Le vicende urbanistiche di Roma – di Massimo Locci

A centocinquant’anni dalla Breccia di Porta Pia, è interessante ripercorrere le vicende urbanistiche dell’ultimo periodo del potere temporale dei pontefici e quelle della fase iniziale del Regno d’Italia, perché ci spiegano molto bene perché il processo di trasformazione di Roma si è attuata per singoli episodi e con una strategia sostanzialmente casuale. Scelte per la città che rivelano, oggi come allora, sia una mancanza di una visione strategica, sia l’incapacità gestionale di gran parte delle amministrazioni romane. Il governo nazionale, inoltre, è incapace di definire una normativa e statuti specialistici per la capitale, tantomeno un ordinamento generale che favorisca una corretta rigenerazione urbana (si veda in tal senso il disastroso Decreto Semplificazioni appena approvato). Da sempre si contrappongono una visione operativa della cultura specialistica (architetti, ingegneri, economisti, imprenditori) e quella rinunciataria di chi si oppone sistematicamente ai processi di innovazione, ma anche i veti incrociati tra poteri pubblici, tra gruppi di interesse che ha creato le distorsioni dell’urbanistica romana (alternanza tra immobilismo e irrazionale iper-produttività).

Dopo la proclamazione del Regno d’Italia Roma fu subito scelta come Capitale “necessaria”, per ragioni storiche, intellettuali e morali, come sosteneva Camillo Benso di Cavour che, nel celebre discorso tenuto alla Camera dei Deputati, affermava “Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè, destinata a essere la capitale di un grande Stato”.

Con questo sostegno culturale e concettuale, la questione romana non doveva rappresentare solamente un problema di annessione territoriale ma innescare profonde trasformazioni sulla sua struttura economica, opportunità di programmare interventi urbanistici, infrastrutturali e edilizi per le nuove funzioni governative.

Per superare l’arretratezza complessiva, Cavour e Mazzini erano convinti, inoltre, che fosse necessaria la separazione del potere temporale da quello religioso. Seguendo il principio di “libera Chiesa in libero Stato” Roma si misurava con il nuovo ruolo di capitale del Regno d’Italia e con quello di centro religioso più importante della cristianità.

Sul piano concreto al potere temporale del papato si sostituì un potere di censo e lobbistico: la proprietà dei suoli edificabili era in gran parte della nobiltà papalina o di gruppi economici legati al Vaticano che furono, direttamente o indirettamente, coinvolti nei processi di trasformazione della struttura urbanistica di Roma. Nonostante la perdita dei privilegi, molti di loro ricevettero cospicui benefici proprio dalla rendita fondiaria innescatasi con l’attività edilizia.

Tra i pochi interventi di modernizzazione prima del 1870, la realizzazione della Stazione Termini, il cui destino riflette le descritte contraddizioni. Le opposizioni di allora furono molteplici e le motivazioni prevalentemente pretestuose: tra quelle più serie la localizzazione, meno indicata per connessioni infrastrutturali di altre aree quali Trastevere (porto di Ripa Grande); obiezioni non mancarono per le presenze archeologiche e per la morfologia dei suoli (fu necessario distruggere un giardino storico e sbancare un’intera collina). Per altri la stazione era “contraria al decoro, alla dignità e alla magnificenza della città di Roma”, per altri ancora era una scelta sbagliata per ragioni militari. In verità fu scelta quell’ubicazione perché sostanzialmente dipendente da “interessi legati alle speculazioni edilizie di Monsignor de Mérode” (Piero O. Rossi). Comunque, da subito, la stazione risultò inadeguata per il nuovo ruolo di principale snodo ferroviario nelle connessioni a livello nazionale e furono necessari interventi di ampliamento.

Frédéric, François, Xavier de Mérode, pro-ministro delle armi e poi elemosiniere di papa Pio IX, in soli 25 anni di intensa attività determinò le principali scelte urbanistiche di Roma. Sua la proposta preunitaria per l’area di via Nazionale, da via IV Novembre a piazza dell’Esedra, e poi per l’espansione urbana verso est, in quello che diventerà il quartiere Esquilino, perché garantiva “migliori condizioni igieniche, più piacevoli le viste, più fermo e asciutto il suolo”. In verità è noto che alcune banche del nord e gli immobiliaristi romani a lui legati avevano già investito nelle aree indicate dal piano regolatore, acquistando i terreni di via XX settembre dove a breve saranno realizzati i ministeri.

Il Monsignor de Mérode è coinvolto anche nell’ampliamento più significativo della città a ovest nell’area Prati di Castello, che fu approvato attraverso una convenzione come progetto esterno al piano e legittimato solo con il piano del 1883. Questa insolita modalità creò i presupposti per tante altre successive lottizzazioni fuori piano, che non consentivano un’adeguata programmazione delle infrastrutture e delle attrezzature a supporto della residenza, oltre che alimentare la speculazione edilizia. Disastrosa, in particolare, fu la convenzione per il quartiere Boncompagni, che ha determinato la distruzione dei mirabili giardini di Le Notre nella Villa Ludovisi, estesi da Porta Pinciana a Porta Salaria.

Con il nuovo stato nazionale ci si aspettava una revisione complessiva dei processi amministrativi e una moralizzazione della vita pubblica, viceversa gli interessi dei nuovi potentati si saldarono con il mondo aristocratico e clericale. Gli speculatori, negli anni della ‘febbre edilizia’, realizzarono oltre 20.000 vani l’anno, creando una bolla edilizia che portò allo scandalo della Banca Romana e, poi, alle dimissioni del Capo del Governo Giolitti.

Sarebbe errato, però, pensare che prima della Breccia di Porta Pia a Roma non ci fosse stata una progettualità per affrontare i secolari problemi di arretratezza e l’isolamento culturale rispetto alle altre capitali europee. Dall’inizio dell’ottocento, infatti, erano stati sviluppati interessanti programmi urbanistici rimasti, però, tutti sulla carta e molti di questi trovarono attuazione solo nell’ultimo trentennio del secolo.

Il periodo più ricco di programmi fu il quinquennio bonapartista fino al 1814, che con il dinamico governo del Prefetto Camille de Tournon realizzò un serbatoio di progetti di assoluto rilievo. I progetti di rinnovamento urbanistico dei francesi si caratterizzavano per la sistematicità e interrelazione tra ampie zone della città; le principali riguardavano le sistemazioni degli accessi da sud, parco lineare lungo le mura a San Giovanni, e da nord nell’area della Flaminia, comprendente piazza del Popolo e le pendici del Pincio (Parco del Grande Cesare).

Il progetto, redatto da Giuseppe Valadier, la prima figura moderna di architetto/restauratore/urbanista italiano, faceva parte di un grande parco a scala paesaggistica da Castel Sant’Angelo a Ponte Milvio (realizzò solo la testata del ponte e la piazza ellissoidale), comprendente le sponde gradonate e piantumate del Tevere e degli ambiti al margine di Villa Strohl Fern.

Con de Tournon furono elaborati progetti di ampio respiro di studio/valorizzazione di ambiti archeologici e monumentali, servizi e attrezzature pubbliche, sistemazioni dello spazio pubblico tutte in continuità con l’ultima vera visione strategica per Roma, il piano di Sisto V della fine del cinquecento. Le ipotesi più interessanti riguardavano il settore infrastrutturale (nuovi tracciati viari, ponti e un bypass per il governo delle piene del Tevere con canale navigabile a occidente) e produttivo (riconversione delle aziende, scuole di formazione, riorganizzazione dell’annona e dei mercati, regolamentazione delle aree cimiteriali).

Camille de Tournon sosteneva idee interconnesse, razionali, innovative e in linea con la ricerca internazionale coeva; dando spazio a molti architetti romani come Camporese, Sarti, Stern, lo stesso Valadier e francesi come Berthault e Gisors, che si affermarono anche grazie ai concorsi di progettazione. Si veda in tal senso la mostra presente fino a ottobre 2020 al Museo Napoleonico di Roma: “Aspettando l’Imperatore. Monumenti, Archeologia e Urbanistica nella Roma di Napoleone 1809-1814” che ricostruisce il volto della Roma napoleonica attraverso 50 opere di importanti artisti e architetti: alcune poco conosciute, altre del tutto inedite.

La ricchezza di vedute per Roma, l’approccio etico e l’adesione ai nuovi linguaggi internazionali di quella fase storica sono comparabili solo con quelli sviluppati un secolo dopo durante la sindacatura di Ernesto Nathan.

Massimo Locci

 

In copertina: Progetto per un arco di trionfo in onore dell’imperatore Napoleone, acquerello su carta, Museo Napoleonico (inv. MN 3359)

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