Enzo Mari: la sottile ricerca tra approccio concettuale e prassi attuativa. Di Massimo Locci

Raffinato, colto, dalla sottile ironia e caustico nei giudizi Enzo Mari, scomparso in questo mese a ottantotto anni, è stato uno dei più grandi progettisti sperimentali contemporanei.

Non a caso Bruno Zevi aveva affidato a Renato Pedio, che aveva un approccio intellettuale molto vicino al designer novarese, un saggio per la collana Universale di Architettura già negli anni ‘70, perché aveva intravisto nella sua elaborazione teorica e progettuale un’originale strada operativa, che superava i limiti disciplinari del design o dell’arte (aveva studiato all’Accademia di Brera) verso nuovi concetti per l’habitat.

Mari propugnava una nuova sensibilità ecologica che doveva accompagnare la metodologia progettuale del prodotto industriale, tanto che in varie circostanze si è domandato: “E se al posto del design fatto con materiali di scarto si pensasse a un design che di scarto non ne produce alcuno?”. Il tema è ora centrale anche nella produzione architettonica: negli ultimi anni, infatti, si sta affermando una visione etica lungimirante per una progettazione consapevole, che pone al centro la scelta dei materiali.
La ricerca di Enzo Mari si è sempre caratterizza per una forte sintesi tra approccio concettuale e prassi attuativa. Il suo celebre slogan “gli oggetti non devono piacere a tutti, devono servire a tutti” sintetizza il senso di una ricerca sulla forma astratta e finalizzata a un funzionalismo etico, che presuppone una forma di partecipazione corale e democratica, in cui il processo ideativo si connette senza strappi concettuali a quello produttivo.

La sua metodologia empirica e lo sperimentalismo mettono in crisi le finalità universalistiche del Movimento Moderno, ora come contrapposizione colto/banale, ora come operazione di decontestualizzazione dei riferimenti e delle citazioni, che apparentemente è solo giocosa e ingenua.

La sua compagna di vita e acuta critica d’arte, Lea Vergine, evidenziava che il suo candore era solo apparente, che la sua naïveté era corrosiva ma anche auto-ironica: ”Non è che me la posso prendere con lui. E’ privo di malizia, è come un bambino o un selvaggio, con purezza di cuore”.

In verità l’elaborazione artistico-concettuale, applicata all’oggetto d’uso, si sviluppava in parallelo con una visione filosofica profonda e sottile . Al centro ci sono sempre l’uomo e la natura da cui discende il superamento del carattere eccessivamente ‘ideologico’ del razionalismo e del Bauhaus.

In alternativa all’idea della pura razionalità, la sua forma-funzione ha come finalità la produzione di elementi psicologicamente attraenti e che rendono più felici gli utenti. ”Posso dire – affermava infatti –  di essere stato molto fortunato. Lavorando ho inseguito per tutta la vita il sogno della mia ingenuità: realizzare la bellezza”

Enzo Mari è stato un animatore dall’Arte Programmata (definizione inventata da Bruno Munari, suo mentore, per una mostra che si tenne nel 1962 al negozio della Olivetti a Milano) che era finalizzata a definire procedure operative capaci di superare  il concetto di stile o espressività individuale, ricerca con obiettivi preordinati e preventivati (come evidente dall’etimo greco composto da pro = avanti e da gramma = scrittura, dunque ante-scritto).

Per lui significava, in particolare, proporre una variabilità di congegni visivi con una linearità scientifica calcolata. Cercava regole oggettive che consentissero la variazione formale e cromatica delle sequenze figurali, secondo un certo ordine temporale, tra ripetizione, variazione, accadimenti casuali e combinazione dei pattern visivi.

La sua opera è il prodotto di una visione radicale, che rifugge i gesti eclatanti e rivela un linguaggio aperto, forse un non-linguaggio in cui, pur nella totale differenza di esiti formali, emergono alcuni segni ricorrenti e sempre riconoscibili. Nel 1972 è tra le figure di spicco della mostra “Italy: the new domestic landscape”, allestita da Emilio Ambasz al Moma di New York, che ha consacrato il design italiano come paradigma della qualità e innovazione dell’abitare.

Lavorando sullo spazio primario, indaga sul momento in cui l’io si apre agli altri e al mondo, determinando un luogo di incontro e di umana solidarietà; dove lo ‘spazio del gesto’ diventa ‘spazio di relazione’, tensione esistenziale, esperienza vissuta. I suoi oggetti nascono, dunque, con un contenuto ‘forte’ e sono prodotti che a distanza d’anni mantengono un significato e un valore non solo economico, ma anche culturale e sociale. Non a caso sono diventate vere e proprie icone del design italiano.

Curioso, solido nel metodo e nei principi comunicativi, interessato alla multidisciplinarietà ma fortemente orientato verso la particolarità del proprio know-how tecnico-creativo, Enzo Mari ha cercato di tenere sempre vive le speranze degli anni ’60.

 

In copertina: Enzo Mari, ©Fotogramma.

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