ARCHITETTURA AL FEMMINILE: TRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO. INTERVISTA A CONCETTINA GHISU – DI NADIA BAKHTAFROUZ.

‘’L’ Amore per la bellezza, la ricerca di indipendenza e di autoaffermazione in un mondo dominato da uomini’’. Sono questi i motivi che hanno portato molte studiose, tra cui Concettina Ghisu, a voler dar voce a quelle donne che sono rimaste per troppo tempo nell’ombra dell’uomo architetto.

Buongiorno Concettina, presentati in tre parole..

Curiosa, battagliera, ribelle (sono nata nel maggio del ‘68).

Com’è nata la tua passione per l’architettura ed in particolar modo per la figura femminile in questo campo?

La mia passione per l’architettura ha a che fare con quello che James Hillman chiama il codice dell’anima, o vocazione. Non sapevo ancora leggere e, a casa di una zia, mi ritrovai a sfogliare una monografia sulla cappella di Ronchamp di Le Corbusier; quel libro divenne un mondo virtuale in cui abitare per lungo tempo. La passione per le donne progettiste scaturisce invece dai nomi femminili che affioravano, come comparse mute, nelle storie dell’architettura. Mi è venuta voglia di dare voce a quei nomi e avevano molte cose da dire, raramente tradotte in italiano.

Si dice architetta o architettrice? Vedo che è una cosa ancora in via di definizione e che lascia molti dubbi.. 

La parola architetta è orribile, provoca risolini in chi la pronuncia. Architettrice è il modo in cui Plautilla Bricci (1616 – 1705) chiama se stessa nella targa delle fondamenta della villa del Vascello, che progettò a Roma. Ha fatto benissimo Melania Mazzucco a intitolare ‘’L’architettrice’’ la biografia romanzata di Plautilla. Architettrice non è un nome ridicolo. Ora ‘’Le Architettrici’’ è il nome di un progetto meraviglioso di Ernesta Caviola, Michela Ekstrom, Raffaella Aragosa, Francesca Ameglio e tante altre architettrici, che hanno incluso anche il prof. Luigi Prestinenza Puglisi.

Qual è per te la figura più interessante nel 900? Con chi ti ritrovi più affine e perché?

Ho molta simpatia per Aino Marsio, la prima moglie di Alvar Aalto, scomparsa a 55 anni. Mi piace il suo uso dei materiali, la poetica dei suoi oggetti – ancora oggi copiatissimi – l’integrazione e l’armonia con la natura delle piccole ville in stile nordico classico.

Se potessi rinascere, quale architetta vorresti essere?

La domanda è molto difficile, ma scelto Ray Kaiser Eames per il suo genio multiforme, che annovera l’architettura e il design sperimentale ma anche la pittura astratta e i documentari.

Studiando queste donne, cosa ricerchi? Cosa speri di cogliere?

L’indipendenza, il senso dell’autoaffermazione, della lotta per far emergere e considerare il proprio lavoro alla pari con quello maschile ma secondo una prospettiva differente. Sai che alla Bauhaus (con l’articolo femminile, come la chiamava Argan, è una scuola) nei laboratori propedeutici di Itten, per favorire la sensibilità nei confronti dei materiali, alle studentesse e agli studenti veniva chiesto di portarne di differenti generi, pesi e consistenze, da assemblare in composizioni simili a sculture? Le ragazze portavano a scuola pezzi di materiale di piccole dimensioni, fini e non più grandi di una man; tra i ragazzi, invece, c’era chi portava pezzi alti anche un metro. Questo ci aiuta a comprendere perché molte donne, in campo progettuale, scelgano il design. Credo abbia a che fare con una confidenza con la dimensione su piccola scala. Fin dalla preistoria le donne cercavano frutti, foglie e bacche commestibili, avevano uno sguardo attento, vicino e selettivo, diversamente dagli uomini che dovevano guardare in lontananza un mammuth o un bisonte! Ancora la vocazione di Hillman, la nostra ghianda che deve diventare una quercia.

Secondo te perché le donne nella storia sono passate in ‘’secondo piano’’? Succede anche oggi?

Oggi un po’ meno, ma fino al secondo novecento le donne hanno faticato parecchio per emergere ed essere riconosciute nel loro lavoro. Tutte le figure femminili, da Charlotte Perriand alla stessa Lilly Reich, ma penso anche a Egle Renata Trincanato o Franca Helg, inizialmente erano considerate subalterne ai loro partner professionali. Le motivazioni sono da ricercare nel forte svantaggio culturale di partenza. Pensa che le donne tedesche fortemente intenzionate a conseguire una laurea si iscrivevano all’università di Zurigo, nella vicina Svizzera, dove, nel 1897, si laureò in legge Anita Augspurg (1857 – 1943), prima donna della Germania a conseguire il titolo, fervente femminista divenuta in seguito un celebre avvocato per i diritti delle donne.

Insieme a figure dimenticate ci  sono invece figure femminili esaltate forse anche troppo e che hanno avuto più successo di quanto gli spettava?

No, credo che per le donne avere più successo di quanto loro spetti sia ancora fantascientifico.

Hai una simpatia nei confronti di Lilly Reich, ci puoi spiegare perché proprio lei?

Perché Mies era un gigante che poteva schiacciarla, invece siamo ancora qui a parlare di lei, il suo talento l’ha salvata dall’oblio, anche se in Italia le avevano dedicato solo tre righe su Wikipedia (ho rimediato). Pensa che da poco mi è capitato di guardare un documentario su Mies, su Rai 5, e lei non è mai stata nominata.

Se potessi tornare indietro e poterle parlare, da donna a donna, cosa le consiglieresti?

Devo essere sincera: se per magia potessi averla davanti la guarderei lavorare, in silenzio; era una donna molto concreta. Per me non ha commesso errori. Anche lei, come Ray Eames, era un talento multiforme, una grande organizzatrice, una sorgente inesauribile di idee sugli allestimenti fieristici e il design in tutte le sue coniugazioni. Anche dopo la seconda guerra mondiale, se non fosse morta di tumore, era stata chiamata da Taut per contribuire alla ricostruzione di una Germania in macerie.

Mies sarebbe stato sempre Mies senza Lilly al suo fianco?

No, categoricamente. Per molte soluzioni anche delle sue architetture più famose ha preso spunto da allestimenti fieristici di Lilly, per non parlare degli arredi, che sono in gran parte farina del sacco della Reich, che si era formata con Josef Hoffmann.

Come vedi la figura femminile nel mondo dell’architettura da qui ai prossimi 30 anni? 

Sempre più considerata e rispettata, con un ruolo paritario rispetto agli uomini. Il processo è stato lungo, ma, credo, irreversibile (sono inguaribilmente ottimista). Spero sempre, però, che le donne si affermino in ogni ambito con un fare femminile, senza scimmiottare gli uomini. Anzi, credo che gli uomini abbiano molto da imparare dalla sensibilità e dalla concretezza femminile, dalla loro gentilezza, pazienza e senso critico e autocritico. Narciso nel mito è uomo, non è una coincidenza. Per le donne apparire o affermarsi è secondario, rispetto a un lavoro ben fatto, lontano dai riflettori. Credo che il successo derivi anche da una smania di apparire che nelle donne è attenuato dalla loro capacità di dubitare. Gli uomini devono imparare a cedere il passo alle donne, invece di prevaricarle. Rebecca Solnit ha scritto un saggio intitolato “Gli uomini mi spiegano le cose” riflessioni sulla sopraffazione maschile, in cui racconta come gli uomini pensino erroneamente di sapere cose che le donne non sanno e, senza farsi domande, inizino a spiegarle. Capita spesso, anzi, spessissimo.

 

Concettina Ghisu, nata a Cagliari nel 1968, si laurea in Lettere e Filosofia con indirizzo storico-artistico nell’ateneo della sua città, per proseguire gli studi a Milano dove nel 1994 si diploma con lode alla Scuola di Specializzazione in Storia dell’Arte e delle Arti Minori dell’Università Cattolica. Dal 1991 al 1995 è cultore della materia al Politecnico di Milano, facoltà di Ingegneria, con Maria Antonietta Crippa, e docente a contratto di Storia dell’Architettura nella sede di Lecco. Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Archeologiche e Storico Artistiche dell’Università di Cagliari dal 1998 al 2000, nel 2001 è borsista MIUR al CRS4, sotto la direzione di Carlo Rubbia. Ha collaborato con la Soprintendenza di Cagliari e partecipato alla schedatura del patrimonio artistico di Intesa San Paolo. Ha pubblicato saggi sull’arte e architettura contemporanea per Electa, Marsilio, Jaca Book e Ilisso. Insegna Storia dell’arte al Liceo Artistico Fois di Cagliari, negli indirizzi Architettura e Ambiente e Design Industriale.

In copertina: Lina Bo Bardi, Casa de Vidro, São Paulo, 1949-1951. Foto Francisco Albuquerque, 1951 © Arquivo ILBPMB

1 Comment

Scrivi un commento