Donne e Architettura. Esserci…Nel tempo. La visione di Raffaella Aragosa – di Federica Caponera

“Quando le Architettrici si sono incontrate, ed è stata una forma di predestinazione, essere guidate in un dato punto e in un dato momento, con sentimenti e aspirazioni comuni, hanno cominciato a rappresentarsi uno spazio non vincolato, per se stesse e per le altre donne.”

La forza di un Progetto strepitoso nel racconto di Raffaella Aragosa.

Donne che parlano di donne. Quanto è efficace oggi?

Se Henry Ford diceva che il progresso è reale solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano tali per tutti, ogni conquista sociale deve tradursi nel beneficio di tanti, nel tempo, di tutti.

Capita spesso che i primi detrattori dell’operato delle donne siano ancora donne. L’emancipazione da una condizione di subordinazione e di marginalità sociale e professionale, dal condizionamento profondo del “passo indietro”, che è una sottostruttura mentale rigida pervicace tenacemente insediata nell’intimo pensiero, perché introiettata e agente in maniera subdola fin dall’infanzia, non è ancora un beneficio per tutte. È facile irrigidirsi su posizioni di rifiuto dell’altra, immaginando in tal modo di potersi assicurare l’unico privilegio, sperando di poter tutelare il proprio piccolo territorio d’azione, casualmente o meritatamente conquistato. Questa dinamica viziosa comprensibile non meno che assassina è un filo nero che vogliamo tagliare.

È tempo di  fare comunità, di lavorare per un obiettivo comune, è tempo di fare rete. Le donne sanno parlare di donne, perché ogni storia di donna è una storia che appartiene intimamente a tutte le donne.

Il mondo del lavoro è un luogo di competizione, di esclusione, e qualche volta di sopruso, si sa; per tutti, per le donne di più.

Ma qualcosa sta cambiando.

Abbiamo assistito  negli ultimi anni a un’importante presa di coscienza riguardo al valore supremo dell’integrità professionale sul posto di lavoro, di qualsiasi lavoro si tratti, in qualsiasi posizione di potere o di subordinazione ci si venga a trovare. I movimenti me too, al di là della specificità delle singole declinazioni, e dei personaggi che si sono avvicendati sul palcoscenico della ribalta, hanno dimostrato che si può immaginare un altro sistema di comportamenti, si può immaginare un mondo non maschiocentrato, e assoggettato a certe concessioni di passaggio attraverso il divano semanticamente dilatato del produttore.

È un esempio come un altro la prevaricazione sessuale, avrei potuto parlare del furto intellettuale esercitato ai danni dell’opera delle donne. “La paternità della poltrona Barcelona è stata tradizionalmente attribuita a Mies van der Rohe, ma è risaputo che ci lavorarono entrambi e che il contributo di Lilly Reich fu fondamentale”¹. Possiamo allora a buon diritto parlare di coprogettazione; ma chi conosce questa vicenda, alla fine?

Dunque, l’obiettivo è ottenere un riscontro al proprio merito che si basi esclusivamente sul proprio talento, sulle proprie capacità professionali, e rivendicare con forza questo ruolo da protagoniste.

E se è una donna a farsi promotrice di un forte atto di sdoganamento dalla irrilevanza della condizione liminare, in cui la storia della vicenda umana ha relegato per migliaia di anni le donne, beh sì, è un grande momento per la Storia.

Le donne possono e devono parlare di donne, perché le donne sanno parlare di donne. È un discorso di empatia, è un discorso di pelle, una faccenda antropologia e genetica.

Come e quando nasce la vostra idea di “futuro”?

Un giorno Riccardo Mannelli, artista e amico, mi ha detto: andrà sempre meglio, il futuro sarà migliore del presente, io sono ottimista, perché le nuove generazioni sono migliori di noi.

Mi necessitava raccontare questo episodio, perché quelle parole quasi ingenue buttate lì, a fare muro contro una mia visione individualistica e pessimistica delle umane sorti non progressive, hanno avuto un inimmaginabile effetto dirompente; mi hanno aperto mondi. A volte la folgorazione arriva in territori imprevisti, forse, in rispondenza a esigenze emotive profonde e urgenti. Era la prima volta  che qualcuno mi parlasse senza preoccupazione del futuro. Quelle parole mi hanno commosso; ho pensato che il confronto costruttivo, e costruttivo anche nel senso di una fiduciosa progettualità, che si rifletta sulla propria sfera di competenza professionale -e Mannelli è un docente dello IED- possa davvero promuovere una diversa sorte dei destini collettivi. Promuovere, insegnare, educare, sostenere, indicare una via, suggerire altri percorsi; esserci. Quando le Architettrici si sono incontrate, ed è stata una forma di predestinazione, essere guidate in un dato punto e in un dato momento, con sentimenti e aspirazioni comuni, hanno cominciato a rappresentarsi uno spazio non vincolato, per se stesse e per le altre donne. Un destino diverso per le generazioni che verranno, fuori dalla decontestualizzazione, l’evasione dai paradigmi del passato. Il gruppo Architettrici è un gruppo di professioniste con diverse competenze e specificità, che hanno sposato una causa, una causa importante per i destini individuali e collettivi delle donne dell’architettura. Questo vuol dire contribuire a inventare un futuro migliore, insieme. Fare il possibile, farlo insieme. Siamo sempre attori e spettatori del mondo, possiamo essere artefici di piccoli miracoli, possiamo.

Il futuro dell’Associazione Architettrici è un futuro in opera. E intanto lavoriamo a un grande archivio delle opere delle donne nell’Architettura… un giorno vorremmo fosse un archivio anche cartaceo… nel tempo.

Perché “Architettrici”?

Architettrici e non Architette: le parole hanno una significanza e una suggestione che non si risolve nel suggerimento a un attributo, che qui avviene casualmente, ma è già stigmatizzante di una condizione di femmina, prima che di professionista; é ancora vagamente discriminatorio, tutto quello che investe la sfera sessuale; architetta è impattante. Ricordiamo che per definire una bella donna comunemente si dice figa. La parte per il tutto.

Il senso del mestiere al femminile rintraccia con architettrice la sua matrice genetica storica e a lei vuole affiliarsi.

Plautilla Bricci, prima architettrice riconosciuta della Storia, è lei la svolta genealogica.

Cosa proporrete ad Archifest 2050?

Ci affacciamo al mondo per la prima volta, è il nostro battesimo di fuoco. Esordire vuol dire tracciare le linee guida di un percorso in evoluzione nel tempo, identificarne una linea di sviluppo coerente.

Parleremo di Architettrici tra Architettrici, sussurrando e a voce spiegata. Lo faremo, non confidenzialmente, ma in questa stanza aperta che possiede la magia dei contenuti che cercano le forme di rappresentazione. Per noi sarà una prova di resa, la nostra capacità di penetrare un pubblico di professionisti e colleghi ai quale siamo sconosciute, sperimenteremo la nostra possibilità di stare insieme produttivamente, per definire un’idea possibile di cambiamento, per progettare una trasformazione.

Parleremo delle Architettrici pioniere, parleremo delle tante iniziative al femminile già sperimentate negli anni passati, faremo tavola rotonda, e saremo lì anche per ascoltare.

Le donne cambieranno il mondo?

Voglio citare Ernesta Caviola, che citava il demonio : Sì, nel tempo…

Un’architettura che vi definisce?

Ogni architettura femminile in questa fase ci rappresenta, se ci definisce è discorso di sensibilità individuale, la definizione è diversa per ognuna.

Per me, che sono gemelli e sono figlia dell’aria e della leggerezza, un’architettura leggera come il padiglione di vetro del Museo d’arte di Toledo, un progetto vecchio di Sanaa, vecchio ma avveniristico, è un bell’esempio coerente. Oggetto che si posa sull’erba con dolcezza, senza struttura apparente che non sia vetro impalpabile.

Ed è superfluo parlare di una cosa tanto cara agli architetti, la leggerezza di Calvino, ma pure per me leggerezza è precisione e determinazione e non vaghezza e abbandono al caso.

Chiaramente tante architetture mi possono definire, e per lo più sono maschili, perché la maggioranza delle opere nel mondo è opera di uomini. Bisogna ancora lavorare tanto.

 

Raffaella Aragosa, nata nel 1972, si laurea in architettura alla Sapienza con una tesi Mario Fiorentino.
Negli anni 90 collabora con la Cappa Production, compagnia di produzione cinematografica fondata da Martin Scorsese, alla realizzazione di documentari di cinema e arte. Dal 2000 sotto la guida di Fred Licht, senior curator della collezione di Peggy Guggenheim a New York e poi a Venezia, intraprende l’attività curatoriale, assumendo la curatela dell’opera di Rosario Murabito.
È tra I fondatori dell’Istituto nazionale di Pedagogia Familiare, dove insegna, come esperto della materia latino e greco. Dal 2010 si occupa di fumetto. Realizza mostre e cataloghi, evidenziando le relazioni tra letteratura architettura fumetto e cinema.

 

¹ Concettina Ghisu, Le ragazze del Bauhaus, ABside. Rivista di Storia dell’Arte, 2 (2020).

In copertina: SANAA / KAZUYO SEJIMA + RYUE NISHIZAWA, Glass Center for the Toledo Museum of Art, USA, 2006. Photo credit: Iwan Baan.

 

 

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