rinnova ad ogni appuntamento. Ai disegni esposti si aggiunge nel catalogo un acquerello di Arne Jacobsen del 1928 che ritrae Napoli con lo sfondo del Vesuvio piena di luce e sfumature di verdi, una città felice diresti di accogliere. Ma oggi sabato 24 ottobre è un giorno strano, gira nell’aria la prospettiva del lockdown annunciato ieri dal governatore della Campania con l’enfasi del predicatore di sventure e l’eco della guerriglia notturna mentre il sindaco era in televisione. Questi sono i nostri amministratori. Le poche persone presenti sono mascherate e si mantengono distanti, sono tutti amici ma stento a riconoscerli. L’umore sembra grigio come il cielo ritagliato nei finestroni affacciati sul chiostro da dove arriva il rimbombo degli scrosci di pioggia. Ma come un filo che lega le ragioni di una presenza gira anche una specie di testimonianza che non vogliamo mollare, che la cultura è ancora ai primi posti delle qualità della vita, che siamo resilienti e continuiamo a proporre visioni, nello specifico di luoghi dove le differenze siano intese come valori da includere nella dimora dell’uomo. Il noi è pronome plurale, aperto e naturalmente inclusivo.

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