Da Modigliani al COVID 19 (Dicerie, superstizioni e falsi) – di Isidoro Pennisi

Il problema dell’astrazione è che la realtà, di cui essa prova a occuparsi astrattamente, è sempre concreta. L’astrazione, però, alle volte è una necessità, uno strumento, di cui non si può fare a meno. La gestione del rapporto tra astrazione e concretezza, ad esempio, sta alla base dell’invenzione progettuale dei manufatti umani. La stessa cultura materiale, diversamente da quella non materiale, è una dinamica articolata di relazioni tra astrazione e concretezza. Una condizione per certi versi arcaica e primitiva che non sembra possa essere dismessa; anzi, che probabilmente sarebbe pericoloso annullare volontariamente, propendendo per i valori dell’astrazione o della concretezza, come se fosse possibile separarli. La cultura materiale del costruire, l’educazione all’architettura e alla realizzazione dell’inedito, gli antichi processi inventivi dell’ideazione progettuale, in questo senso, hanno in loro una trama capace d’essere un pettine per i nodi posti anche da una pandemia. Se non fosse, che l’architettura attraversa un lungo periodo di letargo epistemologico (anche se non di opere) in giro per il Mondo ci sarebbe più di una persona che, come Brunelleschi, svelerebbe immediatamente, con una combinazione di disegni, modelli e parole, cosa si nasconde dietro l’incapacità di governare una pandemia, così come fece nello svelare l’incapacità di voltare una cupola. 

L’intera vicenda, lungi dalla sua epifania, dovrebbe risvegliare, almeno per istinto di sopravvivenza, il sospetto, che in qualche decennio appena, di pratica e teoria immateriale astratta, noi siamo diventati incapaci d’affrontare e governare un normale episodio concreto di natura, che nello svelarsi improvvisamente ci ha trovato armati solo di dicerie, superstizioni e false convinzioni. Sembriamo, su un piano diverso e per certi versi cruento (la morte lo è) come gli esperti d’arte, i suoi colti utilizzatori e, per conseguenza, l’intera popolazione italiana, all’indomani del ritrovamento delle Sculture di Modigliani nel melmoso fossato cittadino di Livorno. Lo scherzo, questa volta, l’ha ideato la natura (anche se fosse un effetto collaterale della ricerca medica, sarebbe la stessa cosa) che ha partorito un virus sino a oggi non catalogato che ha trovato esseri umani competenti, sia in Scienza Medica sia in Governo, disarmati come lo erano gli esperti d’arte e i cultori nel caso di Modigliani. 

Com’è possibile che tre giovani Livornesi, da una parte, e un Virus, dall’altra, possano aver fatto perdere la testa e valutare erroneamente? E in cosa consistono, ovviamente, gli errori? Nel caso dei Modigliani non si è saputo riconoscere il falso; nel caso del Virus si è inventato, partendo dal vero, qualche cosa che ancora vero non è. In un caso, le conseguenze furono quelle d’attribuire un valore artistico a un manufatto che non ne aveva assolutamente; nel secondo di governare il fenomeno non per quello che è, forti delle conoscenze che si hanno, ma per quello che si suppone sia senza averne ancora adesso alcuna prova sperimentata. In un caso e nell’altro, non esiste dolo, ma è presente una diversa forma d’interpretazione dell’inedito, che, in ambedue i casi, è errata, ed è causata proprio da un approccio astratto e non concreto al problema. In un caso, un approccio concreto avrebbe scelto la strada dell’analisi materiale dell’opera e non di quella artistica, per capire cosa era stato trovato nel fossato: si sarebbe scoperto, ad esempio, che il caso aveva fatto confluire nello stesso tratto di melma, sia l’opera di un artista livornese frustrato (Angelo Froglia) che aveva lì gettato delle sue opere, sia quelle dei burloni, e già questo avrebbe frenato gli entusiasmi. Nell’altro caso, un approccio concreto, avrebbe da subito fatto capire che il problema di salute pubblica non consisteva nell’immaginare misure di contenimento radicali organizzate sulle novità astratte, ancora oggi da dimostrare, ma di preparare subito (quando già il virus era operante in Cina) quelle giuste, equilibrate, perché conseguenti ai dati concreti, conosciuti da decenni, su un virus aviario trasmissibile per via interumana, di cui si sa ogni cosa. Si sanno comportamenti, modi di contagio, effetti e ricadute sulle strutture sanitarie, patologie prevalenti, modi e soglie di adattamento delle comunità, da realizzare attraverso un’immunità necessaria da costruire nei tre modi scientificamente noti: contagio controllato, cure e vaccino. Nei due casi, però, sono incommensurabili le differenze nelle conseguenze di questi due travisamenti dell’astrazione su cui sono caduti i competenti. Su quello dei Modigliani, si è solo aperto un varco, poi riempito in maniere diverse, sul valore da assegnare all’arte contemporanea. Aver trasformato un grave Virus reale in uno al momento irreale o falso (almeno fino a quando non si dimostrerà che il suo comportamento è diverso dagli altri) invece, ha in serbo, delle conseguenze ancora da verificare ma che sono probabilmente le più difficili che ci toccherà affrontare dalla nascita della Repubblica. Perché una cosa io la posso dire con certezza e senza temere smentite da nessuno in questo Mondo. Aver considerato, come conseguenze collaterali, i livelli di scomposizione sociale che questa crisi sanitaria provocherà, e averle accettate per un bene superiore come quello della salute sarebbe un fatto concreto e non astratto se le conseguenze fossero state realmente collaterali. Il vero problema è che le conseguenze non sono e non saranno collaterali ma centrali. Una scomposizione sociale che porti a un impoverimento generale, a un’accentuazione delle differenze sociali, a una spesa pubblica da contrarre obbligatoriamente non per colpa dell’EURO o dei Tedeschi, ma per i livelli di debito da sostenere, colpirà la sanità e il suo sostentamento. Colpirà tutti i settori dello Stato Sociale che concorrono al benessere generale e, di conseguenza, soprattutto la salute e le attese razionali di vita media degli abitanti, che era l’obiettivo per cui si è scelta la strada del distanziamento sociale radicale. Come si è potuto, quindi, porsi un obiettivo valido e scegliere la strada migliore per comprometterne il raggiungimento?

Io sono un architetto e, a questo punto, mi rivolgo agli architetti. Visto, che da più parti ci si chiede di ragionare sul futuro e sulla maniera di configurare spazi e manufatti per questa nuova situazione, allora chiariamoci le idee. Io direi di iniziare dalle basi: chiamare le cose con un nome o una definizione plausibile, che non mandi al macero tutto il tempo che abbiamo consumato a studiare (io di malavoglia, devo dire) dalle elementari sino a una laurea. Perché ho l’impressione che sono molti i nomi e tante le definizioni che, solo nel nominarle, dovrebbero farci venire profondi dubbi sul loro valore. Non esistono, ad esempio, plausibili motivi per definire un lavoro compiuto a distanza di per sé intelligente. Non capisco come nessuno di noi abbia il dubbio che definire con un termine, che è un giudizio di valore, una forma del fare, sia in sé sbagliato nella sostanza e sgrammaticato nella forma. Il fatto che una cosa sia intelligente dipende dai risultati e da chi li produce, e non dallo strumento o dalla forma con cui si opera. Se ci abituiamo a definire il lavoro, compiuto fuori dai luoghi deputati, come mansione a distanza (in mancanza di meglio) facciamo cosa buona se vogliamo riflettere. E questo vale, ovviamente, con tutte le altre cose intelligenti, compresa la Città Intelligente, e finanche la famosa automobile, che io non comprerei mai, come non andrei mai a cena con chi, sul biglietto da visita, affermasse, d’essere intelligente. E non vale a modificare il sospetto che tutto questo sia una forma di superstizione, sapere che probabilmente il termine si nutre della supposta intelligenza artificiale, che al momento, come minimo, è purtroppo per lei utilizzata sempre da esseri umani, che hanno dei potenziali livelli di stupidità naturale, che sono propri alla nostra specie. Direi quindi di provare a non utilizzare il termine intelligente (e altri) come definizione ex ante di qualsiasi cosa, possibile e immaginabile. Poi, come seconda e ultima cosa, direi di stare sul concreto. Abbiamo e stiamo vivendo un trauma, quindi se un contributo dobbiamo darlo, che sia ovviamente curativo. Prendere come propulsive le conseguenze di un trauma, infatti, è un atteggiamento astratto, come lo sarebbe il non ridurre una frattura a un essere umano, riabilitarlo, ma immaginarne il futuro con la gamba penzolante, trovando idee per dare valore alla frattura. Direi di non continuare con le astrazioni: abbiamo già dato. Anche noi siamo competenti di qualche cosa, ma proviamo a non esserlo come i virologi, tanto per fare un esempio, che, come nel caso dei Modigliani, hanno interpretato male ciò che si stava vedendo, traendone delle conseguenze che hanno creato un problema diverso da quello che già esisteva. I guai che dovremo affrontare, sono stati provocati da un gruppo di competenti, che non potendo dimostrare scientificamente nulla, se non le loro ipotesi, hanno scelto una strada superstiziosa e moralista. Sono i superstiziosi, infatti, quelli che biasimano i vizi e non insegnano le virtù. Non guidano gli uomini con la ragione, ma li contengono con la paura, in modo che fuggano il male piuttosto che amare il bene. Sono i superstiziosi quelli che rendono gli altri, senza saperlo, miseri, e non è sorprendente, quindi, che essi siano protervi senza saperlo: istintivamente. La superstizione è sostenuta dalla speranza che non spera altro che delle conferme alle proprie idee; dall’odio per le evidenze di ieri e un amore per quelle di domani. Essa trae la sua origine non dalla ragione, ma dall’umore e da un’appassionata sensibilità, supportata da una logica scientifica ex post. La superstizione sembra stabilire che è buono solo quel che procura tristezza e, viceversa, cattivo quel che procura gioia. Separiamoci dalle superstizioni e torniamo a ideare soluzioni, al momento curative, sulla base delle quali aiutare ad andare avanti alle nostre comunità urbane.

1 Comment

  1. Alessandra Querzola 17/07/2020 at 06:31

    Così semplice Così Illuminante

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