Il gatto e la volpe: la maschera contemporanea dell’inganno – di Gianna Panicola

Agli inizi del Novecento, Giorgio De Chirico, scriveva di “sopprimere completamente l’uomo come punto di riferimento, come mezzo per esprimere un simbolo, una sensazione o un pensiero … di vedere tutto, anche l’uomo, come cosa”, mettendo in pratica la filosofia nietzschiana in pittura. Il superamento dell’uomo come soggetto, aveva prodotto un oggetto dotato di una propria fisicità e di una propria dimensione spazio temporale: il manichino sartoriale. Oltre l’uomo e oltre il soggetto, ecco cos’era il manichino.

Alessandro Licciardello, in alcune sue opere in esposizione, in occasione della sua mostra personale, presso il Convento del Carmine di Marsala, conclusasi lo scorso 30 agosto, compie un passaggio dal manichino dechirichiano alla marionetta. Riappropriandosi di quest’ultima, la spoglia dagli abiti di scena, taglia i fili che la legano all’uomo, alla sua manipolazione, le mette una maschera. Propone di superare l’automizzazione della società contemporanea accettandola, raffigurandone ognuno dei suoi “sette vizi capitali” con il corpo di un burattino e come testa un oggetto simbolo di quel peccato, con un diverso approccio alla tecnica e al colore come avverrà nelle opere successive.

In “La morte”, un corteo animato di inquietanti automi, dalle espressioni malefiche e divertite, tra scorci di case verdi, rosse, blu e viola in vertiginose prospettive, sta per essere risucchiato da un vortice di fitte pennellate centripete. La stessa spinta energica, con minore densità, si ripete in “La condanna di Pinocchio”, in cui un terreno instabile diviene palcoscenico di un teatro dinamico e violento su cui giganteggiano i due rappresentanti e la povera vittima. Quest’opera offre un importante esempio di un particolare uso del colore, le pennellate sono vigorose, rapide, che consentono di fissare velocemente le impressioni provate, nel modo più diretto, definiscono i tratti espressivi.

La maschera della menzogna, indossata da “il gatto” e “la volpe” in “La ragione”, i due personaggi che hanno dato il nome al progetto per Marsala.  Questo travestimento, è dotato di attributi particolari che rafforzano la potenza dell’inganno. Basti osservare i loro sguardi, si intuisce che l’essenza comune ai due, è la furbizia che fa l’essere aggressivo e malizioso, dotato di una capacità umana filtrata per mezzo di quella animale.

Quella di Licciardello più che una rappresentazione critica del “sistema giustizia”, è visione fantastica desolata e desolante, a tratti inquietante come le sue pennellate, di una certa realtà che si cela dietro le apparenze e si rivela attraverso la pittura. I colori sono brillanti, le tonalità dai verdi acidi ai gialli, ai viola ricordano le atmosfere di molta pittura espressionista tedesca. In “Stati d’animo 5”, uno scorcio urbano, vibrante, elettrico, rappresentazione di una via cittadina che riversa tutta la sua energia, il suo dinamismo e anche la sua angoscia. “Stati d’animo” che i pittori della Repubblica di Weimar, come ad esempio Erich Heckel e Ernest Ludwing Kirchner condensavano nei ritratti, nei paesaggi, nelle scene di vita notturna, nella città. Può una città con le sue case, le sue vie, le sue luci, essere espressione di un sentimento, di un malessere interiore, come un volto umano? Non a caso la città di Licciardello, convive con alcuni ritratti dove i volti viola, verdi e grigi, sembrano essere un’estensione di quell’angoscia che opprime.

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