Generosità, confronto, adattabilità. Benedetta Tagliabue: Architettura e sentimento – di Federica Caponera

Quando in qualsiasi città del mondo rilevi ostacoli, barriere e quindi luoghi ostili, modifichi il tuo giudizio e sei portato a trasformarlo in negativo. Per far perdere l’ostilità ai luoghi bisogna avere generosità, una visione profonda proiettata nel tempo, fitta di scambi ed aperture.

Un dialogo emozionante con Benedetta Tagliabue.

F.C. L’Architettura si nutre di memoria, di riferimenti alla storia dei luoghi e delle culture e si arricchisce delle nostre esperienze di vita per diventare luogo accogliente, rifugio, spazio vitale per le persone che la abiteranno, la visiteranno, la utilizzeranno. Gli ultimi mesi ci hanno confermato come l’Architettura abbia e debba avere come obiettivo fondamentale il benessere sociale e la difesa della salute delle persone. Unico modo di guardare avanti ed avere fiducia nel futuro. Sembra scontato dire che gli edifici debbano essere pensati e realizzati per le persone che li abiteranno; in realtà quest’affermazione racchiude in sé un approccio progettuale mosso da una forte responsabilità etica. Quant’è importante per lei interpretare la professione con sensibilità ed esperienza?

B.T. Per me è molto importante vivere e nutrire l’architettura. Pensare a come cambia anche la felicità o la maniera di essere, il benessere, la lunghezza della vita delle persone, poichè l’architettura ha un’influenza impressionante sulla società. E’ un tema che ho guardato ed interrogato con attenzione sin dall’inizio della mia professione, ma che adesso assume un’importanza rilevante. Siamo in un momento in cui c’è molta più coscienza: quando si costruisce o quando si progetta un edificio è come pensare ad un occhio sul benessere del pianeta. Sviluppare questo tipo di sensibilità è affascinante, seppur non così semplice. In questo periodo sono molto concentrata su come il costruito riesca ad influire positivamente sulla gente, su chi usa l’edificio, sulle sensazioni che si generano e sul comfort che ne deriva. Un sentimento di appartenenza, pari al sentirsi in un luogo che sai che è tuo, che è parte di te. E questa è un’investigazione molto importante che come studio stiamo portando avanti e sono convinta che dovremmo sviluppare maggiormente come architetti, nell’immediato futuro. Abbiamo dovuto fare i conti con una pandemia, che ci auguriamo finisca qui. E’ stata un’esperienza in cui ci siamo tutti resi conto dell’importanza della propria casa, del trovarsi bene in uno spazio. Ci siamo interrogati sull’importanza dell’abitare, abbiamo provato ad immaginare uno spazio vitale con dei materiali sostenibili, con acqua, luce, verde. Obbligati a stare confinati in ambienti per un certo periodo, improvvisamente le nostre esigenze, tradotte in requisiti, sono diventate chiare per tutti. Possiamo definirla quasi una prova generale, quella dell’emergenza sanitaria,  che dalla tragedia ci ha lasciato più coscienza e consapevolezza.

F.C. Viaggiare. Cambiare orizzonte. Esplorare i confini. Ha vissuto i primi anni della professione a New York, per poi stabilirsi a Barcellona, accanto ad Enric Miralles, fondando insieme uno studio di “viaggiatori” in giro per il mondo, EMBT.  Un’Architettura aperta ed esplorativa, un atteggiamento sperimentale unito ad un alto livello di applicazione concettuale che vi ha permesso di ricevere Premi e riconoscimenti di eccellenza a livello internazionale. Qual è il progetto che ritiene rappresenti al meglio e, che allo stesso tempo, abbia alimentato la poetica e l’impegno della vostra attività professionale di grandi valori umanistici?

B.T. Per noi architetti, nel nostro studio, tutti i progetti hanno una grande importanza. Anche quelli che magari non vanno avanti, che restano solo un’idea e/o che per tante circostanze non riescono a funzionare come un continuo confronto, acquistano comunque il valore di un proficuo esperimento. Tanti progetti che sono stati veramente memorabili per la carriera… Prendiamo il Mercato di Santa Caterina a Barcellona, strettamente legato anche alla nostra casa ed al nostro studio. E’ stato occasione fantastica per confrontarsi con l’esistente, con il costruito, con una città che aveva la necessità di essere rivitalizzata; un passaggio sentito dalla decadenza alla trasformazione urbana. Un luogo pieno di vita, luogo storico ricco di elementi positivi che era caduto in decadenza e che con un esperimento meraviglioso di trasformazione urbana ha riacquisito valore. Trasformazione urbana che alle volte vuol dire fare anche delle piccole deduzioni, necessarie a potenziare e a far emergere caratteristiche positive che nel tempo sono state nascoste. Molto conosciuto il mercato, fulcro centrale, ma anche da non sottovalutare tutto il quartiere che si è generato attraverso il progetto del master plan.

Un ragionamento sottile, improntato su questa filosofia, ci ha portato nel tempo ad affrontare tanti altri lavori di rigenerazione urbana, come per esempio ad Amburgo con il fine di rigenerare l’antico porto, che da anni non si usa più come porto e che va trasformato in città, quindi attribuendogli delle caratteristiche che non aveva mai avuto prima; un lavoro bellissimo quasi finito che dura da venti anni. Si, venti anni. Anche perché bisogna pensare che le trasformazioni urbane giustamente si dilatano nel tempo, le città crescono con lentezza ed è impensabile il contrario.  Adesso abbiamo tanti progetti di questo genere, sul tema della rigenerazione urbana in Cina. Dopo anni di investimenti in costruzioni intense e massive, si è tornato a capire l’importanza di rigenerare tessuti che già esistono. I criteri alla base dei nostri lavori sono sempre quelli di avviare un dialogo, una relazione tra costruito e spazio aperto, creando connessione, comunicazione, con il minor numero di barriere possibile. Il continuo confronto introduce un tema fondamentale: il tema del mantenimento. Poco fa passeggiavo davanti le case di Santa Caterina ed ho notato con rammarico che purtroppo il mantenimento che era stato promesso otto anni fa non è mai arrivato, e si nota. Di chi è la colpa? Non dell’architettura ma del fatto che non ci si adoperi per mantenerla, specie quando i progetti sono di cosi lunga durata temporale.

Pensando alla città in cui vivo, Barcellona, posso dire che attualmente ha dei principi che non mi soddisfano: ha cambiato i criteri di apertura, inclusione, sostenibilità, di convivenza, di eliminazione degli ostacoli. Quando in qualsiasi città del mondo rilevi ostacoli, barriere e quindi luoghi ostili, modifichi il tuo giudizio e sei portato a trasformarlo in negativo. Per far perdere l’ostilità ai luoghi bisogna avere generosità, una visione profonda proiettata nel tempo, fitta di scambi ed aperture. Barcellona sta attraversando un’epoca di estetica di guerra che è tutto il contrario delle affermazioni precedenti. Con sguardo positivo vedo Milano: dagli scali la nuova città. Un processo di rigenerazione con la chiusura di ferite brutali che rompevano la continuità urbana. Un po’ come le ferite vere e proprie che recano malessere tutt’intorno, così la città riverbera. E quando la ferita la chiudi, come uno scalo ferroviario inutilizzato, finalmente trasformato in un parco che fa da cerniera consentendo alla vita di andare da una parte all’altra, è come aprire delle vie e finalmente la vita al tessuto. Questo è fondamentale.

F.C. Italia. Un Paese che deve ritrovare la capacità di evolvere. Un sistema che negli ultimi trent’anni ha ridotto molto la competitività, sia socio-culturale sia economica, specie per ciò che riguarda le città medie. Avere visioni, immaginare strategie, affrontare con coraggio queste nuove necessità. Italia, le sue origini. Barcellona, dove vive e lavora. Shangai, terreno fertile per nuove sperimentazioni. Cosa ricorda dei primi anni lontano dall’Italia e come invece oggi è cambiata la sua visione grazie alle esperienze maturate in giro per il mondo?

B.T. Viaggiando nel mondo dal punto di vista anche della dinamica, dei movimenti di rigenerazione, di quelli produttivi e nei confronti dell’architettura ti accorgi come tutto cambia velocemente nel tempo. L’Europa fino a venticinque anni fa era il luogo dove si sperimentava maggiormente, era tutto all’avanguardia, adesso la cosa si è un po’ spostata. La Spagna negli anni 80-90 è stato un terreno fertile, con progetti molto interessanti, poi con il passare degli anni per una serie di fattori le cose cambiano….e ti ritrovi ad oggi che tutto appare abbastanza spento e fragile.  Per cui bisogna guardarsi intorno, cercando di mantenere i propri luoghi sempre un po’ vivi, con progetti interessanti, giusti in relazione a ciò che richiede il tempo e la circostanza. Mantenersi sempre vivi, in movimento.

F.C. Premio Piranesi Prix de Rome alla Carriera 2020. Un carriera formidabile. Carattere, tenacia, abilità, fiducia nel futuro, racchiuse in una femminilità travolgente e solare. EMBT, uno studio con tante donne… Pensando al suo percorso quali riflessioni ha maturato? E’ ancora difficile per una donna riuscire ad affermarsi in un campo considerato maschile come l’architettura?

B.T. E’ difficile ma non impossibile. In questo momento noi donne abbiamo una certa forza. Ci sono studi riconosciuti, di spessore, capeggiati da donne. Pensiamo ad uno degli studi più riconosciuto del mondo che è stato fondato e capeggiato da una donna, Zaha Hadid, prematuramente scomparsa qualche anno fa. La sua forza continua ad andare avanti. Questo è un esempio che può essere utile alle nuove generazioni aiutandole a far superare la visione di un’architettura declinata principalmente al maschile. Una visione portata avanti negli anni. Oggi sappiamo che noi donne siamo molto capaci, abilissime. Abbiamo capacità speciali che non abbiamo mai sottolineato con forza. Soprattutto in relazione al fatto che questa è un’epoca in cui l’adattabilità diventa una dote sempre più necessaria. Noi donne abbiamo da sempre avuto questa capacità e siamo molto più avvantaggiate. Siamo sempre quelle che sono state sposate, trasferite in un’altra casa cambiando abitudini, usi, adattandosi ai nuovi membri familiari, dedite alla casa e alla cura dei figli che poi crescono….e, riflettendoci, la donna è stata sempre capace di adattarsi. Ricadute positive di queste doti si hanno anche nella professione, quel senso pratico, direi associabile ad una sostenibilità pratica. Lo abbiamo fatto per millenni, ce l’abbiamo già come risorsa ed oggi è più necessaria che mai. E’ molto possibile che le donne prendano un sopravvento nei prossimi anni, siamo abilissime, è così.

F.C. Tante le pioniere nella storia dell’Architettura. Ce n’è stata una a cui si è ispirata maggiormente?

B.T. Certamente ho sempre tenuto conto del contributo femminile nella storia dell’Architettura senza mai però essere legata ad una figura specifica. Mi sono piaciute molto queste donne che magari anche nell’anonimato non riuscivano ad avere una grande importanza: entravano nel mondo maschile e venivano apprezzate tanto.  Mi piaceva molto trovare figure notevoli non solo nell’universo dell’architettura ma anche nel mondo dell’arte, della pittura; ad esempio Rosalba Carriera, pittrice che faceva acquerelli meravigliosi molto considerata nel 700.  Le tante donne architetto le ho sempre immaginate capaci di muoversi in un mondo di uomini, senza domandarsi il perché. Poi sono arrivati i nomi importanti, per citarne alcuni Lina Bo Bardi, Gae Aulenti, Zaha Hadid, che con qualità, competenza e determinazione sono riuscite a creare dei modelli. Modelli di riferimento per tutto il mondo. Concludendo, noi donne, non solo possiamo essere brave tra gli uomini, ma possiamo essere le migliori.

F.C. La professione di architetto risulta oggi, specialmente per i giovani professionisti, sottoposta a sfide e problemi nuovi. Innestandosi su un tessuto in radicale cambiamento, la crisi economica globale è intervenuta come un ulteriore fattore potenzialmente destabilizzante, producendo effetti sulle dinamiche del mercato professionale dell’architettura. Essere un architetto, per molti, significa trovarsi di fronte ad una sfida piuttosto che una professione, soprattutto qui in Italia. I concorsi, in Italia pochi, sempre più di idee e sempre meno di progettazione, possono essere una reale possibilità di emergere per i giovani? A quali condizioni? Parlando con lei è naturale entrare in sintonia con la positività e la carica che la contraddistinguono….E allora, un appello ai giovani architetti!

B.T. Sono molto legata ai giovani. A partire dai miei figli, una architetto con un fidanzato architetto, l’altro non direttamente coinvolto, ma legato per i suoi studi alla professione e con molti amici architetti, per arrivare alla realtà del mio studio, ricca di giovani meravigliosi. Vedo i giovani a cui voglio bene domandarsi quale sia la direzione giusta da intraprendere. Non so di preciso cosa consigliare loro. Siamo in un momento di grande cambiamento. Adattabilità, concetto chiave. Bisogna pensare quale di quegli aspetti di cui parlavamo prima sia più richiesto nel mondo. Ma sta proprio ai più giovani, che escono dal mondo dell’università e si affacciano alla professione, mettersi in gioco. Hanno un modo di lavorare molto smart, un approccio investigativo notevole, quasi dei detective dell’architettura. Consiglierei loro di sperimentare, di interrogarsi sulle possibili strade in questa era di cambiamento, perchè sempre ci saranno spunti interessanti da trarre, soprattutto per un architetto, figura umanistica con caratteristiche molto ben delineate, con un ruolo sociale. E perché no, suggerirei anche di reinventarsi.

Per quanto riguarda i concorsi. Ecco, i giovani in Italia dovrebbero lottare per i concorsi affinchè siano più seri ed affidabili. Sono stata giurata in tanti concorsi in Italia. Posso riassumere queste esperienze con una parola: fatica. Tanta fatica, alle volte per nulla. Un sistema legale che permette di bloccare qualsiasi procedimento è davvero ingiusto. Un sistema, quello concorsuale italiano, disfatto dalla nostra stessa ingordigia. Ho avuto invece ottime esperienze di concorsi in Francia, Spagna, Germania, Cina ed in molti altri Paesi, tranne in Italia. Tutti noi architetti abbiamo delle storie tristi in Italia. Tant’è vero che nessun internazionale partecipa ad alcun concorso in Italia perché non ci crede più, abbiamo perso la credibilità. E questa speranza viene meno anche per noi italiani. Abbiamo inficiato il sistema ed è gravissimo. Siamo l’unico Paese che non ha un meccanismo fisso per i concorsi, perciò urge tornare a regolamentarlo. Come? Innanzi tutto rendendocene conto, prendendone coscienza. I concorsi in due fasi quale unico strumento serio, democratico per far crescere qualità in modo diffuso. E la buona architettura ha a cuore la qualità e quindi il benessere della comunità.

 

In copertina: Farini Aeral view, Miracoli a Milano – Scali Milano – Masterplan, Competition, 2017- EMBT  courtesy from http://www.mirallestagliabue.com/.

 

 

 

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